Referendum, sberla dei ‘No’ al governo. Ma la domanda resta: bocciata la riforma o la sua narrazione?
Il dato politico è netto e non si discute: al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo ha vinto il ‘No’ con il 53,74% contro il 46,26% del ‘Sì’, in un voto che ha portato alle urne quasi il 59% degli aventi diritto. Un risultato pesante per il governo Meloni che rappresenta una vera scoppola.
Ma il punto, oggi, non è solo decretare chi ha vinto o chi ha perso. Il punto è capire che cosa abbiano davvero votato gli italiani. Perché questa non era una consultazione semplice, non era un quesito immediato, non era una scelta che si potesse liquidare con uno slogan. Si chiedeva ai cittadini di esprimersi infatti su una riforma costituzionale tecnica, complessa che interveniva su nodi delicati come la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, il doppio Csm e l’Alta Corte disciplinare. Materia ardua, perlopiù da addetti ai lavori.
Ed è qui che nasce la nostra riflessione. Quanti hanno votato No dopo avere davvero studiato la riforma? Quanti, invece, hanno scelto seguendo una sensazione, una fiducia politica, una diffidenza di fondo, o più semplicemente l’impressione che su un tema così delicato fosse meglio non cambiare?
In un Paese in cui perfino i giuristi si sono divisi, pensare che l’elettore medio potesse orientarsi con piena consapevolezza su ogni dettaglio del testo era francamente difficile.
Ridurre tutto a un voto contro Meloni, però, sarebbe una semplificazione uguale e contraria. Il voto politico c’è stato, eccome, ma non basta da solo a spiegare il risultato. Dentro quella fetta di cittadini che ha apposto la croce sul ‘No’, ci sono anche paura, diffidenza, prudenza, e sfiducia verso una riforma percepita da molti come poco chiara.
Resta un altro punto da analizzare: la campagna referendaria è stata determinante. Più del testo stesso. Il confronto pubblico si è rapidamente trasformato in uno scontro politico. Altro che approfondimento sui contenuti.
Negli ultimi giorni, poi, il caso Delmastro ha ulteriormente alzato la temperatura, entrando nel dibattito con polemiche durissime tra maggioranza e opposizione, mentre la stessa Meloni sosteneva che quella vicenda non avesse nulla a che vedere con il referendum. Ma quando si vota sulla giustizia e nelle stesse ore esplode un caso politico-giudiziario che riguarda il sottosegretario alla Giustizia, pensare che l’opinione pubblica tenga i due piani nettamente separati è, nella migliore delle ipotesi, più che ingenuo.
E anche il dato generazionale merita attenzione. Le analisi del post voto parlano di giovani orientati in massa verso il No. Sarebbe sbagliato liquidare questo tema con sufficienza, come se i ragazzi “non avessero capito”. Più probabilmente hanno letto quella riforma dentro una cornice più ampia: il rapporto tra politica, Costituzione e autonomia della magistratura. E se una parte importante dell’elettorato più giovane non si è fidata, allora il problema non è la loro impreparazione, ma l’incapacità di convincerli.
E dunque. Non ha solo vinto il No per antipatia verso la premier. Non ha vinto il No solo per il merito della riforma. Ha vinto il No perché su una materia difficile e tecnica si è innestata una campagna polarizzata, emotiva, spesso urlata, in cui il contenuto è stato travolto e offuscato dal contesto politico. In altre parole, gli italiani non hanno votato soltanto su una riforma della giustizia. Hanno votato anche sulla credibilità di chi la proponeva.
Da qui una lezione per tutti. Per il centrodestra, che esce sconfitto a causa di una campagna poco efficace su un tema che richiedeva rigore, serietà e chiarezza. Per il centrosinistra, che oggi incassa il risultato ma non può fingere che il problema giustizia non esista o che alcuni nodi non siano sul tavolo da anni. E per la politica nel suo complesso, che ancora una volta ha dimostrato di voler buttarla in caciara, mostrando il peggio di sé.
E alla fine rimane sempre la stessa domanda? Serve una giustizia più giusta? Ovvio che sì. Il referendum ha dato quindi un verdetto perlopiù politico. Adesso spetta alla politica dimostrare di aver capito il messaggio. E gli errori, con tutte le conseguenze annesse…
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