Gli allevamenti intensivi di bovini e suini in Lombardia sono ormai «oltre i limiti ecologici del territorio»

Aprile 11, 2026 - 01:30
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Gli allevamenti intensivi di bovini e suini in Lombardia sono ormai «oltre i limiti ecologici del territorio»

Il titolo dello studio è “Allevamenti intensivi in Lombardia, anatomia di un eccesso” e l’ultima parola già dice molto. È realizzato da Economia e Sostenibilità-EStà con il contributo scientifico di Legambiente Lombardia, Essere Animali e Terra! Sono 79 pagine ricche di riferimenti scientifici, grafici e tabelle, ma la conclusione si può sintetizzare in poche parole: il sistema degli allevamenti intensivi di bovini e suini in Lombardia è fortemente concentrato e sovradimensionato rispetto alla capacità ecologica del territorio. In particolare, «i risultati evidenziano un contributo crescente alle emissioni di gas serra, un carico di azoto particolarmente elevato, criticità relative al benessere animale e una forte dipendenza da mangimi importati, che rendono il sistema fragile e vulnerabile anche dal punto di vista economico».

Già i numeri citati nello studio danno la dimensione del problema: ci sono 5,2 milioni di bovini e suini allevati nella regione: 1 capo bovino/suino ogni 2 abitanti lombardi. Numeri impressionanti che conferiscono alla Lombardia il titolo di prima regione zootecnica d’Italia. Un primato, sottolineano i ricercatori, che porta il peso di “effetti collaterali” non più sostenibili e che rende quanto mai urgente la transizione verso modelli agroecologici, perché ormai è chiaro che quella in campo non è solo una necessità ambientale, ma anche economica, sanitaria e sociale.

La ricerca rileva nella regione la presenza del 40% dei capi nazionali di bovini e suini, che sale al 47% se si considerano solo i suini. I dati confermano che la Lombardia è la prima regione italiana per numero di capi allevati. Tre province – Brescia, Mantova e Cremona – dominano la classifica nazionale per numero di animali, con Brescia che ricopre il primato nazionale per entrambe le specie. In regione, negli ultimi 10 anni, si è registrata una crescita dell’11% dei bovini da latte.

Il report sottolinea anche un altro dato allarmante: nonostante un calo importante delle piccole aziende, la produzione di carne e latte non si è ridotta, ma si è concentrata sempre più in mega-allevamenti (con oltre 500 capi), che aumentano il carico di inquinanti per singolo sito e dimostrano la progressiva intensivizzazione del sistema.

La densità di capi concentrati sul territorio (quasi 4 volte la media nazionale per i bovini e 6 volte per i suini) e il superamento del carico di azoto indicano che il terreno della regione non è più in grado di assorbire i reflui come fertilizzante naturale.

Tutto ciò determina un impatto climatico e ambientale. Mentre le emissioni complessive della regione e quelle del settore zootecnico nazionale sono in calo, gli allevamenti lombardi mostrano un preoccupante +2,50% di emissioni di CO2eq  tra il 2014 e il 2021.

Oltre al clima, a soffrire è il territorio: in oltre la metà dei comuni della Pianura Padana (402 comuni), il carico di azoto derivante dai reflui zootecnici eccede il fabbisogno delle colture, causando gravi impatti sulla qualità dell’aria e delle acque. Tale situazione espone la regione a sanzioni europee per la violazione della Direttiva Nitrati, una normativa che ha come obiettivo la tutela delle acque superficiali e sotterranee dall’inquinamento da nitrati provenienti da fonti agricole (principalmente fertilizzanti ed effluenti zootecnici), e determina il rilascio di enormi quantità di ammoniaca gassosa, uno dei principali precursori della formazione di particolato ultrafine PM2.5 che ristagna nella pianura rendendola una delle aree con i più elevati livelli di questo inquinante atmosferico, in Europa.

I risultati del report scardinano tra l’altro il mito della grande dimensione come sinonimo di efficienza. Scrivono i ricercatori che la Lombardia è fortemente vulnerabile agli shock dei mercati, con un tasso di autosufficienza di appena il 25% per il mais e 13% per la soia (base dei mangimi proteici). Dall’analisi dei dati risulta che le aziende di grandi dimensioni registrano risultati socio-economici e climatici peggiori rispetto alle piccole e medie imprese, che invece generano più valore aggiunto e occupazione per unità di superficie, oltre ad assicurare il presidio di un territorio rurale sempre più spopolato.

Oltre a tutto ciò, c’è da tener conto del fattore benessere animale. Alzare gli standard per gli animali allevati vuol dire ridurre il numero di capi ma in condizioni più salubri e di qualità, garantendo produzioni più resilienti e sostenibili. Nelle aziende a bassa intensità, una maggiore longevità degli animali riduce i costi di rimonta e le spese veterinarie, e migliora la qualità del latte. Nelle aziende biologiche, l’adozione di pratiche più rispettose genera un drastico calo dei costi farmaceutici, risparmio che giustifica una parte significativa del differenziale di reddito. Una mandria più sana riduce anche lo stress e il carico di lavoro emergenziale per l’allevatore, migliorando contestualmente il benessere umano all’interno dell’azienda. Il benessere animale è inoltre un tema sempre più di interesse dei cittadini: è un valore etico dalle grandi potenzialità trasformative della società e del suo rapporto con la natura. Esiste ormai un ampio e solido consenso su una transizione alimentare che riduca fortemente i consumi di alimenti di origine animale.

La ricerca conclude sottolineando la necessità di una transizione strutturale verso modelli zootecnici agroecologici, più sostenibili, coerenti con gli obiettivi ambientali, climatici e sociali. Non è solo una necessità ambientale, ma una strategia per ridare autonomia e reddito agli allevatori, oggi schiacciati da costi di produzione fuori controllo e dalla volatilità dei prezzi. Ed allo stesso tempo può far parte di una strategia per migliorare tipicità e legame con il territorio che dovrebbero tutelare le grandi DOP della tradizione alimentare italiana, anche nel mercato internazionale a cui si rivolge gran parte dei prodotti ottenuti dagli allevamenti lombardi.

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