Trump cerca una via d’uscita dall’Iran, ma non la trova

Mar 28, 2026 - 20:00
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Trump cerca una via d’uscita dall’Iran, ma non la trova

Donald Trump ha bisogno di una via d’uscita dall’Iran. Non ha molte carte, considerando che la sua priorità, l’unica certezza che possiamo scorgere nel mare delle bugie raccontate nell’ultimo mese, è che non vuole impelagarsi in un conflitto boots on the ground. La verità è che dopo quattro settimane di guerra l’Iran è diventato un problema strategico. Gli Stati Uniti non hanno ottenuto nessuno degli obiettivi che l’amministrazione aveva lasciato intendere – né il collasso del regime, né la neutralizzazione definitiva della minaccia nucleare, né una dimostrazione di forza tale da ristabilire la deterrenza nella regione. In cambio ha ottenuto: aumento dei costi dell’energia, tredici soldati statunitensi morti in Medio Oriente, circa centocinquanta feriti e un capitale politico sempre più fragile. Non si può certo definire un affare.

Il dato più netto lo sintetizza l’Economist nella sua ultima cover story: «Per ora, il vantaggio è dell’Iran». È una conclusione controintuitiva, forse, in apparenza. Teheran ha incassato colpi durissimi, con una leadership decapitata e infrastrutture militari distrutte, ma il regime è ancora in piedi. E in una guerra di questo tipo «la mera sopravvivenza conta già come una sorta di vittoria», scrive il magazine britannico.

Il punto è che la guerra ha prodotto un effetto opposto a quello dichiarato inizialmente da Trump. Invece di indebolire il sistema iraniano, ne ha rafforzato le componenti più radicali. I Pasdaran controllano il Paese come e più di prima, l’opposizione interna della società civile è silenziosa perché ha meno risorse e si sente più vulnerabile alla repressione, e la pressione esterna ha ricompattato i vertici religiosi.

Allo stesso tempo, l’Iran ha dimostrato di poter colpire dove fa più male. Lo Stretto di Hormuz, da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, è diventato una leva strategica. Dopotutto, non serve vincere militarmente se si riesce a rendere il costo della guerra insostenibile per l’avversario.

A questo punto Trump sta iniziando a pagare per la sua politica estera improvvisata. Da più di un anno gli Stati Uniti scrutano il mappamondo con istinto predatore, solo per assecondare i pruriti del presidente e senza badare troppo alle conseguenze. In Venezuela è andata bene, sui dazi è intervenuta la Corte Suprema, la Groenlandia è una partita mai davvero iniziata, sull’Ucraina non c’è stato nessun passo avanti. Con l’Iran, stavolta sì, c’è un pegno da pagare.

In questa campagna mediorientale, Trump è stato soggiogato dagli alleati con più interessi nella regione: Mohammed bin Salman e Benjamin Netanyahu. Le sue operazioni improvvisate avevano diversi obiettivi possibili ma non un piano credibile per raggiungerli a un costo accettabile. Il risultato è quello che in gergo si chiama goal displacement: hanno inanellato alcuni successi tattici che non producono alcun risultato politico.

Lo spiega bene un’analisi pubblicata ieri da Foreign Affairs: «Il miglior scenario possibile, cioè il cambio di regime, è già fuori portata. L’obiettivo minimo, cioè il contenimento attraverso cicli ripetuti di attacchi, il cosiddetto mowing the lawn (letteralmente, falciare il prato), è difficilmente sostenibile. Richiederebbe un impegno militare intermittente ma permanente, con costi economici elevati e risultati incerti. Peggio: ogni attacco riduce le capacità iraniane ma ne aumenta gli incentivi alla ritorsione. Un equilibrio instabile che rende il conflitto potenzialmente infinito».

A questo punto ci sarebbero due sole opzioni sul tavolo: escalation o negoziato. L’escalation può sembrare una soluzione definitiva, perché andrebbe a colpire infrastrutture energetiche, occupare porzioni di territorio, e tentare di prendere il controllo dello Stretto di Hormuz. Ma nessuna di queste opzioni è davvero percorribile. Non senza un’invasione di terra, che però nessuno vuole e che sarebbe logisticamente proibitiva. E ogni passo avanti aumenterebbe il rischio di trascinare gli Stati Uniti in un conflitto diretto, lungo e costoso. Esattamente ciò che Trump ha promesso di evitare.

Quindi negoziato. Il male minore. Ma è questa strada passa da concessioni che Trump non avrebbe voluto fare. Negli ultimi giorni il presidente ha oscillato tra minacce e aperture, in una sequenza che racconta più la pressione del contesto che una strategia definita. Dopo aver promesso di «continuare a colpirli» se Teheran non avesse ceduto, ha concesso altri dieci giorni per riaprire lo Stretto di Hormuz, parlando di colloqui che starebbero andando «molto bene» – poi smentiti dagli iraniani. In realtà, più che un segnale di forza, è un riconoscimento implicito dei limiti americani: i mercati in caduta, il petrolio sopra i cento dollari al barile e la vulnerabilità delle rotte energetiche hanno imposto una pausa. Mercoledì sera Trump ha provato a venderla come una richiesta del nemico: «Su richiesta del governo iraniano, gli Stati Uniti estendono il periodo di stop dei raid contro gli impianti dell’energia in Iran di dieci giorni, fino al 6 aprile», alle otto di sera (ora di Washington), ha scritto Trump in un post su Truth. «I negoziati stanno andando avanti e malgrado dichiarazioni erronee del contrario da parte dei media che diffondono notizie false, e altri, stanno andando molto bene».

La guerra è impopolare, non ha prodotto risultati chiari e rischia di pesare sull’economia, a partire dal prezzo dell’energia. In un anno di elezioni di midterm, in cui c’è in gioco la maggioranza al Congresso, è una combinazione pericolosa. Per questo la via d’uscita più probabile è anche la più ambigua: trovare un qualsiasi tipo di accordo di cessate il fuoco con l’Iran, convincere Israele a rispettarlo e uscire di scena. Trump canterebbe vittoria come fa sempre, pur non avendo le carte. Il regime iraniano resterebbe al suo posto, lì dov’era prima della guerra.

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