Arriva (finalmente) ‘Il diavolo veste Prada 2’: affresco realista di un sistema in declino
È probabile che persino Papa Leone XIV sia al corrente che oggi nei cinema italiani esce il film ‘Il diavolo veste Prada 2’, sequel della pellicola grazie alla quale da vent’anni buona parte della popolazione mondiale sa che il ceruleo è una tonalità che va dal blu all’azzurro. Il teaser, online da novembre, ha superato gli 11 milioni di views su YouTube, il primo trailer, pubblicato a febbraio, ha raggiunto i 15 milioni di visualizzazioni. Serie televisive come ‘Sex & The City’ e, più recentemente, ‘Emily in Paris’, hanno catturato l’attenzione di milioni di spettatrici appassionate di moda ma ‘Il diavolo veste Prada’, tratto dal romanzo parzialmente autobiografico di Lauren Weisberger, ha raggiunto un pubblico mondiale molto più vasto, anche maschile, senza un target anagrafico specifico. Il personaggio di Miranda Priestly, interpretato magistralmente da Meryl Streep, ha una sua pagina Wikipedia e alcune battute sono ormai entrate nel linguaggio comune, anche di chi ignora(va) chi fosse il fotografo Mario Testino e non sapeva scrivere correttamente ‘Gabbana’.
Inaspettatamente, ‘Il diavolo veste Prada 2’ non è un nuovo capitolo sullo sfavillante mondo dell’editoria di moda, tutt’altro. Le proiezioni riservate agli addetti ai lavori di alcuni giorni fa hanno sorpreso molti per il realismo con cui il film ritrae il declino, per molti versi lo sgretolamento, del vecchio sistema dei magazine di settore. Runway, testata ispirata a Vogue Usa (così come Priestly ricalca palesemente Anna Wintour), è travolta da una profonda crisi a causa dell’incapacità di adeguarsi alle nuove dinamiche di fruizione dei contenuti. In caso foste intolleranti agli spoiler meglio fermarsi qui.

Il film inizia con Andy Sachs (interpretata da Anne Hathaway) vincitrice di un prestigioso premio giornalistico per il suo lavoro d’inchiesta nello stesso giorno in cui viene licenziata insieme a tutti i suoi colleghi. Situazione comune a dozzine di redattrici negli ultimi vent’anni (solo pochi giorni fa Condé Nast ha comunicato la chiusura di Wired Italia dopo ridimensionamenti a Teen Vogue e Vogue Business, solo per citarne alcuni). La giornalista si vede costretta a tornare a Runway con l’incarico di risollevare le sorti del magazine la cui immagine appare notevolmente appannata a causa di uno scandalo provocato da Priestly. Nei primi venti minuti della pellicola si assiste a ciò che oggi un fashion editor affronta ogni giorno: come declinare sui social network un articolo d’inchiesta? Come raggiungere l’interesse delle lettrici che non sfogliano più ma scrollano forsennatamente? Come garantire l’engagment attraverso like e commenti?
Parallelamente Miranda è alle prese con un numero di settembre alto “come un filo interdentale” a causa della scarsità di inserzionisti. Il seguito al cambio generazionale ai vertici della casa editrice, la rivista è oggetto di una spending review forzata che costringe la direttrice a viaggiare in seconda classe per seguire le sfilate in Europa e tagliare i budget per i servizi fotografici. Tutte conseguenze che i giornalisti conoscono bene e a cui hanno riso amaramente durante la proiezione milanese. Meryl Streep traduce perfettamente il fastidio con cui Priestly deve scendere a patti con i concetti di inclusività e politically correct; le è stato impedito di delegare alla seconda assistente l’onere di occuparsi di borsa e soprabito. Il contrasto tra il modus operandi della vecchia generazione e quello della Gen Z è lampante, proprio come in qualsiasi redazione. La sceneggiatura riesce anche ad affrontare il tema della sostenibilità grazie all’incremento dello shopping di lusso second hand (impensabile vent’anni fa). Molto realistica anche la contrattazione della copertura redazionale con i brand top client.
Il sequel contiene meno battute memorabili (Florals? For spring? Groundbreaking) ma molti più spunti di riflessione sull’editoria di moda e, in generale, sul fashion system. Emily Charlton (interpretata da Emily Blunt) ha lasciato Runway per l’impossibilità di fare carriera, preferendo un incarico di responsabilità da Dior, proprio come da diversi anni alcuni fashion editor hanno scelto di lavorare per grandi maison del lusso. Da mesi si rincorrono le voci di un presunto interesse di Jeff Bezos (e sua moglie Lauren Sánchez Bezos) per Condé Nast; nel film Runway rischia di finire nelle mani di un neo-miliardario incapace incoraggiato da una fidanzata arrivista.

Ovviamente ‘Il diavolo veste Prada 2’ è in primis un film di intrattenimento in cui non mancano (auto)ironia e colpi di scena, dinamiche da rom-com e (auto)citazioni. Se vent’anni fa Valentino Garavani era stato l’unico stilista ad intuire il potenziale della pellicola – e a non temere le reazioni di Anna Wintour – comparendo in prima persona con Giancarlo Giammetti, nel sequel si susseguono brevi cameo di Marc Jacobs, Donatella Versace (più volte citata nel primo film), Domenico Dolce, Stefano Gabbana e Francesco Scognamiglio così come la critica del New York Times Vanessa Friedman e lo stylist Law Roach.
Meryl Streep è sulla copertina dell’ultimo numero di Vogue Usa accanto a Wintour, il confine tra realtà e finzione è sempre più labile. Oltre a dozzine di video interviste, cover story (Elle, Harper’s Bazaar, Town&Country) il cast ha girato il mondo per il promo tour, da Mexico City a Shanghai passando per Londra, Tokyo e New York. Peccato non aver fatto tappa anche alla premiere nel capoluogo lombardo.
Ne ‘Il diavolo veste Prada 2’ la Milano fashion week rappresenta ciò che le sfilate di Parigi erano state nel film originale. Miranda e Nigel (Stanley Tucci) erano seduti in front row al défilé di Dolce&Gabbana lo scorso settembre ma nessun interprete è intervenuto alla serata-evento organizzata da Rinascente Duomo in collaborazione con i vari sponsor della pellicola. Fino al 4 maggio al piano -1 del department store è allestito un hub esperienziale che trasporta i visitatori nella redazione di Runway, attraverso ambienti interattivi pensati per essere vissuti, fotografati e condivisi. Rispetto a vent’anni fa anche il merchandising è cambiato e riflette l’ascesa del fast fashion. Fatta eccezione per le t-shirt made in Italy in cotone realizzate da Rinascente, la maggior parte del merchandising del film è in vendita da retailer quali Yamamay e Reserved ma anche dai marchi low cost Ovs, Alcott, Primark e Pull&Bear.
Fino a domenica è persino possibile accaparrarsi una copia gratuita di Runway all’edicola speciale in piazza Giovine Italia. In coda ci sono centinaia di liceali e businessman, signore over50 e universitarie. “Sono venuta in pausa pranzo perché alla fine questo non è solo un film. Miranda è Miranda!”, afferma zaino in spalla Eleonora. “Sono qui per la mia fidanzata ma il primo film lo conosco a memoria anch’io”, confessa Andrea. “Abbiamo preso i biglietti del cinema un mese fa e su Vinted ci sono copie di Runway in vendita a 300 dollari”, dichiara un gruppo di adolescenti impazienti di avere tra le mani la copia di una rivista che non esiste ma, paradossalmente, è quella di cui, da vent’anni, conosciamo la direttrice, le sue assistenti e il caporedattore moda. Di cui adesso sappiamo anche la crisi in cui versa ma che, nonostante ciò, continuerà probabilmente ad essere il sogno di migliaia di spettatrici.
Una ragazza in fila sotto il sole sfila la giacca e sfoggia orgogliosa la t-shirt con la celebre frase di Miranda Priestly, ‘Everybody wants to be us’, mentre inizia a cantare con le amiche la canzone incisa da Lady Gaga per il nuovo film. That’s all.
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