Trump dimentica che gli alleati contano anche per il Paese più potente al mondo

«Al netto delle dichiarazioni d’intenti, l’Europa è fuori dai giochi in Medio Oriente da quando, nel corso del primo mandato di Donald Trump, gli Stati Uniti abbandonarono il Jcpoa, cioè l’accordo sul nucleare iraniano, alla cui strutturazione avevano contribuito anche l’Unione europea, in particolare Francia e Germania, e il Regno Unito». A parlare è l’ambasciatore Giampiero Massolo, già segretario generale della Farnesina e direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, oggi vicepresidente di Mundys, società attiva nel settore delle infrastrutture autostradali, aeroportuali e dei servizi legati alla mobilità
L’Europa oggi sembra impossibilitata a giocare un ruolo nella crisi mediorientale. Perché?
Nonostante i successivi tentativi di ripristinare il Jcpoa, l’Iran ha progressivamente espresso la preferenza per un’interlocuzione diretta quasi esclusivamente con Washington, senza considerare le potenze europee determinanti per lo sviluppo di una base diplomatica sul tema nucleare. Di conseguenza, i negoziati sono naufragati. Per quanto riguarda la guerra in corso, i Paesi europei non dispongono né delle condizioni costituzionali, né dello slancio politico, né della capacità militare, e nemmeno del consenso interno necessario per compiere azioni offensive al di fuori del perimetro del diritto internazionale, che continuano a considerare vincolante. Questo li rende incapaci di seguire pienamente la linea operativa degli Stati Uniti. Tuttavia, questa impossibilità non ha ridotto la pressione americana, che anzi si è intensificata sia pubblicamente sia privatamente, fino alle accuse del presidente Trump sulla mancanza di coraggio degli alleati europei e le minacce di abbandono della Nato o di “punizione” nei confronti degli alleati che hanno rifiutato di fornire il sostegno richiesto.
Come giudica queste accuse?
Neppure il Paese più potente al mondo può conseguire i propri obiettivi geopolitici senza solidi alleati. Le coalizioni e la loro unità sono strumenti essenziali per il successo strategico. Sarebbe quindi auspicabile da parte americana una maggiore comprensione delle condizioni in cui si trovano gli alleati europei. Va anche detto che l’Europa è pienamente disponibile a contribuire agli sforzi diplomatici per porre fine alla guerra ed a collaborare sul piano operativo, ad esempio favorendo la sicurezza dello Stretto di Hormuz: garantire la libertà di navigazione, scortare le imbarcazioni e svolgere attività di sminamento, in collaborazione con gli Stati Uniti, una volta raggiunto un cessate il fuoco stabile.
In questo scenario, l’Europa resterà comunque incapace di garantire i propri interessi in autonomia?
Si tratta di una questione di medio-lungo periodo. Il punto centrale è capire fino a quando l’Europa potrà permettersi di restare ai margini nella gestione delle crisi che incidono direttamente sui suoi interessi di sicurezza, economici ed energetici. Pensare di delegare ancora ad altri la propria sicurezza è un errore strategico. È quindi necessario sviluppare una reale autonomia strategica nei settori chiave. Nel breve termine, però, è impossibile farlo senza gli Stati Uniti: il legame resta fondamentale, come insopprimibile la dipendenza e la connessione profonda dagli stessi nei settori sensibili della sicurezza nazionale. In prospettiva, invece, sarà necessario rafforzare l’autonomia europea nella difesa, nell’energia e nella capacità di incidere sul piano internazionale, anche attraverso un lavoro sull’opinione pubblica, che deve comprendere l’importanza della sicurezza e della proiezione esterna. Sarà inoltre necessario riflettere sull’adeguamento dei sistemi giuridici alle nuove sfide globali, considerando il quadro globale attuale e le modalità con cui avvengono le risoluzioni delle controversie internazionali tra Stati.
L’incapacità degli Stati Uniti di difendere i partner del Golfo Persico dagli attacchi iraniani quanto influirà sulla loro influenza in Medio Oriente nel lungo termine?
Gli attacchi iraniani contro i Paesi del Golfo non direttamente coinvolti nel conflitto – e neanche intenzioni dal principio a prenderne parte – sono stati illegali ed inaccettabili. Questi attori già da tempo percepiscono due criticità nei rapporti con gli Stati Uniti. La prima riguarda l’incostanza dell’approccio americano nel tempo, a seconda della traiettoria di politica internazionale assunta dalle varie amministrazioni susseguitesi, unita alla percezione di una limitata determinazione nel garantire la loro sicurezza. Questo ha spinto alcuni attori, come l’Arabia Saudita, a cercare soluzioni alternative, incluso il dialogo con l’Iran mediato dalla Cina o accordi di sicurezza paralleli, pensiamo a quello stretto con il Pakistan sulla difesa. La seconda riguarda la percezione di un’eccessiva libertà concessa ad Israele da parte americana. Dopo il 7 ottobre, Israele ha privilegiato una risposta militare rispetto alla ricerca delle soluzioni politiche, con il rischio di perdere in alcune azioni compiute il rispetto del principio di proporzionalità. I Paesi arabi si aspettavano che gli Stati Uniti esercitassero un maggiore controllo su Israele per dissuaderlo dal compiere alcune operazioni di guerra. Quanto al conflitto attuale con l’Iran, si è generato un atteggiamento ambivalente nei Paesi del Golfo: inizialmente ha prevalso la cautela per evitare destabilizzazioni e la messa in guardia verso gli Usa dal compimento di una escalation. A guerra iniziata, è scaturita la reiterata richiesta di non lasciare il conflitto incompiuto o interromperlo prima di aver azzerato la minaccia rappresentata dall’Iran. Pertanto, possiamo ritenere che nel breve termine questi Paesi tendono ad allinearsi agli Stati Uniti per necessità. Nel medio periodo, però, il tema della loro sicurezza tornerà centrale e dipenderà da due fattori: l’esito del confronto con l’Iran che ridisegnerà il volto e l’equilibrio mediorientale ed il grado di libertà concesso a Israele per ampliare la propria influenza sulla regione.
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