Stanotte il rientro di Artemis II: dovrà attraversare una fascia piena di detriti e l’Unep spiega perché abbiamo un problema

Se tutto andrà come da programma, l’equipaggio della missione Artemis II della Nasa – reduce da un’orbita intorno alla Luna che ha battuto ogni record – ammarerà nell’Oceano Pacifico questa notte (per la precisione alle 2:07 ora italiana, è prevista anche una diretta). Ma prima di farlo, i quattro astronauti e la loro navicella Orion attraverseranno una fascia dell’alta atmosfera piena di detriti.
Quanti detriti ci sono lassù? Ebbene, una recente nota informativa delle Nazioni Unite afferma che ci sono 130 milioni di frammenti di detriti in orbita attorno alla Terra, dai frammenti di satelliti alle navicelle spaziali abbandonate. Alcuni sfrecciano intorno al pianeta a una velocità che raggiunge i 15 km al secondo, 10 volte la velocità di un proiettile, afferma la Nasa.
Si tratta di una questione ormai tutt’altro che marginale e non solo per i voli spaziali. I detriti sono infatti una delle numerose sfide ambientali legate alla presenza in rapida espansione dell’umanità nello spazio, come rileva una nota informativa dell’Unep, ovvero il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente). Gli esperti spiegano che ogni lancio di un razzo rilascia nell’atmosfera fuliggine, particelle di alluminio, composti chimici e gas, e che queste emissioni possono influenzare la chimica atmosferica, aumentare l’inquinamento atmosferico e danneggiare lo strato di ozono.
Ad aggravare il problema c’è poi il fatto che non sono solo i lanci ad avere un impatto ambientale. Quando i veicoli spaziali rientrano nell’atmosfera, come farà oggi Artemis II, lasciano dietro di sé una scia chimica di ossidi e metalli. Questi inquinanti possono ridurre lo strato di ozono e potenzialmente influire sulla quantità di luce solare che viene riflessa nello spazio, secondo quanto rilevato nella nota informativa delle Nazioni Unite, una produzione congiunta dell’Unep e dell'Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari dello spazio esterno.
I ricercatori spiegano che intorno al nostro pianeta si sta formando una nube sempre più densa di detriti. I vecchi satelliti e i frammenti derivanti dalle collisioni si stanno accumulando, aumentando il rischio di impatti che generano ulteriori detriti spaziali. Se questi oggetti rimangono nello spazio, possono scontrarsi con i satelliti da cui dipendiamo. Se sopravvivono al rientro nell’atmosfera, possono ricadere sulla Terra, mettendo a rischio le comunità e gli ecosistemi. Le grandi costellazioni di satelliti e i detriti orbitali stanno inoltre rendendo il cielo notturno più luminoso, interferendo con l’astronomia e la nostra capacità di studiare l’universo.
A questo punto, la domanda è: come può il mondo ridurre l'impronta ambientale delle attività spaziali? In primo luogo, spiegano i ricercatori, dobbiamo colmare le lacune di conoscenza. Sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere il pieno impatto ambientale delle attività spaziali sull’atmosfera, sul clima, sugli ecosistemi e sulle persone. In secondo luogo, il monitoraggio e la condivisione dei dati devono migliorare. Dati migliori, in particolare sulle emissioni, i lanci e il rientro, aiuteranno a monitorare i rischi, prevedere gli impatti e rafforzare le risposte. In terzo luogo, i veicoli spaziali devono essere progettati in modo da ridurre il loro impatto ambientale durante l’intero ciclo di vita, e ciò comporta la realizzazione di veicoli in grado di evitare collisioni, di uscire dall’orbita in sicurezza e di funzionare con combustibili più puliti. Infine, è essenziale rafforzare la cooperazione internazionale. I governi, le agenzie spaziali, le aziende private e gli scienziati devono collaborare per definire e applicare standard globali di sostenibilità prima che le sfide si aggravino.
Di fatto, ormai le innovazioni tecnologiche rendono necessario affrontare il tema di ciò che potremmo definire «sostenibilità spaziale». Un’espressione che potrebbe sembrare futuristica ma che in realtà è di stretta attualità perché si riferisce all’utilizzo dello spazio extra-atmosferico in modo tale da proteggere sia lo spazio stesso che l’ambiente terrestre nel lungo periodo. In sostanza, significa considerare lo spazio come un ambiente condiviso che deve rimanere sicuro e utilizzabile per le generazioni future. Ciò implica, spiegano gli esperti dell’Unep, ridurre al minimo i detriti, ridurre le emissioni, proteggere i cieli bui, utilizzare le risorse in modo efficiente, garantire il rientro sicuro dei veicoli spaziali e mantenere un accesso equo allo spazio.
Tra l’altro, forse non tutti sanno che è anche prevista una responsabilità istituzionale della gestione delle sfide ambientali legate allo spazio. Si tratta di una responsabilità condivisa: gli accordi internazionali, come il Trattato sullo spazio extra-atmosferico, stabiliscono principi generali, tra cui la prevenzione della contaminazione dannosa. Il Comitato delle Nazioni Unite per l’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico elabora linee guida per attività spaziali sostenibili, mentre i governi nazionali regolamentano i lanci, le operazioni satellitari e il rilascio delle licenze. Le aziende e le agenzie sono responsabili della progettazione e della gestione di tecnologie che riducano l’impatto ambientale. E anche altri organismi svolgono un ruolo chiave. L’Unione internazionale delle telecomunicazioni gestisce le orbite dei satelliti e le frequenze radio, mentre l’Organizzazione marittima internazionale sta esaminando gli impatti sugli oceani.
Tuttavia, nonostante tutto ciò, non esiste ancora un quadro ambientale globale completo per lo spazio. E poiché le attività spaziali incidono sempre più sulla nostra atmosfera, sugli oceani, sugli ecosistemi e sulle comunità, le Nazioni Unite stanno intervenendo per contribuire a colmare questa lacuna. L’Unep e l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari spaziali stanno collaborando per comprendere meglio i rischi ambientali, rafforzare la base di prove scientifiche e garantire che le considerazioni ambientali e la governance spaziale vadano di pari passo.
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