Il gran discorso di Mattarella all’Università di Salamanca

Mar 19, 2026 - 23:00
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Il gran discorso di Mattarella all’Università di Salamanca

Maestà,

Magnifico Rettore,

Signor Direttore della Facoltà di Filologia,

Signore e Signori Decani e Professori,

Care studentesse e cari studenti,

desidero anzitutto esprimere al Magnifico Rettore, al Senato Accademico e alla Facoltà di Filologia la più profonda riconoscenza per l’alto onore di ricevere un Dottorato honoris causa da un’istituzione così prestigiosa, con una tradizione accademica che le ha consentito nel corso dei secoli di accompagnare la Spagna e l’Europa, esprimendo illustri studiosi.

In un ideale dialogo con i loro omologhi italiani, si può rinvenire un contributo rilevante alla formazione della cultura europea come la conosciamo oggi.

In essa, infatti, le relazioni tra Spagna e Italia rappresentano uno degli assi portanti.

Lungo un arco temporale che si estende dall’antichità romana fino all’età contemporanea, i nostri Paesi hanno condiviso strutture istituzionali, modelli culturali e dinamiche politiche che ne hanno profondamente influenzato la rispettiva evoluzione storica.

Una relazione profonda, che ha inciso, al di là del rapporto tra gli Stati, sulle società dei nostri popoli, nelle quali dimensioni politiche, culturali, religiose e intellettuali si sono costantemente intrecciate e vicendevolmente influenzate.

Sappiamo che il primo fondamento delle relazioni tra Spagna e Italia si ritrova nell’Impero romano.

La romanizzazione della Hispania e della penisola italiana produsse una base culturale condivisa, fondata sul diritto romano, sulla lingua latina e su un modello amministrativo complesso.

Sul piano della cultura abbiamo vissuto un’autentica fusione: pensiamo a Lucio Anneo Seneca – cordobés – la cui riflessione etica ha influenzato profondamente il pensiero morale d’Europa. Allo stesso modo, sul versante italiano, figure come Cicerone, Virgilio e Tito Livio elaborarono modelli letterari e storiografici che divennero patrimonio comune, producendo una concezione universalistica del potere destinata a influenzare l’intero continente.

La caduta dell’Impero romano d’Occidente non ne interruppe del tutto la continuità. Il diritto romano continuò a esercitare la propria funzione ordinatrice, contribuendo a una comune tradizione giuridica destinata a riaffiorare nei secoli successivi.

L’intensità dei nostri rapporti culturali non venne affievolita neppure dalla frammentazione politica che caratterizzò Spagna e Italia durante il Medio Evo.

Se il Papato costituì un comune polo di riferimento, un ruolo centrale fu svolto dalla trasmissione del sapere, soprattutto attraverso la nascita delle prime università.

Nel 1200, a pochi anni di distanza, vennero fondate lo Studium di Salamanca e la Federico II di Napoli che, poco più di un anno fa, ha, per la prima volta, attribuito un dottorato a un Capo di Stato, Sua Maestà Felipe VI.

Conserverò tra i ricordi più intensi del mio mandato presidenziale quella cerimonia, colma di significato, resa preziosa dall’altissima lectio di Sua Maestà, che ringrazio per essere presente oggi.

Maestà, in quell’occasione Lei disse “senza la Spagna non si può comprendere Napoli, e senza l’Italia, e, concretamente, Napoli, non è possibile comprendere la Spagna”.

Sono certo che Vostra Maestà condivida che io oggi aggiunga: senza la Spagna e l’Italia non si può comprendere l’Europa.

Le Università di Napoli, Salamanca, Bologna, Valladolid non furono realtà isolate ma nodi di un sistema sovranazionale di circolazione di docenti e studenti, nella comune lingua latina, contribuendo alla diffusione di valori condivisi: l’idea di una razionalità ordinatrice, il primato del diritto, la centralità della riflessione teologica e filosofica, il riconoscimento di un sapere strutturato secondo metodi rigorosi come la lectio e la disputatio.

È in questi centri che avviene la formazione di un’élite intellettuale europea, consapevole di appartenere a una medesima res publica christiana.

Il Claustro de Doctores di questa Università ha deciso di celebrare la figura di uno dei fondatori – cinquecento anni or sono – della “Scuola di Salamanca”, Francisco de Vitoria, protagonista di riflessioni e definizioni che – ancor oggi – costituiscono principi fondanti la comunità internazionale, a partire dalla sua “totus mundus est quasi una res publica”, con il passaggio dalla concezione di comunità legata alla cristianità medievale a quella di comunità universale del genere umano.

Troviamo, anche in questo caso, una connessione con il mondo romano, con le opere di Gaio.

De Vitoria richiama la definizione di ius gentium del giurista romano “diritto praticato da tutti gli uomini, inter omnes homines, perché stabilito dalla ragione naturale”, per sostenere – nelle sue Relectiones – che si tratta di diritto che “la ragione naturale ha stabilito tra tutti i popoli”, definendo una relazione diretta tra comunità politica e diritto internazionale.

Il passaggio dal Medioevo alla modernità segna una profonda trasformazione del modo di concepire l’uomo e il potere.

Due autori sono significativi in questo passaggio: Niccolò Machiavelli e Miguel de Cervantes, spesso considerati lontani per genere e stile, ma sorprendentemente vicini sul piano antropologico.

Machiavelli, che riconosce l’uomo come soggetto storico responsabile, capace di agire entro le leggi della realtà, sviluppando un’analisi del potere che non giustifica la tirannide, bensì smaschera le illusioni che permettono al potere arbitrario di perpetuarsi.

Cervantes, che, con Don Chisciotte, rivendica la libertà interiore e la dignità dell’ideale, anticipando una concezione europea della dignità umana come valore intrinseco, indipendente dal successo o dal riconoscimento sociale.

Entrambi gli autori, pur con strumenti diversi, contribuiscono alla nascita di una coscienza moderna dell’uomo, fondata sulla responsabilità individuale e sulla consapevolezza del conflitto tra ideale e realtà.

Addentrandoci nell’Illuminismo troviamo Cesare Beccaria e Gaspar Melchor de Jovellanos. Entrambi, perseguitati per le loro idee, testimoniano la difficoltà di affermare la ragione in contesti autoritari.

Beccaria afferma che la legge deve essere espressione della ragione e della giustizia, e contribuisce alla nascita del diritto penale moderno in ambito europeo.

Jovellanos declina gli stessi principi in chiave civile e riformista, concependo lo Stato come garante dei diritti.

Eppure, questa progressiva costruzione di una cultura europea fondata sui valori universali di uguaglianza, dignità, libertà e primazia del diritto non riesce ad evitare le grandi crisi del XX secolo, che entrambi i nostri Paesi hanno vissuto, sia pure con modalità e sviluppi differenti.

Anche nella crisi dei valori che attraversa il continente in un secolo che ha conosciuto gli orrori del nazismo e del fascismo e quelli del comunismo, la cultura resta un argine, come testimonia il coraggioso discorso pronunciato da Miguel de Unamuno proprio in questa università il 12 ottobre 1936: “Venceréis, pero no convenceréis”: parole che diventano simbolo contro le forze autoritarie e difesa della ragione, della coscienza libera.

Non meno potenti, dopo il secondo conflitto mondiale, le parole di Primo Levi e di María Zambrano che rappresentano due risposte diverse, tuttavia convergenti, alle barbarie del secolo.

Levi, sopravvissuto ad Auschwitz, fa della scrittura un atto di testimonianza e di difesa dei diritti umani.

Zambrano, filosofa dell’esilio, elabora una concezione dell’Europa come patria spirituale, fondata sulla persona e sulla compassione.

Nel dialogo a distanza tra questi due pensatori emerge un europeismo che precede un senso strettamente politico e si qualifica sul terreno etico e culturale.

L’Europa, insomma, trova il suo fondamento nella dignità umana, nella solidarietà, nei valori civili.

Maestà, Magnifico Rettore,

si tratta di pilastri solidi, con radici profonde, cementati da secoli di pensiero illuminato e da un’etica condivisa.

Come scrisse Maria Zambrano “La nostra anima è attraversata da sedimenti di secoli, le radici sono più grandi dei rami che vedono la luce.”

In queste fondamenta abbiamo fiducia: non cederanno agli attacchi di quanti vorrebbero smantellare la costruzione europea.

Dobbiamo ritrovare l’ambizione dei leader che, nel 1951, nel preambolo del Trattato della Comunità del carbone e dell’acciaio, posero queste parole: “Convinti che il contributo che un’Europa organizzata e viva può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche”.

Un’Europa dunque nucleo indispensabile per il mantenimento di quelle relazioni pacifiche che sei anni prima la Carta di San Francisco aveva messo al centro della missione identitaria delle Nazioni Unite.

Un’Organizzazione che nasceva per sottrarre ai singoli Stati – non importa quanto potenti – le decisioni fondamentali su pace e sicurezza, immaginando così una nuova stagione del diritto internazionale fondata su tre pilastri: il divieto dell’uso della forza; il principio di sovrana eguaglianza degli Stati; la promozione universale dei diritti umani.

In cui pace e diritti umani non costituiscono ambiti distinti, bensì dimensioni complementari di un progetto normativo volto a superare la logica del sistema westfaliano.

La pace insomma non coincide con qualsiasi equilibrio ma si realizza in presenza di condizioni di giustizia e di inclusione.

Pensiamo all’articolo 2 della Carta che dispone: “I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, o in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite.”

Mentre nel sistema imperialistico delle grandi potenze la guerra veniva considerata uno strumento legittimo di politica estera, la Carta di San Francisco introduce un divieto generale dell’uso della forza, consentendo soltanto due eccezioni: la legittima difesa e le misure autorizzate dal Consiglio di Sicurezza.

Una norma che definisce i confini della legittimità del potere politico nei rapporti internazionali, rimuovendo la pretesa che la sovranità degli Stati possa consistere nel diritto di muovere guerra.

Quel che avviene in questi ultimi anni in cui assistiamo a progressivi atti di erosione del divieto di muovere guerra nelle contese internazionali.

Come l’articolo 2, per la pace, l’articolo 55 della Carta dell’ONU, per la promozione, dispone il “rispetto universale e l’osservanza dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione.”

L’articolo occupa una posizione centrale nell’architettura normativa dell’ordine internazionale contemporaneo segnando un passaggio storico: i diritti dell’individuo non sono più esclusivamente materia interna agli Stati ma divengono oggetto di interesse della comunità internazionale.

Anche a questo riguardo la distanza tra la formulazione universalistica della norma e la realtà politica di questo periodo appare immane.

La frequenza di violazioni sistematiche dei diritti umani, favorite dal tentativo di rendere marginali le Nazioni Unite, affievolisce l’efficacia dell’ordine internazionale e dei suoi principi.

Una condizione che ha finito per favorire l’attuale controtendenza, rispetto allo spirito di San Francisco, e che vede il riemergere di una insofferenza crescente rispetto alle regole pattuite e agli impegni che ne derivano, liberamente sottoscritti dagli Stati. Questo avviene in nome di un presunto sovranismo assoluto, che si manifesta immemore di dove possa condurre il Leviatano invocato da Hobbes.

Accade così che – in opposizione a quanto si afferma necessario per l’ordinata vita delle singole comunità nazionali – si assista alla delegittimazione delle Corti Internazionali e dei loro giudici, negando il valore del diritto internazionale, rimuovendo la storica scelta di civiltà di predisporre autorità preposte a verificarne il rispetto e a sanzionarne le violazioni.

Osserviamo l’involuzione del sistema multilaterale di controllo degli armamenti e delle relative misure di fiducia reciproca, faticosamente costruite nel periodo della Guerra fredda e nella fase successiva alla caduta dell’impero sovietico.

Stiamo assistendo a un progressivo indebolimento fatto di sospensioni, ritiri, mancati rinnovi.

Un fenomeno che comporta non soltanto una perdita di strumenti di trasparenza, ma anche una trasformazione del regime giuridico internazionale in materia di sicurezza, con conseguenze rilevanti sul piano della prevedibilità strategica e della prevenzione delle escalation.

Trattati paralizzati o rimossi negli ultimi anni.

Non rileva soltanto la cessazione degli obblighi contrattuali, ma la perdita di meccanismi che per decenni avevano fatto crescere la reciproca comprensione e garantito stabilità.

La sistematica inosservanza quando non la aperta violazione della Carta delle Nazioni Unite, l’abbandono delle organizzazioni settoriali operative del sistema onusiano, lo smantellamento del sistema del controllo degli armamenti, la delegittimazione delle Corti, sono tutti fenomeni che vanno nella medesima sconfortante direzione.

Ne deriva un vuoto, una arbitraria “terra di nessuno”, ambito per ingiustificate scorrerie – in una sorta di rincorsa a rinnovate conquiste, espansioni commerciali, creazione di presunte fasce e aree di sicurezza, con un processo che va a gravare pesantemente sui Paesi e sui popoli più poveri e meno fortunati.

Non possiamo rischiare di dover essere indotti a ripetere le parole con cui, nel 1935, Johan Huizinga apriva il suo “Nelle ombre del domani” scrivendo: “Vediamo distintamente come quasi tutte le cose, che altra volta ci apparivano salde e sacre, si siano messe a vacillare: verità e umanità, ragione e diritto”.

Lungo tutta la storia moderna abbiamo vissuto cicli in cui sistemi globali sono stati dismessi per essere sostituiti da strutture che riflettevano i tempi nuovi.

Oggi non sembra prevalere il desiderio di dare vita a un progetto più efficace; né, tanto meno, sembrano prevalere i tre pilastri prima richiamati: il divieto dell’uso della forza; il principio di sovrana eguaglianza degli Stati; la promozione universale dei diritti umani.

Una vis destruens che non origina dalla necessità di preparare il terreno a una costruzione migliore, ma – parrebbe – dalla volontà di eliminare quei limiti all’esercizio di una pretesa sconfinata sovranità statale che erano stati definiti per impedire la prevalenza di aspirazioni egemoniche dei gruppi dirigenti in controllo dei Paesi più forti, più ricchi, meglio armati.

L’ordine internazionale è, per sua natura, dinamico, nuovi protagonisti si affacciano, nuove sfide si presentano.

Cosa può fare l’Europa a fronte della recessione del modello cooperativo multilaterale nella gestione dei rapporti tra gli Stati?

Accettare che esso venga soppiantato da una visione contrattualistica fondata sulla competizione?

Tocca all’Europa saper dire di no.

Dire di no all’ampliamento dei conflitti, a una perenne instabilità, con la moltiplicazione dei fronti di crisi.

Come dimostrano le drammatiche vicende che, a partire dal sanguinoso attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, vedono oggi Iran, Libano, l’intera regione medio-orientale e del Golfo, al centro di un arco di crisi di cui non si intravede lo sbocco, con gravissime conseguenze sulle popolazioni.

Dall’assalto russo all’Ucraina in poi si è intensificata la convinzione che l’aggressione possa essere regolarmente praticata nei rapporti internazionali.

Ne conseguirebbe il venir meno di attenzione e di impegno verso le vere crisi che affliggono le popolazioni mondiali: quella climatica, da cui dipendono fenomeni migratori importanti; quella alimentare, quella energetica, quella demografica, quella sanitaria. Le politiche di trasferimento di aiuti tendono a impoverirsi, con incremento delle spese militari.

Anche su questi fronti si giocano valori cari all’esperienza europea come la dignità della persona e la sua libertà.

Valori che abbiamo condiviso con l’altra sponda dell’Atlantico e riassunti da Franklin D. Roosevelt nel discorso delle quattro libertà del gennaio 1941: libertà di parola e di espressione ovunque nel mondo; libertà di culto; libertà dal bisogno, ovunque nel mondo; libertà dalla paura “che – disse – tradotta in termini mondiali, significa una riduzione mondiale degli armamenti a un punto tale e in modo così completo che nessuna nazione sarà in grado di commettere un’aggressione fisica contro un vicino ovunque nel mondo”.

Può apparire che rimanere attaccati a un ordine e a istituzioni che stanno perdendo autorevolezza, efficacia, finanziamenti, sia una ricetta certa per la marginalizzazione del nostro continente.

Eppure, prendere atto dei cambiamenti in corso e non limitarsi a subirli significa avere il coraggio di proporre una visione alternativa alla mera legge di chi appare più forte.

È la strada che l’Europa può e deve percorrere.

Una visione e dei principi al cui servizio dobbiamo porre strumenti e modalità di azione nuovi e flessibili. Adatti ai tempi e fondati su un pensiero sviluppatosi nei secoli, a cui Spagna e Italia hanno ampiamente contribuito.

Maestà, Magnifico Rettore, Signori Professori,

al palazzo delle Nazioni Unite a New York è esposto un busto di Francisco de Vitoria.

Il prossimo anno ne ricorreranno cinquecento dalla nascita di un altro grande docente, Luis de León, teologo, poeta, giurista, traduttore in castigliano della Bibbia. Troviamo anche qui un legame con la cultura italiana, con Petrarca, con Pietro Bembo.

De Vitoria e de León non ebbero remore ad affermare la libertà di ricerca e di espressione, in tempi certamente non facili.

A Luis de León risale l’espressione, al suo ritorno all’insegnamento dopo l’esperienza dell’Inquisizione, “Dicebamus hesterna die”, a conferma della capacità di resilienza.

Lo spirito che li animò deve ispirarci oggi, in questa difficile congiuntura.

Poco meno di ottant’anni addietro, l’Umanesimo europeo seppe ispirare i Padri fondatori dell’odierna Europa.

Basta fare riferimento alle finalità assegnate all’Unione dall’articolo 3 del Trattato Unico:

“la pace, la sicurezza, lo sviluppo sostenibile della Terra, la solidarietà e il rispetto reciproco tra i popoli, il commercio libero ed equo, l’eliminazione della povertà e la tutela dei diritti umani, la rigorosa osservanza e lo sviluppo del diritto internazionale, in particolare il rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite.”

È missione che ci compete e che riguarda le nostre società, i nostri ordinamenti.

Distrarci oggi dalla sua applicazione significherebbe tradire la nostra cultura, i nostri popoli, abdicare al ruolo dell’Europa unita.

Se perdessimo di vista i nostri obiettivi saremmo sconfitti, come già Seneca ammoniva: “Ignoranti quem portum petat nullus suus ventus est”. Per chi ignora in quale porto approdare non vi sono venti favorevoli.

Noi sappiamo dove approdare: ce lo indicano i Trattati dell’Unione Europea.

Care studentesse, cari studenti,

so che, in questo momento, in questa prestigiosa università, studiano più di 450 ragazze e ragazzi italiani, parte di un vasto movimento di giovani europei che liberamente scelgono dove studiare.

Ogni anno, grazie al programma Erasmus, tra Spagna e Italia studiano insieme più di 15.000 giovani.

L’orizzonte non può essere quello di un mondo con barriere di ogni genere che vi impediscano di scegliere, di incontrarvi, di conoscere, di essere liberi.

Oggi, per voi, questa libertà è una condizione che considerate – comprensibilmente – normale, acquisita, così come quella di vivere in pace.

Eppure, l’emergere di conclamate questioni di sicurezza, i soprassalti di chiusure identitarie, la pongono a rischio.

Libertà è stata una conquista resa possibile e consolidata grazie al coraggio e alla visione dei padri d’Europa.

Preservare e trasmettere gli spazi di libertà è compito di ogni generazione.

Oggi è, dunque, compito che vi viene trasmesso.

Nella conoscenza troverete strumenti per esercitare l’indispensabile spirito critico: vi darà la forza di essere quel vento che non conosce confini, come è proprio alla conoscenza.

Il vento di cui il mondo ha bisogno.

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Redazione Redazione Eventi e News