Un pilota, mille invisibili

Aprile 4, 2026 - 17:00
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Un pilota, mille invisibili
Pilota e Margherite - geneletti

Da ore il mondo cerca un uomo solo.

È un aviatore americano precipitato in Iran. Non sappiamo quasi nulla di lui, salvo la cosa che per giornali, eserciti e governi conta più di tutte: è uno dei due uomini a bordo del primo F-15E statunitense abbattuto dentro l’Iran dall’inizio della guerra. Uno dei due è stato recuperato. L’altro no. E da quel momento il conflitto, per qualche ora, ha smesso di essere una guerra ed è diventato una caccia all’uomo.

La stampa americana racconta la macchina che si mette in moto. È una macchina impressionante.

C’è una “stanza pronta” dove le squadre di Ricerca e Soccorso in Combattimento aspettano già vestite. C’è l’ex “paracadutista da recupero” Scott Fales che spiega che “c’è sempre un piano di recupero pronto ad essere attivato. Comprende tutto da informazioni umane di spionaggio ai segnali delle tecnologie di monitoraggio: droni, intercettazioni, satelliti”. Ci sono mitraglieri che identificano minacce, piloti che cercano un punto dove atterrare, uomini esperti a valutare sul campo in pochi secondi se curare sul posto o prendere e fuggire.

C’è perfino la grammatica della sopravvivenza: nascondersi, evitare la cattura, cercare acqua, muoversi di notte, scegliere un tetto o un campo da cui poter essere estratti, se si è in città o in aree rurali. Un altro ex pilota, Houston Cantwell, riassume il trauma in una frase che sembra uscita da un film: due minuti prima sei su un jet a 1000 chilometri all’ora, poi un missile ti esplode a cinque metri dalla testa.

La Casa Bianca fa sapere che Trump “è stato informato”. E Trump, parlando a NBC, liquida la domanda se questo cambia qualcosa con tre parole: “No, è la guerra”. È una frase brutale e perfetta. Dice insieme due cose: che tutto questo è normale, e che niente di tutto questo è normale.

Ora, mentre il mondo segue il destino di quell’uomo, c’è una domanda che si impone. Perché una sola vita mobilita il pianeta mentre, nella stessa guerra, migliaia di altre vite scorrono come sfondo?

Al Jazeera scrive che in Iran i morti hanno superato i 2.000 e i feriti sono oltre 26.000, e che centinaia di siti civili, scuole, ospedali, università, fabbriche farmaceutiche, sono stati colpiti. Le agenzie di stampa raccontano una guerra che ormai pesa su energia, mercati, prezzi e sfollati in tutta la regione. Eppure quei morti, quasi sempre, arrivano a noi in forma collettiva: una cifra, una statistica, un blocco umano. Il pilota disperso, invece, arriva come individuo. Ha un corpo, una traiettoria, una sete possibile, una pistola, un paracadute, un nome che forse sapremo più tardi. E ciò che ha un volto attira più attenzione di ciò che ha solo un numero.

Qui non si tratta di dire che la vita del pilota “vale di più”. Si tratta di capire che le guerre producono sempre una gerarchia della visibilità. Alcune vite attivano apparati, lessico, simboli, memoria. Altre restano sullo sfondo perfino quando sono infinitamente più numerose. Il pilota disperso concentra almeno quattro cose.

La prima è la vulnerabilità della superpotenza. Finché la guerra resta fatta di mappe, bombe intelligenti e linguaggio di superiorità, l’America appare una macchina astratta. Un aviatore disperso restituisce il corpo. Mostra che anche la forza più avanzata può cadere, sanguinare, perdersi, dipendere dal caso, dal terreno, da una notte, da una pozzanghera. Reuters lo dice in modo più freddo: l’abbattimento del jet espone il limite della superiorità aerea americana e alza enormemente la posta politica per Washington.

La seconda è la personalizzazione del conflitto. Le migliaia di morti sono una tragedia. Ma restano indistinte. Questo pilota no. È una storia già pronta: era nel cielo, è caduto, forse si nasconde, forse qualcuno lo aiuta, forse qualcuno lo bracca. Il Guardian descrive perfino il suo possibile sguardo mentre viene espulso dall’aereo: “Il momento in cui vedi meglio dove andare, e dove non andare, è mentre stai ancora scendendo col paracadute”. La guerra, che di solito si presenta come massa, viene compressa in una sola figura. E una figura sola, nell’età del racconto continuo, pesa più di una moltitudine.

La terza cosa è il patto morale dello Stato con i suoi combattenti: non ti lasciamo indietro. Questa non è solo Hollywood. È liturgia civile. È dottrina militare. È la religione laica di una potenza che dice ai suoi soldati: puoi morire, ma non sarai abbandonato. Per questo il recupero del pilota non è solo un’operazione. È un rito di credibilità nazionale. Se salta quel rito, salta qualcosa di più grande della singola missione. Il mito di Saving Private Ryan o di Black Hawk Down non nasce per caso: racconta proprio questo, che una sola vita americana può muovere una macchina enorme perché quella macchina, così facendo, salva se stessa. Il principio “non lasciare indietro nessuno” resta centrale anche nella cultura militare americana contemporanea.

La quarta è la battaglia per il significato della guerra. Se il pilota viene recuperato, la storia diventa prova di efficienza, coraggio, capacità di proiezione. Se viene catturato o mostrato dal nemico, la stessa storia si rovescia: la superpotenza appare vulnerabile, l’Iran appare capace di colpire, la guerra appare meno controllata di quanto la Casa Bianca racconti. In questo senso quell’uomo non è solo un uomo. È un frammento concentrato della narrativa del conflitto. Un solo disperso può cambiare il tono politico di una guerra già difficile da giustificare in patria.

Poi c’è il controcanto. Ed è un controcanto duro. Al Jazeera insiste da giorni sul fatto che, mentre l’attenzione globale si stringe su quel singolo punto luminoso, tutto il resto continua a bruciare: bambini, scuole, quartieri, ospedali, università, fabbriche di medicinali, sfollati che non entrano mai davvero nella scena principale. È come se la guerra producesse due registri. Da una parte il registro della singola vita salvabile, narrabile, eroicizzabile. Dall’altra il registro delle vite diffuse, civili, seriali, che non hanno abbastanza concentrazione drammatica per fermare l’occhio del mondo. Alcuni corpi vengono cercati dal cielo. Altri vengono appena contati.

Non è una novità. La guerra ha sempre avuto i suoi corpi nobili e i suoi corpi anonimi. Ma oggi la tecnologia, il liveblog, l’analista in pensione, il linguaggio del soccorso e il bisogno di racconto rendono questa asimmetria più visibile. I giornali (quelli buoni) non fanno nulla di scandaloso. Fanno il loro mestiere: raccontare bene un fatto drammatico. Ma proprio per questo mostrano, senza volerlo, come funziona la gerarchia simbolica della guerra contemporanea. Chi ha un volto, una traiettoria e un protocollo di salvataggio entra nella storia. Chi ha solo una cifra resta sfondo della storia altrui.

Ed è qui che la vicenda del pilota diventa, per paradosso, più importante di se stessa. Non perché sia più tragica delle altre. Ma perché svela il meccanismo. Ci mostra che il potere non decide solo chi colpire. Decide anche chi, una volta colpito, merita un racconto. Decide quali vite diventano storia e quali restano contabilità. Decide quali corpi attivano il mondo e quali lo attraversano senza quasi lasciare traccia. Forse, allora, una guerra si capisce anche così. Non solo da chi viene colpito. Ma da chi, quando scompare, obbliga tutti a guardare.

Tutto questo accade nei giorni in cui il cristianesimo mette al centro un corpo ferito, abbandonato, pianto e poi atteso. Ed è forse anche per questo che l’asimmetria appare ancora più nuda: una sola vita diventa storia, le altre restano contabilità.

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Osare

lascio evaporare le paure
prima discesa dallo scivolo alto
ultima alzata dal letto infermo
salvo l’ago Ryan dal pagliaio in fiamme
nonostante tutto e tanti
dico basta, re nudo
onoro il padre e la madre di altro colore
pianto un seme sulle macerie della storia
sono luce nella notte ghiacciata
io vivo, rinasco, oso

L'articolo “Parliamo di Relazioni”, al Miv di Varese l’incontro con la dott.ssa Chiara De Giorgio sembra essere il primo su VareseNews.

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Redazione Redazione Eventi e News