Alzheimer, fino al 40% delle demenze è prevenibile. Si avvicina la possibilità di predire la malattia con un test del sangue

Mar 27, 2026 - 12:00
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Alzheimer, fino al 40% delle demenze è prevenibile. Si avvicina la possibilità di predire la malattia con un test del sangue

Dieta mediterranea (-11%/-30% rischio), attività fisica (7mila passi al giorno) e   7-8 di ore sonno tra i principali fattori protettivi. Studi recenti indicano anche un possibile effetto delle vaccinazioni nel ridurre fino al 40% il rischio di Alzheimer

Si aprono nuove prospettive terapeutiche e diagnostiche per la malattia di Alzheimer, ma il sistema sanitario italiano non è ancora pronto ad affrontarne l’impatto. È questo uno dei messaggi principali che emerge dal 26° Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria (AIP), in corso fino al 28 marzo presso il Padova Congress, dove il dibattito si concentra sul delicato equilibrio tra innovazione scientifica, sostenibilità e organizzazione dei servizi. La gestione delle demenze, infatti, sta entrando in una fase di profondo cambiamento, che necessita di un adeguato adattamento del sistema sanitario e sociale.

Le nuove opportunità terapeutiche contro l’Alzheimer 

Gli anticorpi monoclonali lecanemab e donanemab agiscono rimuovendo la beta-amiloide, la proteina che si accumula nel cervello dei pazienti come una sorta di “colla” tossica tra i neuroni. Tuttavia, si tratta di terapie complesse, con benefici limitati a specifiche categorie di pazienti, possibili effetti collaterali e costi elevati. La recente decisione della Commissione scientifica ed economica dell’AIFA di non ammettere alla rimborsabilità questi farmaci alimenta un dibattito destinato a proseguire nei prossimi mesi.

«I nuovi farmaci rappresentano un passo avanti importante, ma non risolutivo – spiega Carlo Serrati, Presidente eletto AIP – Non siamo di fronte a una cura definitiva: questi trattamenti rallentano la progressione della malattia, ma richiedono una profonda riorganizzazione del sistema sanitario, a partire dalla diagnosi precoce fino alla gestione dei pazienti nel tempo. Restano inoltre fondamentali la prevenzione attiva, l’uso appropriato di farmaci già esistenti, la necessità di migliorare in modo decisivo il processo diagnostico-terapeutico ed assistenziale dei pazienti in tutte le fasi della malattia, con l’obiettivo di non lasciare mai solo chi sia affetto da demenza e le famiglie che sopportano il carico assistenziale, emotivo ed economico».

La diagnosi precoce e il nuovo modello organizzativo 

Accanto alle nuove terapie, la ricerca sta facendo passi avanti anche sul fronte diagnostico. Tra le novità più rilevanti vi è la possibilità, sempre più concreta, di individuare il rischio di Alzheimer attraverso un semplice esame del sangue, grazie al dosaggio di biomarcatori come beta-amiloide e tau.

«I progressi nella diagnosi precoce pongono nuove sfide organizzative – sottolinea Angelo Bianchetti, Segretario Scientifico AIP e geriatra presso Domus Salutis di Brescia – Identificare precocemente i pazienti significa infatti dover ripensare l’intero percorso assistenziale, oggi ancora largamente incentrato su una medicina ospedaliera non più adeguata alla gestione delle malattie croniche dell’anziano. L’anziano è spesso portatore di più patologie e presenta quadri complessi, come confusione, cadute o perdita di autonomia. Serve una rete territoriale forte, che coinvolga famiglie, caregiver e servizi sociali».

La sfida della prevenzione e il progetto preve.d.i 

In questo scenario, diventa centrale la prevenzione. Secondo le evidenze scientifiche più recenti, intervenire sui fattori di rischio può ridurre in modo significativo l’incidenza delle demenze. È in questa direzione che si inserisce il progetto PREVE.D.I. (Prevenzione Demenze e Ictus), promosso in ambito AIP e coordinato dallo stesso Carlo Serrati.

«Il progetto ha coinvolto finora circa 700 persone, con un tasso di adesione superiore al 95%, evidenziando un dato particolarmente rilevante: la presenza diffusa di fattori di rischio non precedentemente noti, con la quasi totalità dei partecipanti che presenta almeno un elemento di rischio – spiega Carlo Serrati –. Questi dati dimostrano che esiste una quota rilevante di rischio sommerso e che la prevenzione deve diventare un pilastro delle politiche sanitarie, non un intervento accessorio».

Passi, sonno, dieta e vaccini per ridurre il rischio 

Le strategie preventive passano anche da comportamenti quotidiani. L’attività fisica, ad esempio, gioca un ruolo chiave: studi recenti indicano che camminare regolarmente intorno ai 7.000 passi al giorno può ridurre il carico di beta-amiloide e ritardare la comparsa dei sintomi cognitivi anche di diversi anni. Anche il sonno è determinante: durante la notte, il cervello attiva un sistema di “pulizia” che elimina le proteine tossiche. Dormire meno di 6-7 ore o più di 8-9 ore è associato a un aumento del rischio di Alzheimer, mentre la durata ottimale è compresa tra le 7 e le 8 ore. Sul fronte alimentare, la dieta mediterranea si conferma un fattore protettivo, associato a una riduzione del rischio di declino cognitivo compresa tra l’11% e il 30%. Infine, anche alcune vaccinazioni routinarie – come quelle contro herpes zoster, influenza e pneumococco – sono state associate a una riduzione del rischio di demenza fino al 40%.

«L’emergere di queste evidenze si inserisce in un contesto demografico in rapido cambiamento: in Italia il 24% della popolazione ha più di 65 anni e l’8% supera gli 80, ma due terzi degli anziani sono ancora autosufficienti – sottolinea Angelo Bianchetti – La sfida è evitare che l’età venga automaticamente associata a malattia o disabilità, contrastando il fenomeno dell’ageismo e promuovendo un invecchiamento attivo. La fragilità non è inevitabile: può essere prevenuta e rallentata, se si interviene in tempo».

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