Gli scatti di Luigi Ghirri immortalano l’eternità nascosta negli spazi del quotidiano

Aprile 30, 2026 - 17:30
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Gli scatti di Luigi Ghirri immortalano l’eternità nascosta negli spazi del quotidiano

L’ultima fotografia scattata da Luigi Ghirri è rimasta custodita nel rullino della sua macchina fotografica dopo la sua scomparsa, nel febbraio 1992. Ritrae un paesaggio della campagna: pare un corso d’acqua o un canale innevato, illuminato da una luce bianca e accecante, che cancella i contorni e trasmette una sensazione di eternità. Si tratta di una veduta vicino alla sua casa, a Roncocesi, un paesino a 7 km dal centro di Reggio Emilia che oggi conta poco più di milleottocento abitanti. È un luogo ben connesso, a ridosso dell’autostrada A1 e della linea ferroviaria ad alta velocità che collega Milano e Bologna. Proprio come Roncocesi, lo sguardo su pellicola di Luigi Ghirri si deposita, e racconta l’universalità della vita quotidiana, senza curarsi delle velocità che la attraversano.

Inaugura oggi presso il Palazzo dei Musei di Reggio Emilia l’esposizione Luigi Ghirri. A series of dreams. Paesaggi visivi e paesaggi sonori. Un allestimento composto da tre sezioni che comprende anche Oltre quei monti il mare, uno spazio di sperimentazione musicale intorno al concetto di soundscape, a cura del cantautore e produttore Jacopo Incani, in arte Iosonouncane. Dal 2021 l’opera di Ghirri trova uno spazio permanente al secondo piano del Palazzo dei Musei dell’Emilia Romagna, un luogo pensato per valorizzare l’eredità di una delle personalità che più ha segnato l’identità culturale della città. 

Ogni anno, il Comune di Bologna in collaborazione con la Fondazione Luigi Ghirri propone una nuova esposizione per raccontare la complessità della produzione artistica del fotografo attraverso sguardi e linguaggi contemporanei. Fino al 28 febbraio 2027 il riallestimento della sezione fotografica esplorerà ciò che Ghirri definiva “la strana parentela tra suono e immagine”, che da sempre ha caratterizzato la sua cifra stilistica. Negli scatti di Ghirri è ben presente un approccio metafisico al quotidiano, con immagini dai colori pastello e dai margini sfumati, dei non-luoghi presenti nell’immaginario di ognuno. Una visione fortemente influenzata dalla musica, dalle amicizie con Lucio Dalla, Luca Carboni, Gianni Morandi, Ron e i CCCP. Del connubio tra musica e fotografia nell’opera di Ghirri abbiamo parlato con i curatori e le curatrici della mostra.

Luigi Ghirri, Modena, 1979 © Eredi Luigi Ghirri

La mostra si apre con la proiezione di un video inedito realizzato da Ghirri nel 1991. Il linguaggio cinematografico a cui si avvicina negli ultimi anni di vita influisce sulla “fissità” tipica dei suoi scatti? Che rapporto aveva Ghirri con la cinepresa?

Ilaria Campioli e Andrea Tinterri: Luigi Ghirri acquistò la telecamera nel 1991, in occasione della nascita della figlia Adele. Il video conservato nella VHS, che per l’occasione della mostra è stato affidato al montatore Cristiano Travaglioli, restituisce uno sguardo che sembra indugiare sulle immagini, come ad attendere lo scorrere del tempo. I movimenti della telecamera sono minimi e ribadiscono l’interesse di Ghirri per alcune tematiche che hanno caratterizzato l’intera sua ricerca: l’attenzione all’esterno, gli spazi liminari che la nostra disattenzione quotidiana sembra dimenticare, l’incerto profilo delle nuvole forse impossibile da tradurre. Ma una parte del video è anche dedicata alle prime esplorazioni domestiche della figlia Adele di soli pochi mesi: brevi spostamenti nello spazio, i primi tentativi di percorrere l’ignoto, come se non tutte le rotte fossero già state tracciate. E in tutto questo la musica – con brani di Bob Dylan e passaggi di musica classica – o il suono ambientale, penetrano le immagini, evidenziando il bisogno di oltrepassare il silenzio della fotografia e approdare ad un nuovo linguaggio. 

Ghirri parlava di una parentela tra suono e immagine. Che ruolo ha ricoperto la musica, nella sua opera? 

Giulia Cavaliere: Per capire quale sia stato il ruolo della musica nell’opera di Ghirri credo sia fondamentale rendersi conto di quale ruolo ha avuto la musica, piuttosto, nella sua vita: un ruolo non solo rilevante ma centrale. Dovessimo trovare una definizione per identificare la sua tensione costante verso la musica diremmo che si trovava a metà tra il grande appassionato e il musicofilo. Osservando la sua collezione di dischi si coglie una sostanziale qualità di ascoltatore e di acquirente: la curiosità. Questa curiosità contraddistingue senz’altro anche il suo approccio, il suo sguardo sul mondo attraverso la macchina fotografica. La curiosità si accompagnava alla libertà esplorativa: Ghirri non cercava, come ascoltatore di musica, il monumento o il capolavoro, la sua collezione è ricca di dischi dai più considerati minori, angolari, laterali, esattamente come la sua fotografia testimonia frequentemente scenari che sono nella vulgata considerati tali. Era antimonumentale tanto nell’approccio alla musica quanto in quello alla fotografia.

Luigi Ghirri, Modena, 1978 © Eredi Luigi Ghirri

In che modo è stata tradotta l’idea di “paesaggio sonoro” all’interno di Palazzo dei Musei?

Ilaria Campioli e Andrea Tinterri: Nei suoi scritti Ghirri torna più volte sul tema del paesaggio sonoro, accostando ascolto e visione. Queste si configurano come due modalità differenti ma affini di attenzione verso l’esterno, verso quello che definisce il “paesaggio del mondo”, e dunque come due modi per ricreare una relazione con ciò che ci circonda. Come ogni anno, il riallestimento dell’intera sezione di fotografia di Palazzo dei Musei è l’occasione non solo per approfondire e condurre una ricerca specifica all’interno dell’archivio e delle tematiche presenti nell’opera di Ghirri, ma anche per riflettere su questioni profondamente connesse alla nostra contemporaneità attraverso il dialogo con altri artisti o archivi. Per questa mostra ci è sembrato quindi fondamentale coinvolgere un musicista e, grazie a una suggestione di Giulia Cavaliere, la collaborazione con Iosonouncane è apparsa da subito particolarmente adatta, per affinità di sensibilità e di ricerca. La sezione che si intitola Oltre quei monti il mare è una riflessione sul paesaggio sonoro che parte dall’infanzia dell’artista: uno spazio tripartito da percorrere al buio, che ci ricorda come anche l’esperienza sonora faccia parte delle nostre vite e sia centrale nella formazione di quel rapporto con l’esterno di cui parlava Ghirri. È anche un modo per sottolineare quanto il suono abbia un ruolo fondamentale nella nostra esperienza del mondo.

Ghirri ha lavorato con i grandi del cantautorato. C’è una caratteristica tecnica o poetica ricorrente nelle sue foto per le copertine dei dischi?

Giulia Cavaliere: Alcune scelte di prospettiva o di poetica, condivise con il lavoro di art direction della compagna di vita e di lavoro Paola Borgonzoni, rivelano una costante esplorativa, il desiderio cioè di giocare, di aprirsi anche a una dimensione ludica e sperimentale in campo fotografico, qualcosa che fa pensare che, come dicevo poc’anzi, effettivamente fotografare il mondo della musica, rendere immagine qualcosa che gli era così caro come la canzone e chi la creava, gli permettesse di sentirsi particolarmente libero, aperto a un infinito di possibilità e di imprevedibilità.

Luigi Ghirri, Porto Recanati, 1984 © Eredi Luigi Ghirri

La terza sezione dellesposizione propone una riflessione sul concetto di soundscape, attingendo alla definizione di ecologia acustica formulata dal teorico canadese Raymond Murray Schafer. Come si sposa la memoria sarda di Iosonouncane, ricca e materica, con il rarefatto e nebbioso paesaggio emiliano di Ghirri?

Iosonouncane: Buggerru è un piccolo paese infilato in una gola sul mare della costa sud occidentale della Sardegna. Le case sono quasi perennemente battute dal maestrale. Il mare mosso viene sollevato dalle folate di vento. Il vento si incanala nel paese e, trasportando salsedine e sabbia, si fa visibile a ondate. In un qualche modo, quindi, anche il paesaggio di Buggerru conosce una sua rarefazione, una insondabilità che ha a che fare con la distanza e l’attesa. E il manifestarsi di tutto ciò nel suono. 

Oggi siamo saturi di stimoli sonori e visivi. Che eredità lascia il lavoro di Luigi Ghirri?

Ilaria Campioli e Andrea Tinterri: Da questo punto di vista, il pensiero e la ricerca di Ghirri sono profondamente attuali. Sappiamo infatti che buona parte della sua opera e della sua riflessione teorica sono state orientate alla creazione di una “immagine nuova”, capace di ristabilire una relazione con l’esterno. Una relazione che sentiva messa in discussione, o quantomeno resa più difficile, dalla predominanza di certe immagini, in particolare di quelle pubblicitarie, che costituivano una sorta di secondo paesaggio. Ma soprattutto imponevano una modalità di sguardo regolata da codici propri. Per questa ragione, con il suo lavoro ha cercato di ricreare una relazione con l’esterno, avvicinando le persone a luoghi che restavano ai margini della “rappresentazione ufficiale”. Uno dei punti di riflessione della mostra riguarda anche il musicologo, compositore e fondatore dell’ecologia acustica R. Murray Schafer, che negli stessi anni si poneva domande analoghe in rapporto al suono e all’ascolto. Una preoccupazione comune, dunque, rispetto alla crescente difficoltà del vedere e del sentire. Come Ghirri ha più volte sottolineato, esiste una relazione profonda fra il vedere e il sentire: un richiamo a essere presenti, a riconnettersi con l’esterno. Su questo aspetto mi piace ricordare uno scritto di Paola Borgonzoni, compagna di vita e di lavoro di Ghirri, ed altra presenza importante in mostra, che osservava come fare fotografia, così come comporre musica, sia un momento di massima presenza, per raggiungere un possibile altrove, dove però «trascinare anche gli altri, tutti gli altri che ascoltano e che guardano perché alla fine possano vedere e sentire».

Luigi Ghirri, Modena, 1970 © Eredi Luigi Ghirri

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