La gasiera Arctic Metagaz è alla deriva verso la Libia, che non può gestire da sola il rischio ambientale

A più di due settimane di distanza dal proditorio e insensato attacco nel Mediterraneo della nave gasiera “Arctic Metagaz”, battente bandiera russa – con un carico dichiarato di 61.000 tonnellate di gas naturale liquefatto (Gnl) –, resta ancora irrisolto il destino di questa sfortunata unità da carico. Abbiamo espresso in precedenza, sempre da queste stesse colonne, tutti i lati oscuri e le implicazioni di varia natura che il caso in sé richiama. Oggi, nella disattenzione generale dell’Unione europea, reputiamo necessario e urgente accendere i riflettori su quello che sta accadendo e, soprattutto, sui quello che potrebbe accadere e di cui, purtroppo, la pubblica opinione sa poco o nulla.
Sappiamo dell’attuale posizione in cui è stata rilevata la nave (grazie a “Radio Radicale” e al giornalista Sergio Scandura che con costante instancabile solerzia continua a seguire le sorti del relitto) che si trova ad oggi a circa 12 miglia a nord di una piattaforma petrolifera offshore, posizionata di fronte le coste della Libia. Per i sostenitori della dottrina SAR (Search and Rescue) la competenza passerebbe, in questo caso, allo Stato nella cui giurisdizione viene a trovarsi il relitto; noi abbiamo sostenuto (e sosteniamo) che il soccorso e la salvaguardia della vita umana in mare – unica motivazione in capo alla Convenzione di Amburgo dalla quale nasce il SAR – non abbia nulla a che vedere con l’attuale situazione del relitto che, invece, costituisce un potenziale serissimo rischio per gli ecosistemi marini e le coste sulle quali potrebbero arrivare gli effetti dei prodotti altamente inquinanti ancora contenuti nello scafo della gasiera, qualora dovessero fuoriuscire dallo stesso scafo; ci riferiamo principalmente al bunker presente a bordo, stimato in circa 1000 metri cubi di olio combustibile denso, oltre agli oli lubrificanti presenti a bordo, senza tralasciare quello che rimane del carico e di cui non si hanno notizie precise.
Il tema principale, dunque, resta quello afferente alla salvaguardia ambientale e ripetiamo, ancora una volta, che gli invocati aspetti SAR – peraltro conclusesi col salvataggio di tutti e trenta i membri dell’equipaggio – non c’entrano più nulla.
In tutta onestà, supporre che il governo libico possa essere in grado, autonomamente, di far fronte alla situazione in essere in chiave marine pollution sarebbe come affermare che possiamo organizzare viaggi di gruppo su Marte già a partire dalla prossima Pasquetta.
La gestione del relitto e il suo destino rappresenta un tema che va, a nostro avviso, oltre le possibilità d’intervento di un singolo Stato ma deve essere affrontato e risolto presso le sedi internazionali istituzionalmente competenti e che, almeno per una volta, devono uscire dal loro torpore burocratico - da slalomisti accaniti - e assumersi la responsabilità di organizzare una task force in grado di intervenire con la necessaria urgenza e la professionalità che il caso in esame richiede.
Siamo certi che il nostro Paese, per la sua antica tradizione marinara, per le elevate capacità ingegneristiche dei suoi tecnici e per l’intelligenza operativa già dimostrata in passato, sarebbe in grado di portare a compimento le operazioni di recupero e di bonifica del relitto della gasiera. A nostro avviso, occorrerebbe compiere uno sforzo (prodigio?) organizzativo che coinvolga sul piano politico i Paesi mediterranei che aderiscono alla “Barcelona Convention del 95” (tutte e 23 gli Stati rivieraschi, nessuno escluso) e conferire al Rempec (Centro Regionale per la risposta alle Emergenze da Inquinamento Marino nel Mediterraneo) di Malta un ruolo di coordinamento di tutte le attività operative che sarà necessario programmare e portare a compimento.
Sarebbe assai importante misurare la capacità operativa delle istituzioni internazionali e testarne la reale capacità di risposta, partendo dagli organismi comunitari più rilevanti, come, ad esempio l’EMSA (European Maritime Safety Agensy) e così fugarne, una volta per tutte, il sospetto che siano soltanto pachidermici apparati burocratici inefficaci se non completamente inutili.
Il fattore costi non lo trascuriamo, lo mettiamo volutamente e semplicemente in secondo piano perché riteniamo giusto dare priorità agli aspetti organizzativi ed operati; in conclusione, sommessamente, ricordiamo che la nave batte bandiera russa e le spese che verrebbero sostenute potrebbero ricadere sulla Federazione Russa, di cui molti Stati europei detengono ingenti beni posti già sotto sequestro. Non lasciamo che ciò che resta della gasiera affondi o, peggio, che venga deliberatamente fatta affondare.
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