Anche gli (altri) animali hanno una coscienza

Sono passati 13 anni dalla dichiarazione di Cambridge sulla Coscienza animale – a firma di Philip Low e di vari altri scienziati tra i quali Christof Koch, Jaak Panksepp, Stephen Hawking – e un anno circa da quella di New York firmata da Andreas Nieder, Robyn Crook, Robert Elwood, Irene Pepperberg e altri ancora, che hanno rivelato l’importanza della percezione che noi esseri umani abbiamo della coscienza, soprattutto di quella animale (rettili, pesci, anfibi, crostacei, uccelli vari eccetera).
In sostanza qual è il nostro pensiero sul fatto che tutti questi scienziati abbiano parlato di coscienza animale, o meglio di esperienze coscienti e con tanto convincimento, cioè che tutti gli animali, persino le drosofile, possano manifestare stati di coscienza? Ci sono diverse evidenze scientifiche a tale riguardo e, anche se a torto collo, noi umani dobbiamo ammettere che non siamo i soli a possedere questa importantissima funzione psicologica. La posseggono molti altri animali. Il fatto vero è che noi spesso dimentichiamo di essere degli animali e che come tutti gli altri animali abbiamo subito un processo evolutivo di cui non conosciamo e non possiamo prevedere il futuro.
Prima di proseguire su questo argomento piuttosto complesso, dobbiamo dire che cosa intendiamo per “vari livelli di coscienza” e più in generale che cosa sia la coscienza. Con “diversi livelli di coscienza”, ci si riferisce al fatto che, essendo la coscienza un prodotto causale ed emergenziale del cervello e dal momento che tutti gli animali posseggono un cervello, piccolo o grande che sia, anche gli animali debbano vivere esperienze coscienti relativamente alla specie di appartenenza e alla loro complessità organica.
Gli esseri umani hanno sempre creduto che uno stato psicologico di questo genere, appunto quello della coscienza, debba essere solo e unicamente il prodotto di attività corticali superiori, quelle delle aree corticali più evolute, per esempio del lobo frontale e parietale umano, ma il punto è che può essere anche il prodotto di aree sottocorticali, quelle del cosiddetto cervello di base, cioè quelle più remote ed evolutivamente più antiche.
È strano come anche dei rinomati scienziati (certamente non quelli che hanno redatto le Dichiarazioni di Cambridge e di New York) non abbiamo voluto mai ammettere la relazione che esiste per esempio tra le attività della formazione reticolare, del talamo, dell’amigdala (una struttura fondamentale del sistema limbico, una sorta di centralina del comportamento emotivo) e l’emergere di uno stato di coscienza. Il comportamento emotivo è uno stato della coscienza, così come l’attenzione, la sensazione, la percezione, le motivazioni e altro ancora. Questi ultimi stati sono tutti sotto il controllo delle aree sottocorticali, non di quelle superiori.
Eppure, dovremmo sapere che senza le sensazioni non avremmo la possibilità di percepire adeguatamente il mondo che ci circonda, senza attenzione non potremmo elaborare informazioni fondamentali per la nostra vita e quindi non elaboreremmo coscientemente niente, senza motivazioni non potremmo relazionarci bene con gli altri, per esempio non sapremmo corteggiare adeguatamente e riprodurci, non potremmo tanto facilmente passare da uno stato di attivazione neurovegetativa a una elaborazione cognitiva, cioè interpretare correttamente la causa dell’attivazione stessa. In sostanza, non sapremmo passare tanto facilmente, se non affatto, da processi veloci e automatici che avvengono nel nostro organismo ai processamenti coscienti, anche se più lenti dei primi, ma non per questo meno importanti.
Ora il punto è che molti pensano che negli animali, nella generalità dei casi, questi processamenti e soprattutto quelli consapevoli e coscienti, non avvengono affatto e che mai arrivino al cervello dove si dovrebbe decidere sul da farsi. Prendiamo il caso in cui un animale di fronte a uno stimolo esterno negativo, un pericolo, dopo averlo individuato non riesca a elaborarlo cognitivamente e in tutta coscienza. Sarebbe la fine della sua vita e conseguentemente della sua specie.
Tanto per capirci, un cacciatore con un fucile in mano sa o dovrebbe sapere che gli uccelli a volte sono più intelligenti di loro e che sanno come schivare il pericolo delle loro canne. Che cosa fanno allora i cacciatori? Si nascondono in apposite capanne per non essere individuati. Sono pochi i cacciatori che riescono ad abbattere tordi, beccacce, fagiani, pernici, quaglie e quant’altro, durante i loro spostamenti e in campo aperto, infatti quando si spostano lo fanno sempre a fucile disinnescato, anche per evitare di spararsi l’uno contro l’altro. Sparano principalmente quando sono nascosti o mimetizzati.
Gli uccelli, ma in generale tutti gli animali, hanno la possibilità di decidere sul da farsi di fronte a situazioni critiche, hanno un’attività cerebrale elevata per evitare di essere abbattuti, a meno che non siano stremati, intossicati o molto affamati. Per esempio, gli uccelli, dopo aver sentito uno sparo, volano via in branco, si muovono a zig zag e a quote molto elevate dove le pallottole a pallini dei cacciatori non possono raggiungerli. A volte i cacciatori usano dei richiami, tra l’altro vietati dalla legge sulla caccia, per ingannare le loro prede che possono cadere in questi tranelli, ma non più di una volta. C’è sempre qualcuno che sa mettere in relazione un falso richiamo con lo sparo, solo che i cacciatori non pensano che molti uccelli riescono a farlo. Comunque, la fauna aviaria è in netta diminuzione, non solo a causa dei cacciatori, che stanno, tra l’altro, diminuendo per gli alti costi delle licenze, dei fucili e delle pallottole, ma a causa di altri fattori su cui non si riflette. Uno di primaria importanza è l’inquinamento dei suoli e delle acque, inquinamento che conseguentemente si riflette sulle granaglie, sugli insetti, sulle varie larve e quant’altro di cui gli uccelli si alimentano.
È amaro dirlo, ma gli uccelli più ambiti dai cacciatori muoiono più per questi fatti che a causa delle loro pallottole. I cacciatori molto spesso non si rendono conto che gli uccelli che riescono ad abbattere sono quelli più deboli e meno veloci a causa delle progressive intossicazioni dovute a erbicidi, fertilizzanti chimici, solfati e tanti altri veleni che gli agricoltori spargono sul terreno.
Gli uccelli, ma come loro altri animali, polpi, gamberi e seppie in particolare, hanno una memoria a lungo termine notevolissima al punto che riescono a ricordarsi esperienze negative vissute anche in un loro lontano passato, eppure hanno un cervello piccolissimo. In base alla specie di cui stiamo parlando, gli animali per difendersi sfruttano le loro sensibilità più sviluppate; gli uccelli si basano molto sulla vista, mentre i rettili più sull’olfatto, così i topi e tanti altri piccoli mammiferi. Gli animali valutano le situazioni a seconda delle loro priorità e convenienze, tutte legate alla sopravvivenza e quindi a come evitare i pericoli, soprattutto quelli dovuti alla presenza dell’uomo e alla sua malvagità. I lupi non scendono a valle per il piacere di farlo, sanno dei pericoli che corrono, ma lo fanno per necessità, per non morire di fame e per alimentare i loro piccoli che lasciano nascosti in alta montagna dove i cacciatori non possono arrivare. La valutazione del pericolo che corre il lupo in queste circostanze è un indice rilevante del suo elevato stato di consapevolezza e anche di intelligenza, in sostanza di coscienza, indipendentemente da che cosa alcuni scienziati e filosofi ritengono che sia, per esempio quella sensoriale o emotiva o elaborativa e cognitiva: tutti stati mentali che riguardano quella che gli addetti ai lavori chiamano “coscienza fenomenica”.
Non è assolutamente vero che gli aspetti più importanti della coscienza nel regno animale siano ancora tutti da chiarire. Se essi sono chiari per l’essere umano dovrebbe esserlo anche per gli animali. Il fatto è che spesso si crede che la coscienza sia un “mistero” impossibile da risolvere. Non è un mistero, semmai un enigma, sul quale, è vero, bisogna indagare molto di più soprattutto quando si crede che la coscienza non sia un potere causale del cervello umano o animale che sia, piccolo o grande che sia, più o meno evoluto che sia.
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