Chi è causa del suo mal, pianga sé stesso
Bruxelles – La riunione dei capi di Stato e di governo europei di ieri (giovedì 19 marzo), chiamata a rispondere a sfide esistenziali sul ruolo stesso dell’Unione europea al suo interno e sulla scena internazionale, è stata una volta di più dominata soprattutto dal braccio di ferro ingaggiato con Viktor Orbán per convincerlo, invano, a togliere il suo veto allo sblocco del prestito da 90 miliardi concesso all’Ucraina per evitargli la bancarotta in tempi rapidi (e consentirgli rifornimenti di armi e munizioni per sostenere lo sforzo bellico). Niente da fare: dopo oltre 90 minuti di discussione, la promessa di contribuire alla ricostruzione dell’oleodotto che porta il petrolio russo in Ungheria danneggiato da…un bombardamento russo e, magari, altre lusinghe, i leader europei hanno gettato la spugna, incassando l’ennesima battuta d’arresto di decisioni ampiamente condivise, ma bloccate per mancanza di unanimità, e si sono dovuti limitare a promettere che “alcuni fondi saranno comunque erogati”, con una prima tranche prevista entro l’inizio di aprile.
Il confronto con Orban, spalleggiato dal primo ministro slovacco Robert Fico, è stato particolarmente duro. Il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha definito “inaccettabile” il comportamento di Orbán, accusandolo di violare gli impegni presi a dicembre. Al termine del vertice ha ribadito che “nessuno può ricattare il Consiglio europeo” e anche altri leader europei, Friedrich Merz in primis, hanno espresso critiche esplicite, parlando di una rottura delle regole di fiducia su cui si basa il processo decisionale dell’Unione e Il belga Bart De Wever ha persino paventato l’espulsione dell’Ungheria dall’Unione europea. Solo Giorgia Meloni, a quanto riporta “Politico”, avrebbe dichiarato di “comprendere” le ragioni di Orbán, dato in svantaggio nei sondaggi in vista delle elezioni politiche ungheresi del 12 aprile prossimo, e che ha fatto della riattivazione dell’oleodotto di Druzhba, la condicio sine qua non del suo via libera al prestito, al ventesimo pacchetto di sanzioni balla Russia, allo stesso negoziato di adesione dell’Ucraina all’Unione europea.
“Capire le ragioni di Orban”, da parte di Giorgia Meloni, nonostante da presidente del Consiglio abbia da sempre assunto una coraggiosa posizione “pro Ucraina”, anche a fronte di diversi punti di vista di suoi alleati di governo, fai il paio con il sostegno video alla campagna elettorale di Orbán di qualche settimana fa. Ma è anche rilevatore di un qualcos’altro, che rappresenta poi il vero nodo della questione che non si vuole affrontare, qualcosa che attiene alla regola dell’unanimità, da Meloni strenuamente difesa
anche a fronte della sempre più evidente paralisi decisionale che provoca. L’immensa maggioranza dei leader europei che, a ragione, sbraitano contro Orbán per la sua mancanza di “lealtà istituzionale” perché non riconoscono che il vero “dito nella piaga” è proprio questo? Un’Unione europea di 27 Stati membri e destinata, prima o poi, ad allargarsi ad ancora altri Paesi può continuare a essere governata all’unanimità, lasciando anche al più piccolo la possibilità di bloccare ogni meccanismo decisionale nelle materie che si avverano essere quelle più sensibili per il suo essere, o non essere, soggetto economico e politico sulla scena internazionale?
Quando i Paesi dell’Europa occidentale hanno accolto a braccia aperte nella casa comune europea quelli dell’Est, reduci da uno spietato sistema di dominazione e dittatura da parte dell’Unione sovietica, si aspettavano di vedere i leader di questi stessi Paesi brandire a ogni piè sospinto l’arma dl veto e addirittura fare, per loro fini interni, dell’Unione europea il mostro che dipingono alle loro opinioni pubbliche, continuando nel frattempo a beneficiare degli importanti sussidi europei loro concessi Sarebbe bastato il veto di un solo “vecchio” Paese membro per impedire la loro adesione all’Unione europea. Erano altri tempi, dove si sarebbe dovuto però, come sostenevano alcuni non ascoltati europeisti, “approfondire” prima di allargare, togliendo appunto dalle mani di chiunque la pala con la quale si sta scavando la fossa delle istituzioni europee, se si procede di questo passo. E allora, con lo scenario mondiale sempre più incandescente, bisogna solo sperare nella sconfitta di Orbán ad aprile o si può e si deve chiedersi seriamente se non si può fare altro?
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