Pagamento TFS dipendenti pubblici: Governo sotto pressione
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ROMA – Il tema del TFS dei dipendenti pubblici torna con forza al centro del dibattito politico e sindacale. Nella giornata dell’8 aprile, alla Camera, una conferenza stampa promossa dal Movimento 5 Stelle insieme alle principali sigle sindacali ha rilanciato la richiesta di un intervento immediato del Governo per superare il meccanismo di differimento e rateizzazione del trattamento di fine servizio, da anni al centro di critiche e contenziosi.
Al centro della mobilitazione, la convinzione condivisa che il TFS dei dipendenti pubblici non possa più essere considerato una variabile finanziaria, ma un diritto pienamente esigibile al momento della cessazione del rapporto di lavoro, al pari di quanto avviene nel settore privato.
TFS e diritti: la pressione politica e sindacale
“Dopo tre pronunciamenti della Corte costituzionale questa è l’ora della verità” ha esordito il deputato Alfonso Colucci, promotore dell’iniziativa. “I lavoratori pubblici non sono un bancomat nelle mani del Governo. Non accettiamo provvedimenti spot: bisogna ristabilire un sano rapporto di fiducia fra questi stessi lavoratori e lo Stato”.
Una posizione rafforzata dalle parole del capogruppo del M5S in Commissione Lavoro, Dario Carotenuto, che ha sottolineato come “su questo come su tanti altri temi la maggioranza ha alzato un muro. Ma la nostra battaglia non si ferma. Non possiamo sempre attendere l’intervento della magistratura o della Consulta: questi sono soldi dei lavoratori e a loro devono andare, negarglieli è criminoso”.
Anche Valentina Barzotti ha insistito sulla dimensione sociale della questione: “Il punto è politico. Andare incontro ai lavoratori pubblici, i cui salari spesso insufficienti non permettono di accantonare risorse, è un imperativo. C’è l’urgenza di intervenire perché coloro che vanno in pensione hanno assoluto bisogno di ricevere quei soldi. Basta nascondersi dietro al nodo delle coperture quando poi si spendono centinaia di miliardi in armi”.
Sulla necessità di individuare soluzioni concrete si è espresso anche Gianmauro Dell’Olio: “Il Governo è obbligato a trovare una soluzione. Proprio a tal fine, seppur dall’opposizione, sto interloquendo sia con la Ragioneria generale dello Stato sia con il Ministro Giorgetti e ho avviato i contatti con l’INPS, conscio della necessità di un intervento. Non è possibile buttare miliardi sul Ponte sullo Stretto e al contempo continuare a ledere i diritti di milioni di cittadini”.
Sindacati uniti: “Pagamenti immediati e fine delle disparità”
Accanto alla pressione politica, è il fronte sindacale a chiedere con forza una svolta normativa.
“C’è una pdl che deve andare avanti, cancellando le discriminazioni tra pubblico e privato. Insieme alle altre sigle abbiamo raccolto 50mila firme per risolvere questa incresciosa situazione, il governo deve fare qualcosa” ha dichiarato il segretario generale di COSMED, Giorgio Cavallero.
Sulla stessa linea Tiziana Cignarelli, segretaria generale della confederazione CODIRP: “Stiamo vivendo in deroga alla Corte costituzionale. Chiediamo il ripristino dei diritti violati, anche con il risarcimento dei danni subiti. Le coperture si devono trovare al di fuori del mondo del lavoro, non sempre nel mondo del lavoro e sempre a carico della medesima platea”.
Il tema dell’erosione del valore reale del TFS è stato evidenziato da Roberto Caruso, presidente di FP CIDA: “C’è un ulteriore aspetto da considerare: la differenza tra il valore nominale del Tfs e il valore effettivo reale. Ad esempio, un dirigente che ha diritto di percepire 150mila euro di trattamento di fine rapporto nominale perde 11.500 euro a causa dell’inflazione. L’obiettivo è vincere questa battaglia entro l’anno”.
Per Marco Carlomagno, segretario generale della CSE, “tutte le soluzioni fin qui trovate si sono rivelate insufficienti. Non possono passare anni prima che il Tfs venga erogato, questo deve essere messo nell’immediata disponibilità dei lavoratori. Basta giocare con i numeri e con la vita delle persone”.
Corte costituzionale e scadenze: il nodo normativo su TFS dipendenti pubblici
Il riferimento alle pronunce della Corte costituzionale è centrale nel dibattito. Come evidenziato dallo stesso Carlomagno, “la recente ordinanza della Corte Costituzionale, ancorché susciti qualche comprensibile perplessità per il fatto che mantiene ancora in vita una norma giudicata dalla stessa Corte sin dal 2019 illegittima, ha comunque un merito: quello di aver fissato una data perentoria (il 14 gen 2027) entro la quale il legislatore deve dare attuazione alle due precedenti sentenze sul TFS”.
Da qui la richiesta di un intervento strutturale: “Come CSE chiediamo: un intervento legislativo che risolva definitivamente la vergogna del TFS differito e rateale che dura da quasi 30 anni; un nuovo assetto normativo che allinei le regole del trattamento di fine lavoro tra pubblico e privato, eliminando le disparità oggi esistenti anche in corso di vita lavorativa”.
Carlomagno ha inoltre sottolineato un elemento tecnico cruciale: “centrale, sotto questo profilo, ci appare la circostanza che anche nel lavoro pubblico, al pari di quello privato, le trattenute operate mensilmente nel corso della vita lavorative vengano accantonate realmente e non virtualmente, rendendo così possibile anche al lavoratore pubblico, per esempio, l’accesso a una parte di quanto accantonato per esigenze familiari o personali”.
“Non è solo un ritardo: è un diritto negato”
Il tono delle organizzazioni sindacali si fa ancora più netto nelle dichiarazioni di Ezio Cigna, responsabile politiche previdenziali della CGIL: “Non stiamo parlando solo di sequestro, ma anche di furto. Il Governo riapra il confronto con le organizzazioni sindacali, fermo da settembre 2023. Mettere una toppa peggiorerebbe solo la situazione, la Costituzione non va cambiata ma applicata”.
Sulla stessa linea Santo Biondo, segretario confederale della UIL, che ha ribadito come “il Tfs è salario già maturato e dunque è un diritto contrattuale che deve essere contestualmente erogato, così come avviene nel privato, nel momento in cui c’è la cessazione del rapporto di lavoro. Bisogna quindi superare il meccanismo di differimento e rateizzazione e irrobustire la macchina amministrativa, al fine di garantire una gestione più fluida del meccanismo di pagamento”.
A chiudere il quadro, Ignazio Ganga della CISL: “Non so in quanti altri casi nella storia d’Italia la Consulta si è espressa due volte con sentenza e stavolta con quella che definirei ordinanza-ingiunzione. Noi abbiamo fatto di tutto, tale vertenza va disinnescata al più presto: questi sono soldi delle lavoratrici e dei lavoratori”.
TFS dipendenti pubblici: una battaglia aperta tra finanza pubblica e diritti
La questione del TFS dipendenti pubblici si conferma dunque uno dei nodi più sensibili nel rapporto tra Stato e dipendenti pubblici. Da un lato le esigenze di finanza pubblica, dall’altro il principio – ribadito più volte anche dalla giurisprudenza costituzionale – secondo cui si tratta di retribuzione differita già maturata.
Per il sindacato, la partita non è solo economica ma anche di civiltà giuridica. “Siamo convinti che questa che stiamo combattendo è una battaglia di civiltà e di diritto nel pieno rispetto dei principi fondativi costituzionali” ha concluso Carlomagno, ribadendo la necessità di un fronte unitario capace di incalzare il Governo verso una soluzione definitiva.
Con la scadenza fissata al 2027 e la pressione politica in crescita, il dossier TFS torna così a rappresentare un banco di prova per l’Esecutivo, chiamato a trovare un equilibrio tra sostenibilità finanziaria e tutela dei diritti dei lavoratori pubblici.
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