Alert dell’Agenzia internazionale dell’energia: è la peggiore crisi di sempre, i Paesi evitino di fare scorte di carburanti ora

Punto primo: la crisi energetica attuale è più grave di quelle del 1973, 1979 e 2022 messe insieme. Ma, punto secondo, i Paesi devono evitare di accumulare ora petrolio e gas perché altrimenti non funzioneranno le soluzioni messe in campo e la situazione si farà davvero esplosiva. A dirlo è il direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia (International energy agency, Iea) Fatih Birol in due interviste rilasciate al quotidiano francese Le Figaro e al quotidiano britannico Financial Times.
Per rendere l’idea di quel che sta succedendo, Birol spiega che durante gli shock petroliferi degli anni ‘70 il mondo perse circa 5 milioni di barili al giorno per ciascuna crisi, ovvero 10 milioni in totale. L’attuale crisi ha già causato una perdita superiore agli 11 milioni di barili al giorno, segnando la più grande interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato. L’Aie ha sbloccato 400 milioni delle riserve petroliere nelle scorse settimane, ma né l’aumento del prezzo del greggio ha innestato la retromarcia né le tensioni internazionali si sono raffreddate. Lo Stretto di Hormuz è ancora chiuso alla navigazione, nonostante le reiterate minacce del presidente statunitense Donald Trump nei confronti di Teheran, e secondo l’Aie quello in corso rischia di diventare un «aprile nero», da punto di vista dell’approvvigionamento energetico.
I Paesi coinvolti dal blocco dell’import di gas e petrolio, aggiunge però Birol al Financial Times, devono evitare di accumulare carburanti in questa fase della crisi perché le forniture potrebbero ridursi ulteriormente se lo Stretto di Hormuz dovesse rimanere chiuso ancora a lungo. «Invito tutti i Paesi a non imporre divieti o restrizioni alle esportazioni», ha dichiarato Birol aggiungendo che è «il momento peggiore» per i mercati petroliferi globali e che tali misure danneggerebbero partner commerciali e alleati.
Senza citare direttamente la Cina, Birol ha lasciato intendere che l’appello è rivolto a Pechino, unico grande Paese ad aver vietato l’export di benzina, diesel e jet fuel dall’inizio del conflitto, mentre l’India ha introdotto dazi aggiuntivi. Il richiamo potrebbe riguardare anche gli Stati Uniti, dove circolano ipotesi di restrizioni alle esportazioni di carburanti raffinati, mentre i prezzi della benzina superano i 4 dollari al gallone e la California rischia carenze di jet fuel.
Birol ha inoltre segnalato che alcuni Paesi stanno già accumulando scorte, indebolendo l’efficacia del rilascio coordinato dei 400 milioni di barili dalle riserve strategiche deciso dall’Aie. «Stanno facendo scorte e questo non è utile», ha affermato, invitando a comportamenti «responsabili» da parte della comunità internazionale.
Tra i Paesi con scorte in aumento figurano proprio gli Stati Uniti e la Cina: le riserve americane sono cresciute del 5% su base annua, mentre quelle cinesi potrebbero aumentare di circa 120 milioni di barili ad aprile.
La crisi innescata dai bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran, che vanno avanti senza tregue dal 28 febbraio scorso, colpisce soprattutto l’Asia, dove alcuni Paesi hanno iniziato a razionare i carburanti e ridurre la settimana lavorativa. In Europa, ha detto Birol, «al momento non ci sono carenze fisiche di jet fuel o diesel», ma la situazione potrebbe peggiorare nelle prossime settimane. Se lo Stretto di Hormuz non riaprirà, «ad aprile perderemo il doppio del petrolio e dei prodotti raffinati rispetto a marzo», ha avvertito.
Attualmente risultano danneggiati 72 asset energetici nella regione, un terzo in modo grave. Birol ha lodato la risposta dell’Arabia Saudita, che ha deviato oltre due terzi delle esportazioni verso il Mar Rosso tramite pipeline, ma ha avvertito che un eventuale attacco a queste infrastrutture avrebbe conseguenze «estremamente gravi» per l’economia globale.
Secondo il capo dell’Aie, la crisi ridisegnerà il sistema energetico mondiale, favorendo un ritorno del nucleare, la crescita dei veicoli elettrici e delle rinnovabili, ma anche un maggiore uso del carbone. Il settore del gas, ha aggiunto, dovrà «lavorare duramente per riconquistare la propria reputazione» dopo due shock energetici in quattro anni.
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