Jim Bear Jacobs: l’intellettuale anti trumpiano discendente dei Mohicani

Aprile 10, 2026 - 15:30
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Jim Bear Jacobs: l’intellettuale anti trumpiano discendente dei Mohicani

Continua il viaggio alla scoperta delle persone che stanno dando corpo e vita al movimento No Kings negli Stati Uniti. Si tratta di dodici ritratti di altrettanti punti di riferimento della società civile di Minneapolis e Saint Paul, le twin cities che, dalla rivolta anti Ice in avanti, stanno riscrivendo la storia dell’attivismo civile negli Usa. Gli articoli sono tratti dal numero di VITA magazine di aprile intitolato “Minneapolis, l’America dopo Trump”. Le interviste sono di Doriano Zurlo, le foto di Stefano Rosselli e Doriano Zurlo, inviati a Minneapolis per VITA. Qui i primi due ritratti: Andrew Schumacher Bethke, insegnante di storia e patroller e Amy Levad, teologa, mamma e volontaria in incognito.

È nato a Saint Paul e vive nell’area di Minneapolis. È un punto di riferimento per i nativi americani di tutto il Minnesota, che si dividono in sette tribù Ojibwe e quattro tribù Dakota. Appartiene al clan della Tartaruga ed è cittadino della Stockbridge-Munsee Band of Mohican Indians, ovvero: è un diretto discendente dei mohicani che vivevano nell’area di Manhattan, lungo il fiume Hudson, e poi sono stati spostati a 1.100 miglia di distanza, nel Wisconsin centrale. Jim Bear Jacobs è stato anche co-direttore per la giustizia razziale del Minnesota Council of Churches, un’organizzazione non profit colpita duramente dai tagli ai finanziamenti federali per il reinsediamento dei rifugiati dell’amministrazione Trump. Per dare un’idea: nel 2024, i finanziamenti avevano aiutato l’organizzazione a reinsediare 1.200 persone. A fine 2025 erano meno di 50. E dei 71 dipendenti del Mcc, oggi ne rimangono 22. Jim Bear Jacobs ha guidato, insieme alla dottoressa Kelly Sherman-Conroy della All Nations Indian Church, una manifestazione di protesta al Whipple Building che ha coinvolto più di mille persone, tra cui molti nativi e addirittura dei danzatori aztechi arrivati apposta dal Messico.

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Da dove viene la solidarietà dei nativi americani per gli immigrati perseguitati dall’Ice? In fondo, gli unici a non essere immigrati in queste terre siete voi…

Noi, come popoli nativi, abbiamo un modo di pensare spirituale secondo cui siamo tutti imparentati. Esistono modi giusti di trattare i propri parenti e modi ingiusti. Ciò che vediamo fare dall’Ice è ingiusto, perché abusivo e violento. Questo, in generale. Più specificamente, la nostra solidarietà nasce anche dal fatto che molte delle persone che vengono prese di mira sono indigene del Messico, dell’America Centrale o dell’America del Sud.

Sentite di essere lo stesso popolo?

L’unica cosa che separa gli Stati Uniti dal Messico è un fiume. Non ha alcun senso logico dire che se vieni da un lato del fiume hai questi diritti umani, e se vieni dall’altro lato del fiume, pazienza. Un fiume non è una linea nella sabbia che definisce la tua umanità. È semplicemente un fiume. E inoltre c’è una profezia che parla dell’aquila e del condor che si incontrano. L’immagine è questa: sono entrambi grandi uccelli maestosi. Le aquile rappresentano i popoli dei territori del nord, mentre i condor rappresentano i popoli dei territori del sud. E ci saranno momenti in cui questi due si incontreranno nei momenti di crisi, quando il mondo avrà bisogno di questo incontro.

Ci sono state azioni contro i nativi americani?

So di quattro uomini Lakota che sono stati fermati. Uno di loro è stato rilasciato alla fine, ma non so se sappiamo ancora dove siano gli altri tre. Non ho sentito dire che siano stati trovati.

C’è razzismo verso i nativi americani?

Sì. I popoli indigeni hanno diritti di caccia e pesca garantiti dai trattati. Negli anni Novanta questi diritti hanno iniziato a essere effettivamente esercitati, e questo ha creato una forte reazione contraria. Ci sono stati anche episodi di violenza significativa. Negli Stati Uniti poi, esiste questa tradizione di dare alle squadre sportive nomi ispirati ai popoli indigeni. La squadra di football americano di Washington si chiamava Redskins. Redskins è un nome offensivo. È un insulto razziale. Spesso i tifosi assumono comportamenti offensivi e stereotipati. Per esempio indossano piume, che per noi hanno un significato spirituale importante, ma loro le trattano come giocattoli. C’è anche disinformazione. Molte persone credono che noi, come nativi americani, non paghiamo le tasse. Magari fosse vero… Vediamo anche forme di razzismo sistemico, nei servizi sanitari, nei servizi educativi e in altri ambiti. I popoli indigeni hanno aspettative di vita tra le più basse negli Stati Uniti. E tassi di disoccupazione molto alti. E i risultati più bassi nel campo dell’istruzione. Intendo quelli che chiamate indicatori sociali dell’istruzione, come il completamento della scuola superiore o il conseguimento di lauree universitarie o di lauree avanzate. Queste sono tutte questioni sistemiche.

Cosa ha da insegnare la vostra spiritualità al mondo occidentale?

Tutto è interconnesso e non esiste una vera divisione tra ciò che è secolare e ciò che è sacro. Come individuo nativo sento di fare parte della creazione, di essere connesso alla creazione, imparentato con tutto. Anche con i bianchi. Il mio obiettivo è vivere e preservare l’armonia con i miei parenti che sono là fuori. E con “parenti” intendo anche gli alberi, l’acqua, l’erba, l’aria. Vivere in armonia con tutto questo. Certo, per vivere devo raccogliere piante, cacciare animali, consumare cose. Ma quello che facciamo è assumere una relazione reciproca. Una delle cose che faccio alla fine della primavera e durante l’estate è portare i miei figli a raccogliere la salvia. L’ideologia occidentale direbbe semplicemente: «C’è una pianta che cresce e io ne ho bisogno, quindi la prendo». Ma non è così. C’è un’intera cerimonia. Io e mio figlio, prima ancora di entrare nel campo, ci fermiamo sul bordo. Abbiamo tabacco nelle mani. Offriamo una preghiera di gratitudine e di ringraziamento. Poi spargiamo il tabacco, lo distribuiamo sulla terra. E solo dopo entriamo. Siamo molto consapevoli di come raccogliamo la salvia. Per i bianchi è solo un’erbaccia, una pianta fastidiosa. Per noi è una medicina. Cresce spontaneamente. Se prendiamo ogni pianta che vediamo, allora la stagione successiva non ci sarà più. Quindi siamo molto attenti a lasciarne una parte. E non prendiamo mai la radice. E offriamo la stessa cosa anche quando, per esempio, vado a caccia di cervi o a pescare. Sto prendendo una vita. Un animale sta dando la sua vita perché io possa vivere. Parte della responsabilità è usare quell’animale nel modo giusto. Usare quanto più possibile dell’animale. E condividerlo.  

Jim Bear Jacobs ha fondato Healing Minnesota Stories, un’organizzazione che promuove la conoscenza della storia e la visita ai luoghi dei Dakota e degli Ojibwe (foto di Stefano Rosselli)

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