Il gas russo appare economico solo finché non emergono i costi reali

Aprile 10, 2026 - 07:30
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Il gas russo appare economico solo finché non emergono i costi reali

C’è uno spettro che si aggira per l’Europa e non accenna a scomparire: la balzana idea che il gas russo sia la soluzione più conveniente per l’Italia torna ogni volta che il sistema energetico entra in crisi. Sta succedendo anche in queste settimane, mentre la crisi nello Stretto di Hormuz ha ridotto l’offerta globale di gas naturale liquefatto e spinto i governi europei a cercare forniture alternative. Il ritorno al gas russo viene evocato come una scorciatoia possibile. Ma guardando a quello che è successo negli ultimi anni, è davvero più economico, oppure sembra tale solo finché non emergono tutti i suoi costi nascosti?

Il gas russo non è mai stato davvero conveniente per l’Europa, anche quando sembrava costare meno. Il prezzo più basso che per anni è stato associato alle forniture di Mosca non rifletteva il costo reale del sistema, ma una condizione politica temporanea: la disponibilità della Russia a garantire flussi stabili e prevedibili. Quando quella condizione è venuta meno, il vantaggio economico si è dissolto, lasciando emergere costi molto più alti di quelli visibili nei contratti.

Per capire perché, bisogna guardare a come funzionava il mercato europeo prima del 2022, quando la Russia invase su larga scala l’Ucraina. Una parte consistente del gas arrivava attraverso gasdotti e contratti di lungo periodo, spesso indicizzati al petrolio. Questo modello veniva percepito come stabile e conveniente, anche in paesi come l’Italia, dove il gas russo ha rappresentato per anni circa il 25-30% delle importazioni totali. Ma quella convenienza era parziale. Non derivava da un mercato competitivo, bensì da una struttura in cui un singolo fornitore aveva un potere significativo sui prezzi e sulle condizioni.

La Commissione europea lo aveva già denunciato, ben prima della guerra. L’indagine antitrust di Bruxelles contro Gazprom ha dimostrato che tra il 2009 e il 2014, in paesi come Polonia, Bulgaria, Lituania, Lettonia ed Estonia, il gas russo veniva venduto a prezzi significativamente più alti rispetto ai mercati più liquidi dell’Europa occidentale. Questi paesi pagavano tra il ventidue per cento e il quaranta per cento in più rispetto ai prezzi degli hub europe come il Title Transfer Facility (TTF) nei Paesi Bassi, il principale punto di riferimento per il prezzo del gas in Europa, e tra il nove e il ventiquattro per cento in più rispetto ai contratti negoziati dalla Germania.

Quindi il primo mito da sfatare è che il gas russo sia conveniente per tutti gli Stati europei, per anni è sempre stato venduto a prezzi diversi all’interno dell’Unione europea. La Germania, con un mercato del gas più sviluppato, con più compratori e venditori, più scambi e più alternative disponibil, otteneva condizioni migliori. Mentre Stati più dipendenti e meno interconnessi pagavano di più. 

L’Italia era in una posizione intermedia: più diversificata rispetto ai paesi dell’Europa orientale, grazie a forniture da Nord Africa, Norvegia e GNL, ma comunque ancora fortemente legata fino al 2022 a contratti di lungo periodo indicizzati al petrolio. Si trattava di accordi iniqui in cui il prezzo del gas non seguiva direttamente il mercato del gas, ma veniva calcolato in base all’andamento del greggio, con mesi di ritardo.

L’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (Arera), che monitora il mercato energetico italiano, ha evidenziato nelle sue relazioni annuali che questo sistema ha rallentato l’allineamento dell’Italia ai prezzi dei mercati europei più competitivi. In pratica, quando il petrolio saliva, il prezzo del gas importato restava elevato anche se nei mercati all’ingrosso europei, come il TTF olandese,  il gas veniva scambiato a valori più bassi. Quindi una parte del gas consumato in Italia risultava più costosa rispetto ai prezzi spot, cioè quelli determinati giorno per giorno dall’incontro tra domanda e offerta, proprio perché vincolata a contratti rigidi negoziati in una fase in cui il mercato europeo era molto meno integrato e meno competitivo.

Tradotto: il prezzo del gas russo non era determinato da un mercato aperto, ma dal grado di dipendenza del cliente. Più un paese era vincolato a Gazprom, meno poteva negoziare e più pagava. Il limite di questo sistema è diventato ancora più evidente quando tra il 2021 e il 2022 la Russia ha iniziato a ridurre le forniture lungo i principali gasdotti che passavano attraverso l’Ucraina e la Polonia, e poi con la chiusura completa del Nord Stream 1, il collegamento diretto tra Russia e Germania, dopo l’estate del 2022.

Meno gas disponibile significa prezzi più alti: è la legge base del mercato. Il risultato è stato immediato. Il prezzo di riferimento europeo, fissato nel mercato olandese del Title Transfer Facility (TTF), che per anni si era mosso intorno ai 15-25 euro per megawattora, è schizzato fino a oltre 300 euro per megawattora nell’agosto del 2022. In pratica, il gas è arrivato a costare più di dieci volte rispetto ai livelli normali.

Anche quando la fase più acuta della crisi è passata, i prezzi non sono tornati ai livelli di prima. Tra il 2024 e il 2026 il gas si è stabilizzato intorno ai 45-50 euro per megawattora, cioè circa il doppio rispetto al periodo precedente alla crisi. Questo perché il sistema europeo ha dovuto sostituire in modo permanente una parte del gas russo con forniture più costose e con un mercato globale diventato più instabile.

In quel momento si è chiarito un punto fondamentale. Il gas russo era “economico” solo finché le condizioni politiche lo permettevano. Quando queste sono cambiate, il costo reale per l’Europa è diventato quello necessario a sostituire rapidamente una quota enorme delle proprie importazioni. Questo ha significato acquisti d’emergenza, sussidi pubblici per centinaia di miliardi, perdita di competitività industriale e instabilità economica. 

Negli ultimi anni questo rischio si è tradotto in costi concreti. Diverse aziende europee hanno dovuto ricorrere all’arbitrato dopo il 2022, dimostrando di aver subito danni significativi perché costrette a comprare gas alternativo a prezzi molto più alti. Nel giugno del 2024 Uniper, ex principale importatore tedesco di gas russo, ha ottenuto oltre 13 miliardi di euro di risarcimento per le forniture non consegnate da Gazprom dal 2022 in poi. A novembre dello stesso anno la società austriaca Omv ha ottenuto un lodo arbitrale da oltre 230 milioni di euro per forniture irregolari alla sua controllata tedesca. Quando OMV ha cercato di compensare quel credito con le fatture dovute a Gazprom, la Russia ha sospeso le consegne alla compagnia in Austria. A febbraio del 2025 la società ceca CEZ ha ottenuto oltre 42 milioni di dollari per aver subito nel 2022 una forte riduzione delle forniture, costringendola a sostituire quel gas con acquisti a prezzi decisamente più alti. Anche Engie, il gruppo energetico francese, ha avviato nel 2023 un arbitrato contro Gazprom sostenendo che la società russa non aveva rispettato i propri obblighi di fornitura. Il contenzioso è ancora aperto.

Il punto, in tutti questi casi, è lo stesso: il prezzo reale del gas russo non era quello scritto nei contratti quando tutto funzionava, ma quello che le aziende europee hanno dovuto pagare quando Gazprom ha ridotto o sospeso i volumi e loro sono state costrette a comprare gas sostitutivo sul mercato a prezzi più alti. Per questo il costo del gas non può essere valutato solo in condizioni normali: deve includere anche il costo delle interruzioni, della volatilità e delle misure necessarie per garantire la sicurezza energetica. 

Nonostante questi problemi, l’Europa non ha ancora reciso completamente i rapporti energetici con la Russia. Alla fine del 2025, le istituzioni europee hanno raggiunto un accordo per eliminare progressivamente le importazioni di combustibili fossili russi: il GNL entro il 31 dicembre 2026, il gas via gasdotto entro il 30 settembre 2027, con una possibile estensione tecnica fino al 1° novembre per garantire il riempimento degli stoccaggi. L’obiettivo dichiarato è porre fine alla dipendenza da «un fornitore inaffidabile» che ha destabilizzato il mercato energetico europeo.

Ma fino a quella data, il sistema resterà parzialmente esposto. Negli ultimi giorni, proprio a causa della crisi nello stretto di Hormuz, le forniture russe hanno registrato un aumento nell’unica rotta attiva, quella del gasdotto TurkStream sono saliti fino a circa 55 milioni di metri cubi al giorno, mentre le esportazioni di GNL verso l’Europa sono cresciute del diciassette per cento su base annua, arrivando a circa 4,8 milioni di tonnellate nel primo trimestre. 

I volumi restano inferiori rispetto al passato: nel 2025 le esportazioni via gasdotto verso l’Europa si sono fermate a circa 18 miliardi di metri cubi annui, contro i 170-180 miliardi prima del 2022. Non esiste più la capacità infrastrutturale per ricostruire la dipendenza di un tempo. Il gas russo può sembrare conveniente quando il mercato è sotto pressione. Ma questa convenienza è contingente, non strutturale. Dipende da condizioni eccezionali e non elimina il rischio che quelle forniture vengano ridotte o interrotte. Chi ci assicura che non accadrà lo stesso, soprattutto in un momento di crisi per la Russia al fronte? Il confronto con il GNL, in particolare quello statunitense, deve per forza partire dalla risposta a questa domanda. 

Certo, Il gas naturale liquefatto, in particolare quello statunitense, funziona in modo diverso. Non arriva attraverso un tubo fisso, ma via nave, e questo cambia completamente le regole del gioco. Una nave carica di GNL può partire dagli Stati Uniti e, a seconda dei prezzi, essere diretta verso l’Europa o verso l’Asia. Se in Europa il prezzo sale, più navi vengono deviate lì. Se invece cala, i carichi vengono spediti altrove. Questo significa che nessun singolo fornitore può controllare il mercato come avveniva con il gas russo via gasdotto. Se un paese riduce le forniture, altri possono intervenire rapidamente. È successo nel 2022: mentre i flussi russi diminuivano, l’Europa ha aumentato drasticamente le importazioni di GNL dagli Stati Uniti, che sono diventati il primo fornitore.

Dal punto di vista dei costi, la differenza tra le due opzioni oggi è più ridotta di quanto si pensi. Alla fine del 2025, portare GNL dagli Stati Uniti in Europa, considerando estrazione, liquefazione, trasporto e rigassificazione,  costava circa 10,47 dollari per MMBtu, l’unità di misura dell’energia del gas usata nei mercati internazionali, mentre il prezzo del gas sul mercato europeo, il Title Transfer Facility (TTF), era intorno ai 9,39 dollari per MMBtu. In pratica, il gas americano costava leggermente di più, ma la distanza era minima e variabile. E soprattutto, quel prezzo include un vantaggio fondamentale: non dipende dalle decisioni di un singolo paese. Il gas russo, invece, poteva risultare più economico sulla carta, ma solo finché le forniture restavano stabili, una condizione tutt’altro che garantita.

Il punto, quindi, non è scegliere tra gas russo e gas americano in base al prezzo di oggi. È scegliere tra un sistema esposto a decisioni politiche e uno più diversificato e competitivo. Nel primo caso, il costo può sembrare basso finché tutto funziona. Nel secondo, il prezzo può essere più alto in alcune fasi, ma è più stabile e prevedibile. Negli ultimi anni, l’Europa ha già pagato il prezzo della prima opzione. Ed è questo che rende il ritorno al gas russo non una soluzione economica, ma un rischio che il sistema energetico europeo sta cercando di eliminare definitivamente.

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