«Bus gratis per giovani e anziani»: la proposta di Fisco per Varese

Mar 26, 2026 - 20:30
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«Bus gratis per giovani e anziani»: la proposta di Fisco per Varese
Varese - centrosinistra

Quando per la prima volta è entrato nel salone Estense in qualità di consigliere comunale aveva 21 anni. Faccia simpatica, sorriso aperto e una grande passione: la politica. Daniele Marantelli e Alessandro Alfieri come “maestri spirituali”. Dopo dieci anni nell’amministrazione Giacomo Fisco ha ancora la stessa energia e voglia di impegnarsi per la propria città.

Ha appena compiuto trent’anni ed è consigliere comunale da dieci anni. Come si presenta a chi non la conosce?

«È difficile spiegarlo a chi non lo prova, ma per me la politica non è mai stata una scelta razionale, è sempre stata qualcosa di viscerale. Già da adolescente seguivo quello che succedeva in città, mi interessavo a come venivano prese le decisioni, a cosa si poteva migliorare. E quando ho avuto l’occasione di entrare davvero in quel mondo, a 18 anni, non ho esitato un secondo. Certo, poi crescendo cambia il modo in cui la vivi: da ragazzo ti muovi con più entusiasmo forse ingenuo, con gli anni arrivi con più strumenti, più consapevolezza dei limiti, ma anche più determinazione. Quello che non è cambiato è il motivo per cui lo faccio: la convinzione che la politica, quella fatta bene, serva davvero alle persone»

Quanto conta per lei il legame con Varese?

«Tantissimo. Sono nato a Varese, ma ho vissuto ad Azzate fino ai vent’anni. Ho sempre vissuto la città da chi la frequenta per i servizi, le scuole, il venerdì e il sabato sera. I miei amici erano di Varese. Quella prospettiva, di chi arriva dalla provincia a dieci chilometri dal centro, mi ha dato una spinta forte anche sulla politica. Adesso sono residente a Varese e la sto vivendo in pieno».

Negli anni ha fatto tanti lavori: il commesso, il Pony Express, la pizzeria, l’animatore. Adesso lavora in banca. Quanto ha influenzato il suo modo di fare politica questa parte della sua biografia?

«Lavoro di fatto da quando ho 18 anni, sempre con piccoli lavoretti nel weekend o la sera. È un’esperienza che consiglio, molto formativa. Sono tutti lavori che ti mettono in relazione con le persone: vendevo trapani e cacciaviti, consegnavo pizze, e dopo un po’ inizi a conoscere le persone, senti il senso di comunità che c’è dentro una città o un paese. Ho conosciuto ragazzi che stavano cercando lavoro, altri che come me studiavano all’università e dovevano pagarsi gli studi. Ti dà una bella visione del mondo reale».

giacomo fisco

Si è laureato all’Insubria in economia. Ha anche fatto tanti anni di pallanuoto con la Valle Olona Nuoto. Cosa le ha insegnato lo sport?

«Ho ereditato la passione dalla mia famiglia: mio padre è stato direttore della piscina comunale per quindici anni, mia madre ha allenato la prima squadra femminile di pallanuoto, mia sorella ha vinto lo scudetto a Padova, mio fratello adesso gioca a basket a Castronno. Lo sport è stato parte integrante della mia vita insieme alla politica. Mi ha insegnato la cosa più scontata ma più importante: il lavoro di squadra. Sono abituato da bambino a stare in una squadra, a darsi un obiettivo comune, a confrontarsi con gli altri. Sono tutte cose che tornano utilissime in un consiglio comunale, in un partito, in un posto di lavoro».

Tra comune, banca, una fidanzata a Como… ha mai pensato di staccare la spina dalla politica?

«Quella è una passione troppo forte, non ce la faccio proprio a dire di no. Mi sento utile agli altri attraverso la politica, e penso che sia un servizio imprescindibile per ciascuno di noi. Ognuno lo fa nelle forme che preferisce: chi va a votare, chi entra in un’associazione, chi dà una mano nella Pro Loco. A me piace la politica, e finché il tempo me lo consentirà, continuerò a farlo».

Ha fatto due legislature come consigliere nelle file del Pd, poi presidente della commissione affari generali, poi delegato di quartiere. Dopo quasi dieci anni, cos’è cambiato di più a Varese? E c’è qualcosa che l’ha delusa?

«Quello che ho percepito di più è il cambiamento nel paesaggio della città. Da ragazzo, da studente al Ferraris, la vivevo come una città ferma, immobile. I cantieri che vediamo oggi sono per me sinonimo di dinamicità. Passare davanti all’area dell’Aermacchi, che ho visto deserta per venticinque anni, e vederla con le ruspe dentro, dà proprio l’idea di essere in una città che sta cambiando. Riuscire a trasmettere che anche Varese, città di provincia ai confini del paese, può proiettarsi in una dimensione nuova, secondo me è il patrimonio più grande di questi dieci anni. Delusioni forti non ne ho. Ho delle speranze: i consigli di quartiere, per esempio, su cui spero che con pazienza si possa costruire qualcosa di davvero importante».

Ha seguito da vicino i consigli di quartiere. Cosa sta funzionando?

«Mi auguro che si inseriscano sempre di più nella vita dei singoli quartieri. In alcune realtà ci siamo riusciti, in altre meno. Quando li abbiamo pensati, li abbiamo immaginati come strumenti veri di partecipazione: non solo per segnalare la buca o il marciapiede, ma per convogliare idee sullo sviluppo del quartiere. Il progetto Piazze Aperte, per esempio, ha permesso a questi consigli di lavorare su idee concrete, anche piccole economicamente, ma capaci di dare una spinta diversa alla propria realtà. A San Fermo, uno dei progetti è il ripristino di un’area verde con panchine e una piccola passeggiata. È un segno di concretezza che si lega molto bene al tema dell’astensionismo: le persone tornano a votare se vedono che la politica effettivamente può cambiare, anche in parte, la loro vita.»

Cosa manca a Varese per attrarre e trattenere i giovani?

«Il tema principale è il lavoro. Tutti gli attori istituzionali, comune, regione, provincia, governo devono lavorare perché nei nostri territori ci siano prospettive concrete. Ma non significa solo attrarre aziende: significa anche collegamenti migliori. Io prendo il treno tutti i giorni da pendolare: implementando quel tipo di servizio riesci a dare una prospettiva anche residenziale a Varese. Le persone potrebbero lavorare a Milano serenamente e costruire la propria vita qui, essere parte di una comunità qui, non solo dalle nove di sera».

Se potesse lanciare e realizzare una proposta simbolica per Varese, quale sarebbe?

«La gratuità del trasporto pubblico urbano per i più giovani, per gli studenti e per gli anziani. So che non è facile per una questione di risorse, ma io vivo a Sant’Ambrogio e prendo spesso il pullman: è un mezzo comodissimo, fa risparmiare un sacco di tempo anche nella ricerca del parcheggio. Garantire e incentivare quel servizio per queste fasce è un obiettivo che potremmo portare a casa».

L’ultima discussione del bilancio comunale è stata una mezza rissa. Cos’è che si è inceppato nel dialogo?

«Credo che in alcune occasioni si scambi il consiglio comunale per il parlamento. Il consiglio comunale ha la fortuna di essere un organismo che deve davvero lavorare sui problemi concreti della città. Con la giusta intelligenza e la giusta dose di amore per Varese, si possono mettere da parte gli strumenti della vecchia politica come l’ostruzionismo, presentare migliaia di emendamenti fotocopia. Chi sta all’opposizione ha il diritto di esprimere un’idea diversa di città, ma rallentare i lavori per portare a casa il dato simbolico di aver ritardato l’approvazione del bilancio non è un metodo che piace ai cittadini. Secondo me è controproducente».

Come vede Varese come città universitaria e cosa andrebbe fatto?

«Credo che Varese possa esserlo, e in parte lo stiamo già costruendo. Lo studentato a Biumo, per esempio, è un modo per attrarre giovani universitari che possono far vivere un quartiere, far rivivere un pezzo di città. Siamo consapevoli che la nostra tradizione universitaria nasce negli anni Novanta, e non siamo Pavia con una tradizione centenaria. Ma si può assolutamente perseguire questa ambizione, con le risorse e le strutture che abbiamo».

Ha fatto anche un’esperienza a Roma, al Senato, lavorando con il senatore Alfieri. Cosa porta a casa da quell’esperienza?

«È stata un’esperienza fantastica. Vedere da vicino i meccanismi che le proposte devono attraversare prima di essere approvate ti fa capire le difficoltà reali. Ma la cosa che mi ha colpito di più è stato il modo in cui Alessandro, pur essendo a Roma dal 2018, riesce a mantenere un rapporto vivo e quotidiano con le comunità locali. Da Roma sono riuscito a conoscere molte più realtà della nostra provincia rispetto ai miei primi anni di attività qui, proprio perché lui non si è mai tirato indietro quando un comune chiedeva supporto. Erano gli anni del PNRR, c’era tutto il tema dei bandi e delle risorse, e lui non si è mai sottratto a quella funzione locale. Forse è l’aspetto che mi è piaciuto di più».

Come vede Varese tra dieci anni? Che città vorrebbe?

«Una Varese dove le opere che abbiamo messo in cantiere vengono realizzate. Quando avremo la Caserma Garibaldi, il teatro, l’Aermacchi vedremo una città totalmente diversa, in termini di servizi e opportunità. Mi dispiace un po’ non aver vissuto queste cose da studente, ma mi emoziona pensare che dei liceali tra qualche anno avranno a disposizione realtà che io e i miei coetanei non avevamo. Sono molto fiducioso. Varese può aprirsi ancora di più verso Milano e l’Europa: le stazioni che ci collegano alla Svizzera ci hanno messo al centro dell’area nord della Lombardia, e credo si possa coltivare ancora questo aspetto».

Che tipo di campagna elettorale servirà a Varese nei prossimi mesi?

«Quello che non dobbiamo fare è limitarci a raccontare le cento cose fatte in questi dieci anni. Dobbiamo concentrarci sulle cento cose che vogliamo fare per i prossimi venti. La forza del centrosinistra non può essere il racconto del passato: deve essere il racconto del futuro. E non un futuro scritto a tavolino, ma costruito raccogliendo la partecipazione dei cittadini. La risposta referendaria è sintomatica di una voglia di partecipare alle cose concrete. Cosa c’è di più concreto che progettare la città del futuro? Mi auguro una campagna che faccia sognare le persone la Varese del 2050, come la immaginano i miei coetanei trentenni, i ragazzi più giovani, come si vedono da padre o madre di famiglia tra vent’anni».

Guardando alle prossime elezioni, che impegno si prende?

«Voglio mettere in campo tutto quello che ho imparato in questi dieci anni, e soprattutto la visione che ho sviluppato della città da neo consigliere a 21 anni fino ai 30, con qualche anno in più di maturità e, purtroppo, anche di pragmatismo. Quello che farò dopo non lo so: dipende da troppe cose. Ma per la campagna, l’esperienza che ho accumulato voglio spenderla tutta».

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