Epatite A e mitili in Campania: quando il clima mette a rischio la sicurezza alimentare

Oltre 180 casi di epatite A in Campania a marzo 2026, legati al consumo di mitili crudi. Cause, meccanismi di contaminazione, ipotesi climatica e consigli delle autorità sanitarie
Un focolaio virale che in poche settimane ha superato i 180 casi e interessato cinque province campane non è solo un’emergenza sanitaria locale.
È, più probabilmente, la manifestazione di una vulnerabilità strutturale: quella di infrastrutture idrauliche e sistemi di monitoraggio delle acque costiere non progettati per rispondere alla crescente intensità degli eventi meteorologici estremi.
Il focolaio: dati, geografia, dimensioni
Dall’inizio del 2026, la Campania registra un’impennata di casi di epatite A senza precedenti recenti. Secondo i dati della Regione Campania aggiornati al 18 marzo, i casi confermati erano già 133; al 21 marzo la soglia aveva superato i 180, con 73 pazienti ricoverati nel solo mese di marzo all’Ospedale Cotugno di Napoli, presidio di riferimento regionale per le malattie infettive.
I dati del Dipartimento di Prevenzione della Asl Napoli 1 Centro indicano una diffusione del virus dieci volte superiore alla media dell’ultimo decennio: da 3 casi a gennaio a 43 nei soli primi diciannove giorni di marzo.
Il focolaio non è rimasto circoscritto all’area napoletana: al 25 marzo risultavano coinvolte tutte e cinque le province campane – con circa 50 casi nel Casertano (picco a Sessa Aurunca), 25 nel Salernitano e una decina rispettivamente ad Avellino e Benevento.
L’origine del contagio iniziale è stata individuata dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno nella zona dei Campi Flegrei: su 142 campionamenti effettuati nelle acque marine dell’area, 8 prelievi sono risultati positivi al virus Hav – 7 su cozze e uno su ostriche, con lotti provenienti dai siti di Nisida, Bacoli e Varcaturo.
Come ha precisato il direttore generale dell’Istituto, Giuseppe Iovane, dopo il blocco degli allevamenti e dei lotti contaminati, il contagio ha assunto anche caratteristiche di trasmissione interumana, complicando il tracciamento epidemiologico.
Le autorità sanitarie regionali e il Comune di Napoli hanno risposto con misure urgenti: ordinanza del sindaco Gaetano Manfredi di divieto assoluto di somministrazione di frutti di mare crudi in tutti gli esercizi pubblici (sanzioni fino a 20.000 euro), rafforzamento dei controlli sull’intera filiera dei molluschi bivalvi, potenziamento della campagna vaccinale e convocazione da parte del prefetto del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica.
Il caso clinico più grave registrato alla data del 21 marzo riguardava un paziente di 46 anni trasferito in regime d’urgenza all’ospedale Cardarelli per rischio di trapianto epatico.
La catena causale: bioacumulazione, fognature e piogge intense
I molluschi bivalvi – cozze, vongole, ostriche – sono organismi filtratori: per nutrirsi pompano grandi quantità d’acqua marina attraverso i loro tessuti, trattenendo sia i nutrienti sia, in condizioni di contaminazione, i patogeni presenti nell’ambiente circostante.
Il virus Hav, agente eziologico dell’epatite A, appartiene alla famiglia dei Picornaviridae: è un virus enterico a Rna, stabile nell’ambiente, resistente alle basse temperature e scarsamente eliminabile dai processi di depurazione industriale standard.
Come ha chiarito Giovanni Rezza, professore all’Università Vita-Salute San Raffaele, i molluschi sono di fatto “concentratori di microbi e batteri“: il meccanismo di bioacumulazione fa sì che lotti regolarmente certificati e commercializzati possano contenere cariche virali significative se provenienti da zone di allevamento esposte a contaminazione fecale delle acque.
Il processo di depurazione a cui i molluschi sono sottoposti prima dell’immissione al commercio abbatte efficacemente la carica batterica, ma non è progettato per eliminare i virus enterici.
Questo significa che la sicurezza del prodotto dipende in misura determinante dalla qualità delle acque di allevamento – dunque dalla tenuta delle reti fognarie costiere.
La Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit) ha ipotizzato un legame tra il focolaio e le ingenti precipitazioni invernali dei mesi precedenti, che potrebbero aver provocato fenomeni di overflow fognario nelle aree marine dei Campi Flegrei.
Pur restando ancora nel campo delle ipotesi, lo scenario è plausibile, supportato da una letteratura scientifica consolidata: secondo una revisione pubblicata dal portale Infezioni Obiettivo Zero (Carducci, Verani, 2013), gli eventi meteorologici estremi come piogge intense possono causare l’aumento della concentrazione di agenti patogeni a seguito dello straripamento dei reflui negli impianti di depurazione, con conseguente contaminazione delle acque superficiali.
I virus enterici – tra cui esplicitamente il virus dell’epatite A – sono indicati come i principali microrganismi associati a tale dinamica, in virtù della loro maggiore resistenza ai trattamenti depurativi rispetto ai batteri.
Il contesto geografico aggrava il quadro: il Mediterraneo si riscalda a una velocità tre volte superiore alla media globale degli oceani (fonte Enea), mentre il bacino campano-flegreo combina un’urbanizzazione costiera densa, infrastrutture fognarie datate e un’acquacoltura intensiva in acque ristrette.
La stessa area ha già registrato episodi di stress termico marino significativi negli ultimi due decenni.
Un problema strutturale, non solo contingente
È necessario distinguere tra vittime del focolaio e responsabili della vulnerabilità che lo ha reso possibile. I produttori di mitili dell’area flegrea – come ha esplicitamente riconosciuto l’Istituto Zooprofilattico del Mezzogiorno – sono anch’essi colpiti da una contaminazione che si è originata a monte della loro attività, nelle acque in cui operano.
Il blocco degli allevamenti rappresenta una misura sanitaria necessaria, ma non rimuove le cause strutturali.
La letteratura scientifica sul nesso tra cambiamento climatico e malattie infettive idrotrasmesse è ampia. Una revisione sistematica condotta da ricercatori dell’Università delle Hawaii ha documentato che oltre il 58% delle malattie da agenti patogeni noti – tra cui esplicitamente l’epatite – può essere aggravato dai rischi climatici.
Il Mediterraneo, riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale come uno dei principali hotspot climatici globali, è esposto in modo particolare all’aumento della frequenza e dell’intensità delle precipitazioni estreme: fenomeni che il climatologo Antonello Pasini del Cnr descrive come conseguenza diretta del maggiore contenuto di vapore acqueo nell’atmosfera, a sua volta prodotto dal riscaldamento dei mari.
La risposta strutturale al problema richiede tre linee parallele di intervento:
- l’adeguamento delle reti fognarie costiere per prevenire gli overflow in caso di eventi estremi
- il potenziamento del monitoraggio virologico delle acque di allevamento – oggi prevalentemente orientato a parametri batterici – con inclusione sistematica dei virus enterici
- l’estensione della copertura vaccinale anti-Hav, che in Italia rimane bassa nelle fasce adulte della popolazione. La vaccinazione post-esposizione, se somministrata entro 14 giorni dal possibile contagio, può ridurre la gravità della malattia o prevenirne lo sviluppo in soggetti non immunizzati
Il focolaio campano del 2026 non è il primo episodio di questo tipo in Italia – focolai analoghi si sono verificati in passato in altre aree costiere del Paese – e non sarà l’ultimo, in assenza di interventi sistemici.
La domanda rilevante non è quando il numero di casi tornerà ai livelli abituali, ma se le infrastrutture e i sistemi di sorveglianza saranno in grado di rispondere in modo più robusto alla prossima stagione di piogge intense.
Cosa fare: indicazioni pratiche per i cittadini
Le autorità sanitarie regionali e il Ministero della Salute raccomandano le seguenti misure per ridurre il rischio individuale.
Comportamenti alimentari
- evitare il consumo di molluschi bivalvi (cozze, vongole, ostriche) crudi o poco cotti, indipendentemente dalla provenienza dichiarata
- acquistare molluschi esclusivamente attraverso canali ufficiali, verificando etichettatura e tracciabilità del lotto
- cuocere i molluschi in modo uniforme e prolungato: la cottura al vapore o in padella deve raggiungere temperature tali da aprire completamente i gusci; continuare la cottura per almeno 3-5 minuti dopo l’apertura
- non consumare frutti di mare surgelati senza portarli a ebollizione a 100°C per almeno 2 minuti
Igiene personale e domestica
- lavare le mani con acqua e sapone per almeno 20 secondi prima di cucinare, prima di mangiare, dopo l’uso del bagno e dopo aver assistito una persona malata
- separare alimenti crudi e cotti, utilizzando taglieri e utensili distinti
- non preparare cibo per altre persone in presenza di sintomi gastrointestinali
Quando rivolgersi al medico
In presenza di nausea persistente, forte stanchezza, dolore addominale, urine scure, feci chiare o colorazione giallastra di pelle e occhi (ittero) è necessario contattare il medico di base o il Pronto Soccorso.
Il periodo di incubazione del virus Hav varia da 15 a 50 giorni: i sintomi possono manifestarsi a distanza significativa dall’esposizione.
Vaccinazione
La vaccinazione contro l’epatite A è la misura preventiva più efficace. Chi ha avuto un contatto stretto con un caso confermato, o ritiene di aver consumato molluschi potenzialmente contaminati, deve rivolgersi tempestivamente al proprio medico o al Dipartimento di Prevenzione della Asl: la vaccinazione post-esposizione è efficace se somministrata entro 14 giorni dall’esposizione.
Crediti immagine: Depositphotos
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