Saper ascoltare il dolore degli altri

Un percorso di empatia per guardare in faccia chi vive la guerra: lo abbiamo appreso durante l’edizione 2026 di Fa’ la cosa giusta. Un modello replicabile finché sarà necessario
Ascoltare il dolore degli altri è il titolo di un percorso di incontri organizzati durante l’edizione 2026 di Fa’ la cosa giusta finalizzati a evitare la protezione della distanza, per guardare in faccia chi ogni giorno subisce le conseguenze delle guerre, tra le strade di Kiev, i villaggi del Sud del Libano o sotto le bombe a Gaza, in Myanmar, in Sudan, in Iran e i tanti altri Paesi del mondo in questo clima di guerra diffusa.
Ascoltare è un modo per rompere l’anestesia che ci fanno scivolare addosso le immagini come un rumore di fondo, prima di tornare alle nostre sicurezze. Ascoltare chi resiste alla distruzione e alla demonizzazione del nemico serve a restare ancorati alla realtà, rinunciando alla comodità di sentirsi spettatori sani di un mondo malato, perché ascoltare il dolore dell’altro, è anche la sfida quotidiana e drammatica di chi non si arrende all’inumanità.
“Se le scuole chiudono a causa della guerra, ci si deve ricordare che la scuola è più di un luogo: è dove i nostri sogni rimangono vivi“. Sono state queste le parole di una delle studentesse libanesi che avrebbero dovuto essere a Milano per la giornata di apertura di Fa’ la cosa giusta! per un gemellaggio nel segno della pace con i coetanei di tre scuole lombarde.
Gli otto giovani libanesi (sette ragazze e un ragazzo), studenti della scuola multireligiosa di Ain Ebel, nel Sud del Libano, a qualche chilometro dal confine con Israele, non hanno potuto lasciare i loro Paesi devastati dai bombardamenti.
La scuola di Ain Ebel è frequentata da studenti sciiti e cristiani, che hanno dato vita a progetti di fratellanza tra loro e con altri Paesi, come la corrispondenza in atto da tempo con i coetanei dei licei Parini di Seregno e Russell e Boccioni di Milano.
A Milano è arrivata solo la direttrice suor Maya, che ha coordinato l’incontro con i suoi studenti in un collegamento video. Durante l’iniziativa, promossa da Terre di Mezzo con il contributo della Fondazione Isacchi Samaja, i ragazzi libanesi, molti dei quali sfollati, hanno raccontato le loro esperienze, drammatiche ma senza mai perdere la fiducia e la speranza.
“La guerra può chiudere le strade verso Milano, ma non potrà mai chiudere quelle del sapere – ha raccontato un’altra studentessa – In Libano, i nostri insegnanti hanno attraversato città e villaggi, anche mentre cadevano le bombe, per continuare a insegnare, vigilare sugli esami e custodire il futuro di ogni studente“.
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