In Italia non fare assolutamente nulla è la migliore strategia politica

L’ex presidente della Commissione europea, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, amava ripetere: «Noi politici sappiamo come realizzare le riforme, ma non sappiamo come vincere le elezioni dopo averle completate». Un’amara verità, almeno per i dirigenti europei. In Italia, infatti, si è andati ben oltre: da noi la classe politica non si pone nemmeno il problema, perché ha capito che per vincere basta non fare assolutamente nulla e lasciare tutto com’è. Così l’immobilismo è diventato la sua arma elettorale. La cronaca degli ultimi quindici anni lo dimostra con disarmante chiarezza.
Le vere riforme sono state essenzialmente due: quella del sistema pensionistico varata dall’esecutivo guidato da Mario Monti nel 2011 – la cosiddetta Legge Fornero – e quella del lavoro, il Jobs Act, voluta da Matteo Renzi nel 2015. Entrambe, però, non hanno prodotto né consenso né continuità, lasciando un retaggio fatto di resistenze e contestazioni. Basti pensare che l’intervento sulle pensioni non è stato rivendicato neppure da chi, in Parlamento, l’aveva votato. Al contrario, quasi tutti hanno tentato di attenuarlo, persino di annullarlo, ma senza successo. Ancora più illogica è la vicenda del Jobs Act, introdotto con l’ambizione di rendere il mercato italiano più flessibile. Dieci anni dopo, paradossalmente, è lo stesso Partito democratico, guidato da Elly Schlein, a spingere per un referendum che ne decreti l’abolizione. L’obiettivo è quello di riappropriarsi di un profilo di sinistra in materia di lavoro e inclusione anche se questo significa rinnegare una parte della propria storia recente. È vero che, nel settembre 2019, Renzi e alcuni esponenti hanno lasciato il partito per fondare Italia Viva; tuttavia, in molti sono rimasti. I quesiti vengono proposti dalla CGIL, che già nel 2024 raccoglie oltre 4 milioni di firme. Il risultato, però, delude: con un’affluenza ferma a un terzo degli aventi diritto non si raggiunge il quorum. La consultazione, dunque, non è valida: il Jobs Act, alla stregua della Legge Fornero, resiste. E per fortuna, si potrebbe aggiungere. Ciononostante, quell’episodio deve far riflettere: rivela l’estrema difficoltà del rinnovamento in Italia. Le protezioni e le tutele delle tante corporazioni, piccole o grandi che siano, rimangono intoccabili. In definitiva, nel nostro Paese mantenere lo status quo non è solo l’opzione più naturale, ma si configura – di fatto – come una necessità accettata e persino desiderabile.
Un popolo di gattopardi
Il metodo della conservazione, per quanto non dichiarato, è una scelta precisa di politica economica. Non nasce da un programma predefinito, ma da una pratica quotidiana: ci sono pochi punti fissi, qualche promessa vaga, e poi si procede giorno per giorno, a seconda delle pendenze più immediate. Non si pianifica, non si struttura, non si costruisce. Si comincia e in seguito si vede. L’importante è congelare l’esistente il più a lungo possibile. Innanzitutto, perché cambiare costa: il prezzo si paga subito, in voti persi e conflitti aperti, mentre i vantaggi arrivano solo con il tempo. E chi governa con lo sguardo corto, spesso con poco margine a disposizione, preferisce navigare a vista.
Ma poi, e qui sta il punto centrale, in Italia ogni cambiamento è ritenuto, in fin dei conti, sostanzialmente inutile se non addirittura dannoso, e questo a dispetto di tutte le litanie riformiste. A cominciare dagli anziani. Sarebbero disposti a mutare le proprie abitudini, a compiere qualche sacrificio soltanto se fossero sicuri che i possibili benefici ricadrebbero sulla propria cerchia familiare, figli e nipoti, per intenderci. Nei confronti della comunità, della società in generale, tendono invece a essere scettici, sospettosi, pessimisti: difficilmente invocano svolte radicali, temendo un peggioramento della propria condizione. Anche per tale motivo, una volta alle urne, votano misure come Quota 100, lo schema di pensionamento anticipato per i sessantaduenni, che tuttavia ha danneggiato i giovani. Eppure, sono proprio questi ultimi a versare nelle condizioni peggiori: nel 2024 l’incidenza della povertà assoluta tra gli under 34 si è attestata mediamente al 13 per cento, un valore doppio rispetto a quello registrato tra gli over 65. Un dato eloquente che, tuttavia, sembra ignorato nell’agenda governativa. D’altra parte, il peso elettorale degli anziani resta considerevole. Basti pensare che l’Italia, dopo il Giappone, è lo Stato più vecchio del mondo: nel 2025, l’età media ha raggiunto i 46,9 anni, tra le più elevate in Europa e persino in crescita. Non è tutto. Deteniamo il primato per quanto riguarda la quota di over 65: il 24,7 per cento del totale, circa 14.573.000 persone, contro il 21 per cento della media europea.5 In soli dieci anni, la percentuale è salita di oltre 4 punti, la variazione più rapida del continente. Una tendenza che non rallenta: oggi nel nostro Paese vivono oltre 4,5 milioni di ultraottantenni e ben 23.500 centenari. In un simile contesto, la conservazione diventa non solo la via più semplice, ma quasi un’opzione inevitabile e persino auspicabile.
La portata di quanto sta accadendo, ciò che l’ISTAT ha definito «l’inverno demografico», si comprende davvero solo entrando nel dettaglio dei numeri. L’elenco è lungo e poco accattivante ma indispensabile: senza tutte le cifre precise, il problema rimane solo a parole e non diventa mai una vera priorità. Cominciamo, dunque, da quelle che meglio raccontano questa emergenza: la condizione delle nuove generazioni. Mentre gli anziani aumentano, i giovani seguono una tendenza opposta. Nel 2014 i ragazzi fino a 14 anni rappresentavano il 13,9 per cento del totale; dieci anni dopo la quota è scesa al 12,2, circa 7 milioni di individui: siamo ultimi in Europa. Tale dinamica incide, inevitabilmente, sulla platea di chi si trova in età lavorativa, cioè tra i 15 e i 64 anni. Nel 2024 questa fascia conta 37.342.000 persone, pari al 63,4 per cento del totale. In pratica, ci sono meno di tre persone attive per ogni cittadino con più di 65 anni. Si tratta, anche qui, del dato peggiore d’Europa. La situazione si fa maggiormente critica se si osserva il numero delle nascite, in rapida diminuzione ormai da tempo. Basti pensare che in un solo anno, fra il 2023 e il 2024, si è passati da 379.000 a 369.944 nuovi nati: una tendenza che riflette anche il calo del tasso di fertilità, sceso da 1,4 figli per donna degli anni Novanta a 1,18, ben lontano dalla soglia di 2,1 necessaria a garantire il ricambio generazionale. La nostra sfida demografica è ancora più evidente nel confronto europeo: in base all’ultimo dato disponibile, quello del 2023, il tasso di fertilità medio è 1,66 in Francia e 1,39 in Germania, mentre peggio di noi fanno solo Lituania, Spagna e Malta. Anche l’età media alla nascita del primo figlio è più alta: 31,9 anni contro i 29,8 europei. Ciò, inevitabilmente, riduce la possibilità di avere un secondo figlio perché diventa troppo tardi. Così, il declino demografico si autoalimenta, avvitandosi su se stesso.
L’autrice presenterà il libro a Roma, il 31 marzo, alle ore 18 al Teatro Manzoni, via Monte Zebio 14, con gli interventi di Mario Monti e Antonio Polito.
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