Alla fine gli Stati Uniti hanno bisogno dell’Europa sui chip

Aprile 2, 2026 - 22:00
 0
Alla fine gli Stati Uniti hanno bisogno dell’Europa sui chip

San Francisco, California. «L’Europa ha tutto l’interesse a far parte della filiera globale dell’intelligenza artificiale», ha dichiarato mercoledì Jacob Helberg, sottosegretario di Stato americano per gli affari economici, nel corso di un incontro online con la stampa, a cui ha partecipato anche Linkiesta. «La Pax Silica serve a costruire una sicurezza delle supply chain basata su una coalizione di capacità, e i Paesi europei hanno molto da offrire». Ma il messaggio è accompagnato da un avvertimento: «L’AI Act rischia di non proteggere i cittadini europei, ma di proteggere il mercato europeo dalle aziende straniere, lasciando lo sviluppo europeo permanentemente indietro». «Siamo di fronte a una delle rivoluzioni economiche più trasformative dalla rivoluzione industriale», avverte, «e l’Europa rischia di perderla». E ancora: «Il Digital Markets Act è diventato uno dei principali ostacoli a una partnership economica transatlantica forte».

Helberg è arrivato lunedì in Europa: tappe a Londra, poi a Bruxelles, quindi in Francia e nei Paesi Bassi. Il sottosegretario di Stato americano per gli affari economici è atterrato con una richiesta all’Unione europea: aderire alla Pax Silica, il framework lanciato da Washington per coordinare le filiere dell’intelligenza artificiale tra Paesi alleati. L’obiettivo dichiarato: costruire una rete industriale che rafforzi la leadership americana nella corsa all’AI, riducendo la dipendenza dalle tecnologie cinesi e contenendo l’influenza di Pechino nella filiera globale dei semiconduttori.

Il problema è che Bruxelles aveva appena risposto, almeno provvisoriamente, di no. Venerdì scorso, infatti, gli Stati membri non hanno autorizzato la Commissione europea ad avviare negoziati formali con il Dipartimento di Stato. L’Italia è stata tra i 12 su 27 a dire sì, spiegano fonti diplomatiche europee; a guidare i no è stata la Francia. Non un rifiuto definitivo, ma un blocco politicamente eloquente. Da dicembre, spiega Helberg, Washington ha formalmente offerto alla Commissione europea di aderire all’iniziativa, insistendo sul fatto che «far parte della supply chain dell’AI è fondamentalmente nell’interesse europeo».

La risposta americana è stata immediata e pubblica. Helberg ha accusato Bruxelles di «regolare la propria irrilevanza», criticando apertamente il pacchetto normativo europeo – dall’AI Act al Digital Services Act – come un insieme di «innovation killers». Pochi giorni prima, aveva co-firmato con il rappresentante permanente degli Stati Uniti presso l’Unione europea, Andrew Puzder, un intervento sul Wall Street Journal dal titolo inequivocabile: l’Europa si sta intralciando da sola nella corsa all’intelligenza artificiale.

È in questo contesto che si inserisce la visita europea, sospesa tra corteggiamento e coercizione. Da un lato, Washington cerca un’interlocuzione con Bruxelles. Dall’altro, porta avanti una strategia parallela che punta direttamente sugli Stati membri. Il tour di Helberg non è casuale: Paesi Bassi, Francia e Regno Unito sono i nodi industriali della filiera. Non a caso, Helberg fa tappa nei Paesi Bassi per incontrare i vertici di ASML, snodo critico della produzione globale di semiconduttori avanzati in quanto detiene un quasi monopolio nelle macchine litografiche avanzate necessarie per produrre i chip più sofisticati. La logica è quella di un’Europa frammentata, più gestibile agli occhi dell’amministrazione Trump di un’Unione europea coesa. Washington negozia con le capitali quando l’Unione non riesce a esprimere una linea comune. Il fatto che alcuni Stati membri abbiano aderito individualmente alla Pax Silica, mentre altri restano fuori o in posizione ambigua, è il risultato diretto di questa strategia.

Il motivo è strutturale: alcuni dei colli di bottiglia più critici della filiera globale dell’intelligenza artificiale si trovano in Europa. Il caso più evidente è quello di ASML, senza la quale i semiconduttori di ultima generazione semplicemente non esistono, né negli Stati Uniti né in Asia. Ma non è un caso isolato. Dalla componentistica ai cavi sottomarini, fino alle infrastrutture energetiche, l’Europa controlla segmenti essenziali di quella che Ryan Fedasiuk per il Center for European Policy Analysis ha definito l’infrastruttura nascosta ma indispensabile dell’intelligenza artificiale. È proprio questa posizione a rendere il rapporto transatlantico intrinsecamente ambiguo: l’Europa è indispensabile nella sostanza, ma periferica nella forma.

«La collaborazione tra Stati Uniti e Unione europea nell’ambito dei semiconduttori è importante nel contesto della competizione tecnologica, ma probabilmente non quella decisiva», osserva Alberto Prina Cerai, research fellow presso l’Osservatorio di Geoeconomia dell’Ispi. «Perché si inserisce in un contesto geopolitico dove, per diverso posizionamento lungo la filiera globale, i due attori giocano una partita con strumenti e finalità contraddittorie».

La Pax Silica nasce esattamente per organizzare questa interdipendenza. Lanciata a dicembre, non è un’alleanza tradizionale ma un sistema di nodi complementari: conta chi controlla i colli di bottiglia della filiera, non chi produce di più. L’obiettivo è costruire un ecosistema in cui semiconduttori, energia, capitale e logistica siano integrati in una rete di alleati e partner fidati. È, nelle parole di Helberg, un approccio «guidato dal prodotto» alla sicurezza delle filiere, pensato per «derivare valore da ogni livello della supply chain dell’AI» e competere nella corsa globale. «L’obiettivo è essere partner per vincere la corsa all’intelligenza artificiale», sottolinea Helberg. La struttura è pensata anche come scudo contro la crescente influenza cinese: garantire che i nodi critici restino nelle mani di Paesi alleati significa limitare l’accesso di Pechino a tecnologie chiave per chip AI avanzati.

Il passaggio più recente è quello dal framework all’architettura. Con il lancio di strumenti finanziari dedicati, come il Pax Silica Fund, Washington punta a mobilitare capitali pubblici e privati su scala globale, orientando le scelte industriali degli alleati. Più che finanziare direttamente, si tratta di coordinare: il capitale americano come segnale geopolitico.

«Sul piano della politica industriale, l’European Chips Act e il Chips Act statunitense sono risposte a un problema condiviso», continua Prina Cerai. «Colmare il gap sulla produzione di chip avanzati per l’IA, in cui gli Stati Uniti guidano nella fase di design, ma che è figlio di dinamiche tecno-industriali maturate durante la globalizzazione». L’Europa, aggiunge, «ospita centri di eccellenza nella ricerca, ma ha perso capacità di trasferimento tecnologico dal laboratorio alla produzione». Gli Stati Uniti, invece, «sono tornati primo mercato per i data center, ma scontano ritardi nei nodi più avanzati e colli di bottiglia elettrici».

Ed è proprio qui che emerge il ritardo europeo. Mentre gli Stati Uniti costruiscono la propria architettura, Bruxelles è ancora impegnata a definire la sua. Il primo Chips Act, entrato in vigore nel 2023, ha mobilitato decine di miliardi ma è già lontano dal suo obiettivo principale: portare l’Europa al 20% della produzione globale di semiconduttori entro il 2030. Le stime attuali si fermano poco sopra l’11%. La risposta è il Chips Act 2.0, atteso in primavera. La scorsa settimana la vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen ha riunito l’industria – tra cui ASML, STMicroelectronics e altri attori chiave – per definire la revisione. Il cambio di paradigma è significativo: non più autosufficienza, ma indispensabilità. L’Europa non punta più a replicare l’intera filiera globale, ma a rafforzare i segmenti in cui è già essenziale. Il problema è che questo processo corre in parallelo con la Pax Silica, senza coordinarsi.

In questo scenario, anche il dibattito europeo si sta evolvendo, fino a valutare l’idea di usare proprio il controllo su asset critici – a partire da ASML – come leva negoziale con gli Stati Uniti. «Nel contesto attuale, dove tecnologia e materiali critici diventano strumenti di coercizione geoeconomica, il controllo diventa una leva chiave», osserva Prina Cerai. «Se l’Europa può contare sul monopolio dei macchinari litografici avanzati, le leve per usarlo contro la Cina sono state attivate a Washington. Urge dunque trovare un terreno comune, per evitare un’eterogenesi dei fini».

Da qui il paradosso al centro della missione di Helberg: gli Stati Uniti hanno bisogno dell’Europa, ma non riescono a trattarla come un attore unitario. E mentre Bruxelles fatica a trasformare la propria forza industriale in potere politico, Washington riempie il vuoto negoziando direttamente con le capitali e costruendo la propria architettura.

In ultima analisi, la Pax Silica non può esistere senza l’Europa. Ma finché l’Europa non riuscirà a comportarsi come tale, saranno gli Stati Uniti a definirne tempi e condizioni — determinando indirettamente anche la posizione della Cina nella filiera globale dei semiconduttori.

L'articolo Alla fine gli Stati Uniti hanno bisogno dell’Europa sui chip proviene da Linkiesta.it.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Furioso Furioso 0
Triste Triste 0
Wow Wow 0
Redazione Redazione Eventi e News