Trump vuole dichiarare emergenza nazionale per controllare le elezioni

L’ammirazione di Donald Trump per i dittatori di tutto il pianeta lo spsinge all’emulazione delle abitudini più pericolose. Dall’inizio del secondo mandato, il presidente americano sta facendo di tutto per concentrare i poteri della più antica democrazia del mondo nelle mani dell’esecutivo. Nei prossimi mesi, secondo le ricostruzioni del Washington Post, potrebbe fare un passo ulteriore: usare la leva dell’emergenza nazionale per intervenire direttamente sulle regole delle elezioni di midterm di novembre. Magari come antipasto di ciò che vedremo alle presidenziali 2028.
Il quotidiano rivela che alcuni attivisti vicini alla Casa Bianca starebbero facendo circolare una bozza di ordine esecutivo di diciassette pagine che ricorda le presunte interferenze straniere nelle elezioni del 2020: il documento dovrebbe diventare la base giuridica per sbloccare poteri straordinari. Un’idea tanto semplice quanto estrema e pericolosa. Lanciare un simile allarme permetterebbe di dire che la sicurezza nazionale è a rischio e, in nome di quella minaccia, imporre restrizioni su voto per posta, macchine elettroniche e meccanismi di registrazione degli elettori.
Siamo ancora nel campo delle ipotesi, ma un decreto del genere segnerebbe un passaggio senza precedenti nella storia costituzionale degli Stati Uniti. L’articolo del Washington Post, firmato da Isaac Arnsdorf, racconta che il documento – stilato per la prima volta ad aprile 2025 – sostiene che la Cina avrebbe interferito nelle elezioni vinte da Joe Biden, creando così le condizioni per dichiarare un’emergenza ai sensi del National Emergencies Act del 1976 e di altre leggi federali.
Trump non ha mai accettato formalmente la sconfitta del 2020 e negli ultimi mesi ha promesso di introdurre l’obbligo di presentare un documento d’identità per votare – una condizione non così scontata in un Paese in cui non c’è la carta d’identità – e di vietare il voto per posta già dalle elezioni di midterm di novembre. La Casa Bianca, scrive il Washington Post, non ha chiarito se e in che forma l’ordine esecutivo verrà effettivamente firmato. Ma il presidente ha anticipato sui social che presenterà «argomentazioni legali inconfutabili».
A spingere l’ipotesi è, tra gli altri, Peter Ticktin, avvocato della Florida ed ex compagno di studi di Trump, che ammette un «certo coordinamento» con ambienti della Casa Bianca. «In base alla Costituzione sono gli Stati a controllare le elezioni», dice Ticktin al Washington Post, «ma se il presidente sa che possono esserci interferenze straniere, questo crea un’emergenza nazionale che deve poter affrontare». Secondo lui, l’emergenza consentirebbe di vietare il voto per posta e le macchine elettroniche per il voto, ritenute vulnerabili.
Le agenzie di intelligence americane avevano concluso nel 2021 che la Cina aveva valutato possibili interferenze nel 2020 senza però portarle avanti. Tuttavia l’attuale direttrice dell’Intelligence Nazionale, Tulsi Gabbard, sta guidando una nuova revisione sulla sicurezza elettorale focalizzata proprio sulle influenze straniere. Come ricorda il Washington Post, Gabbard era presente anche durante una perquisizione dell’Fbi in Georgia su schede del 2020, benché nel mandato non si parlasse di interferenze estere.
La bozza di ordine esecutivo, sempre secondo il quotidiano, prevederebbe misure radicali: schede cartacee compilate e conteggiate a mano, nuova registrazione degli elettori con prova di cittadinanza per le elezioni del 2026, forti restrizioni al voto per posta e il coinvolgimento diretto del Dipartimento di Giustizia, dei servizi per l’immigrazione, della Social Security Administration e del servizio postale per identificare votanti non idonei.
Il nodo costituzionale è evidente. L’articolo I, sezione 4, della Costituzione attribuisce ai parlamenti statali e al Congresso la regolazione delle elezioni, senza menzionare alcun ruolo presidenziale. Un’emergenza nazionale in materia elettorale non è mai stata testata in tribunale. E già un precedente ordine firmato da Trump lo scorso marzo, che imponeva prova di cittadinanza e limitazioni ai finanziamenti agli Stati, è stato bloccato parzialmente da diverse corti federali.
I democratici parlano apertamente di attacco alle istituzioni. Il senatore Mark Warner, citato dal Washington Post, sostiene che «non c’è alcuna emergenza nazionale» e definisce l’iniziativa «un complotto per interferire con la volontà degli elettori e minare lo Stato di diritto».
Nel frattempo Trump continua a fare pressione sul Congresso perché approvi il Save America Act, che renderebbe obbligatoria la prova di cittadinanza e un documento con foto per votare. La misura è passata alla Camera ma incontra ostacoli al Senato. Il presidente ha già lasciato intendere che, in caso di stallo legislativo, agirà unilateralmente.
Il quadro che emerge dall’inchiesta del Washington Post è quello di una strategia in due tempi: riaprire il dossier sulle presunte interferenze del 2020 e, su quella base, tentare di ampliare i poteri dell’esecutivo in nome della sicurezza nazionale. Una strada giuridicamente incerta e politicamente pericolosissima.
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