Da Yeyaefont studio ogni storia lascia il segno

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Nonostante a Milano lo spazio sembri sempre mancare rivelandosi sempre meno adatto ad assecondare i ritmi di vita, in via Settembrini 15 accade invece che lo spazio si apra, si allarghi, respiri e accolga chi viene da fuori. Parliamo di Yeyaefont studio, un habitat ibrido dove convivono e collaborano le intuizioni artistiche di Giada Montomoli e Luca Font. Giada è una visual artist che, partita dal mondo dell’interior design e dei graffiti, ha poi cercato altrove nuovi modi per esprimersi. Una ricerca che l’ha portata a scoprire i tessuti. «Mi affascina l’idea che il materiale sia fatto di trame – racconta a Linkiesta Etc. Il tessuto si strappa, viene corroso dal sole, ha una vita. E questa cosa mi piace, il fatto che non sia eterno, ma che subisca le intemperie della vita, e che non duri per sempre». Luca, invece, trova la sua dimensione nel rigoroso mondo dei tatuaggi, della street art, dei pennelli, dei rulli, e della pittura. I due percorsi differenti hanno però trovato una sintesi in uno spazio creativo dove pannelli e drappi di tessuto colorato convivono, e dove la chiave sta proprio nella costante ricerca di contaminazione, e apertura verso l’esterno.

Giada racconta infatti che di recente ha iniziato a dipingere sul tessuto, e in particolare sul lino. «Non lo avevo mai fatto, è una cosa molto recente, ma è bello. È un approccio diverso rispetto al mio, dove solitamente l’imperfezione è contemplata. Quando metto il tessuto su una scala, mi sento più un parrucchiere che taglia le ciocche di capelli, e anche se dai un ultimo taglio alla fine non è mai veramente l’ultimo. Per dipingere sul tessuto, invece, non puoi sbagliare». Giada racconta che se prima usava i pennelli di Luca, oggi ha acquistato i suoi, e spiega anche come anche i graffiti di Luca si siano lasciati influenzare dal suo lavoro: se prima i quadri avevano delle linee perfettamente pulite, oggi l’errore è anche previsto. «Se sulla tavola si nota un segno di matita, invece che pulirlo ora lo lascia intravedere», rendendolo più simile all’arte di lei. Proprio da questa necessità di contaminazione e confronto da qualche mese Yeyaefont studio si è aperto temporaneamente ad altre persone. Giada racconta come nonostante lo studio sia ancora nuovo e «debba ancora essere battezzato», quella di ospitare persone esterne sia stata una necessità.

«Avere persone che a turno passano per lo studio è un’inesauribile fonte d’ispirazione – racconta la visual artist – che permette di uscire dall’introspezione». Ma le fonti d’ispirazione sono molteplici e stratificate. Dalla sua arte traspare l’eredità colombiana, con i suoi colori e le sue trame. Ci sono i balconi delle case, da cui nasce l’idea di appendere tessuti, di sovrapporre strati di colore e poi intervenire con le forbici. Ma c’è anche la dimensione femminile, da sempre presente nei progetti di Giada, e che oggi è arricchita da un’esperienza di maternità che da tre anni ha cambiato la prospettiva. E ci sono poi i suoi studenti – ognuno con la sua storia – che rappresentano un contatto con il mondo che verrà. Da Yeyaefont studio chi passa lascia una traccia, e con la sua storia, ne infittisce la trama.
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