Intervista con Marco Bonini: “La vita è un viaggio verso l’ignoto”
Marco Bonini è un attore trasversale, uno scrittore di successo, un attivista, ma soprattutto è una persona di grande sensibilità e profondità, che non ha paura di mostrare i propri sentimenti e di prendere posizione su tematiche sociali importanti.
Recentemente è stato tra i protagonisti della serie “Cuori 3” in onda su Rai 1 nel ruolo dell’anestesista Ferruccio Bonomo, ha preso parte al progetto culturale e documentaristico “Europa Una Barca” e ha pubblicato due libri, “Se mi manchi è più bello” e “L’amorevole grado di separazione”.
Marco, partiamo dal suo romanzo “Se mi manchi è più bello”, che prende spunto dallo spettacolo teatrale “La Vittoria è la balia dei vinti” da lei ideato e diretto, portato in scena con Cristiana Capotondi, in cui racconta come dei piccoli gesti possano colmare le distanze, le mancanze e come si possa conciliare famiglia e lavoro. Com’è nata l’idea?
“Con Cristiana Capotondi cercavamo un’idea per un progetto da realizzare insieme e lo spunto narrativo è arrivato da un racconto di Vittoria Puccini, che a cena per caso mi ha parlato della storia di sua nonna che durante la Seconda Guerra Mondiale si era trovata a dover allattare la figlia della dirimpettaia, perché aveva perso il latte per paura dei bombardamenti. Da lì ho fatto una ricerca e ho scoperto che a Firenze nel 1943 c’erano questi bunker negli scantinati di palazzi antichi, e quindi fantasticando ho pensato che potesse essere interessante uno spettacolo che avesse come protagonista un’aristocratica, la signora Vittoria, che si ritrova a dover allattare i figli della sua balia, mettendo il focus sul fatto che la guerra appiattisce i livelli, anche sociali, perchè sotto le bombe siamo tutti uguali, non ci sono più signore e balie, ma soltanto degli esseri umani. Questo è stato l’incipit, poi lavorando di fantasia è venuta fuori una storia, che a me piace moltissimo, La Vittoria è la balia dei vinti, che abbiamo portato in scena a teatro, con Cristiana che è stata bravissima ad interpretarla. Successivamente Stefano Francioni, il produttore dello spettacolo, ha aperto una casa editrice, la Ribalta Edizioni, e voleva pubblicare un libro su La Vittoria è la balia dei vinti, ma la storia era breve e non potevo farla diventare un romanzo. Così ho scritto altri racconti e pensando anche a Favole al telefono di Gianni Rodari, ho immaginato che questa madre, Lucrezia, che è lontana da casa per motivi di lavoro, raccontasse alla figlia Marta una favola al giorno per una settimana. L’ultimo dei sette racconti è narrato dal padre che rimane a casa con la bambina. Ho trovato delle storie che hanno un aggancio con la realtà, che sono favolizzabili in qualche modo, unendo dramma e commedia, che riguardano l’attualità, la guerra, Gaza, la violenza, le differenze tra le persone, raccontate in maniera tale da essere digeribili per un bambino, aiutandolo a capire la realtà che ci circonda. Uno dei miei preferiti si intitola Altrove, in cui questa mamma spiega alla figlia il motivo della scelta di un lavoro che la porta lontana da casa, raccontandole del suo primo viaggio, quando lasciò Firenze subito dopo la laurea, perché era stanca della sua città e voleva fare esperienza. E’ un po’ una versione femminile di Ulisse”.
Il nuovo romanzo “L’amorevole grado di separazione”, invece, vede protagonisti un uomo italiano, Baco, e una donna inglese, Rebecca, e la loro separazione ai tempi della Brexit. Il tema centrale è: come ci si può separare con amore, quindi nonostante una separazione parlare ancora di unione. Lei che risposta si è dato?
“Ho cercato di raccontare le relazioni, usando una doppia metafora, cioè la storia privata tra un uomo italiano e una donna inglese, le loro fascinazioni reciproche e le loro eredità, il modo in cui risuonano o aiutano a spiegare i rapporti geopolitici tra l’Inghilterra e l’Europa, in particolare l’Italia. Io sono partito da un’ipotesi e ho scoperto che la metafora geopolitica chiarisce la vicenda privata e viceversa. L’elemento che accomuna le due linee narrative è il fatto che le relazioni intrecciano i destini, e cambiano la storia. Nel libro, verso la fine, uso l’immagine della goccia d’inchiostro in un bicchiere d’acqua, che crea una miscela che non è più separabile. Sia il personaggio inchiostro che quello bicchiere d’acqua possono litigare e volersi separare, possono dividere quella soluzione che è la loro relazione in due bicchieri diversi, ma ognuno andrà via con la stessa percentuale di miscela, con due storie che si porteranno dietro l’impronta, la memoria di entrambi. Questo spiega esattamente ciò che succede tra gli esseri umani, tra gli stati, tra le piante, tra gli animali, ogni volta che c’è un rapporto di qualsiasi tipo, si crea un elemento terzo rispetto ai due partecipanti e quella relazione li cambia. Quindi possono ostinarsi a volersi separare ma non ci riescono”.
Si arriva quindi a un amorevole grado di separazione …
“La conclusione a cui arrivano i miei personaggi è trovare un amorevole grado di separazione che riconosca le differenze, che ratifichi anche la fine della vicenda sentimentale in qualche modo, ma che onori, celebri quell’unione, quella contaminazione. E così termino il libro dicendo che forse anche l’Inghilterra dovrebbe riconsiderare questa Brexit, perché è un po’ ostinata, un po’ ottusa come scelta. Tra l’altro il governo britannico del Premier Starmer ha recentemente raggiunto un accordo ufficiale con l’Unione Europea per la riadesione del Regno Unito al programma Erasmus+ dal 2027 e sembra che ci possa essere la possibilità di un nuovo referendum che richieda agli inglesi se vogliono confermare la scelta della Brexit o se non sia forse meglio riconsiderare un nuovo patto di relazione con l’Europa e dei differenti termini di separazione”.
Baco, nel memoriale all’avvocato Lillo, domanda se “l’amore è solo un gioco inventato dai bambini per avere qualcosa da sognare la notte”. Cos’è per lei l’amore?
“L’amore secondo me è un’energia, che come dice Dante muove il sole e l’altre stelle. I greci affermano che la vita vuole vivere, non c’è un’intenzione né un fine, per questo spuntano le piante dal cemento o sui muri verticali. Da un punto di vista energetico, fisico, è quello l’amore, è un’energia vitale che si produce. Per quanto riguarda gli esseri umani, l’amore è dare un senso alle cose, orientarci in questa nostra sconclusionata vita che tende naturalmente verso il caos, verso l’entropia. L’amore ci regala la sensazione di ritrovarci a casa, di riconoscerci, ci rassicura. Platone diceva che è il senso di compiutezza a cui aspiriamo perché dalla nascita siamo stati privati della nostra seconda metà e quindi cerchiamo disperatamente quella parte che ci manca. Noi attribuiamo la completezza ad un’altra persona ma in realtà stiamo cercando noi stessi. Quando poi io trovo me stesso in una donna e viceversa, a quel punto ci innamoriamo perché ci sembra di essere completi”.
Nel romanzo scrive “partire, viaggiare, viaggiare lontano, il più lontano possibile verso l’altrove, oltre la linea del visibile”. Le è mai capitato di scegliere di partire per “scappare” da qualcosa oppure di fare un viaggio che l’ha cambiata anche interiormente?
“Quella pagina del romanzo mi piace molto e mi rispecchia, è piena di ossimori legati ai concetti di andare e tornare, cercare, inseguire, scappare. Questo secondo me è il senso della vita, un viaggio verso l’ignoto. L’Europa è un altrove che stiamo cercando, che stiamo inseguendo e dalla quale forse stiamo anche un po’ scappando. E’ questo il rapporto degli opposti. Nel libro uso un’immagine nautica, dico che è come andare in barca, le vele resistono al vento e questo produce movimento, che è vita, è amore, è energia”.
A proposito di barca, ha preso parte al progetto culturale e documentaristico ideato da Clemente Pernarella, promosso dalla Provincia di Latina, che racconta una traversata in barca a vela da Oslo a Ventotene, che esperienza è stata?
“Diciamo che è come se raccontassi sempre la stessa storia ma da punti di vista diversi. Europa Una Barca è quasi un sequel naturale de L’amorevole grado di separazione perché è un viaggio verso una meta simbolica, che è appunto l’Europa, con una barca fisica che si chiama Europa che attraversa il nostro continente alla ricerca di se stessa. Nella vita, secondo me, non facciamo altro che cercare noi stessi attraverso un percorso che a volte è simbolico e altre volte è fisico. In questo caso è un’operazione più squisitamente politica perché è un documentario dove intervistiamo tutti quelli che abbiamo incontrato lungo la rotta da Oslo a Ventotene, città che viene citata anche nel mio libro. L’Europa e il manifesto di Ventotene sono il tentativo di definire una destinazione, di avere un obiettivo. Con il documentario, insieme a Clemente Pernarella e con la regia di Melania Maccaferri, abbiamo provato a rappresentare questa ricerca interiore attraverso un’avventura estremamente affascinante ed è stato bellissimo compierla. Siamo partiti con la nostra ossessione personale e di nuovo la storia ci ha raggiunti perché all’inizio nessuno si chiedeva che cosa dovesse essere l’Europa, mentre oggi è nuovamente un tema di grandissima priorità”.
Ricollegandomi alla ricerca della propria interiorità per capire se stessi, se pensiamo anche a tutto quello che accade nel mondo e al dramma della violenza sulle donne, dato che lei fa parte anche della Fondazione Una Nessuna Centomila, quanto è importante imparare ad amare se stessi per poter poi rapportarsi con gli altri?
“E’ fondamentale, la Fondazione Una Nessuna Centomila ha anche un gruppo di autocoscienza maschile con cui ci riuniamo una volta a settimana per raccontarci quali sono i nostri problemi e cosa non stiamo vedendo. Il problema preponderante all’interno della questione di genere è pensare che certi comportamenti siano naturali e non culturali, mentre invece si tratta di una scelta. E’ come se noi fossimo attori di una storia che non abbiamo scritto ma non ci rendiamo conto di esserlo. Nei nostri momenti di autocoscienza smascheriamo i personaggi, condividiamo le esperienze, i nostri comportamenti e insieme riusciamo a vedere che ciò che abbiamo fatto deriva da un condizionamento culturale. E’ un lavoro estremamente importante perché spiega a noi maschi che il coinvolgimento nella questione di genere non è solo un fatto di solidarietà verso il mondo femminile, non è così banale, ma ci riguarda in prima persona”.
Per abbattere i rimasugli di patriarcato che ancora esistono, quali sono gli step da seguire, oltre a fare un lavoro sul maschile?
“Innanzitutto intraprendere esattamente il percorso che hanno fatto le ragazze con il femminismo e replicare quello schema perché funziona. Dobbiamo fare tre cose fondamentalmente: in primis capire qual è la commedia che ci hanno dato da interpretare e quindi metterla molto bene a fuoco rendendoci conto che quei comportamenti appartengono a un codice, a una lingua, una storia che ci è stata raccontata. In secondo luogo bisogna smettere di interpretare quel racconto. Se tu sai che è un personaggio puoi non impersonarlo più, se pensi invece che sia un’identità è più difficile perché non farlo significa negare te stesso. Il terzo punto è scrivere una nuova storia. Negli anni ’60 le donne, dopo aver capito di essere sottomesse non perché nate in quella condizione ma in quanto costrette ad interpretare un ruolo di quel tipo, hanno cominciato a scriverne uno diverso, non sottomesso, e hanno creato una narrazione ed un modello femminile che è diventato aspirazionale. La società ha accettato quella storia e premia chi la vuole interpretare. Noi dobbiamo fare la stessa cosa. Dobbiamo inventarci un racconto inedito, aprire i nostri confini operativi, ribaltare la narrazione, e poi, proprio come gli attori, iniziare a fare le prove per diventare esattamente quel personaggio ed interiorizzarlo. Il patriarcato è un sistema relazionale che prevede la soluzione di una relazione attraverso la prevaricazione che sia dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sulla donna, dell’uomo sull’ambiente, della donna sulla donna, della donna sull’uomo; il femminismo ha lottato per portare invece la relazione sul piano paritario e consensuale”.
Marco Bonini e Neva Leoni in “Cuori”
In “Cuori 3”, serie andata in onda recentemente su Rai 1, interpreta Ferruccio che ha avuto una grande evoluzione, una presa di consapevolezza, di responsabilità in più essendo un padre e un marito. In questo scambio col personaggio, che cosa le ha regalato e che cosa pensa di aver dato a Ferruccio?
“Ho dato alla storia di Ferruccio una precondizione. All’inizio era un maschilista, così ho proposto di raccontare un’emancipazione maschile del personaggio. Gli autori sono stati contenti di questa iniziativa e nella seconda stagione si è preso la responsabilità del patto con Serenella e si è sposato, mentre nella terza ha vissuto le conseguenze di questa evoluzione, sempre ovviamente da una prospettiva di commedia, raccontando le contraddizioni e le fatiche che affrontano tutti i maschi. Si è reso conto di cosa significa una relazione egualitaria, che sta anche nella semplice battuta “io però oggi ti ho aiutato con i figli”. Il percepirsi come un aiutante nell’accudimento dei bambini deresponsabilizza. Ferruccio pensa che sia sufficiente non tradire per essere un buon padre, invece poi capisce che se Serenella lavora lui deve andare ad esempio a prendere a scuola la figlia. Riguardo i compiti da dividersi all’interno della coppia e la gestione della famiglia, Ferruccio e Serenella partono da due punti di vista differenti e la difficoltà è farli coincidere. La commedia è un sistema narrativo che avvicina al tema da affrontare senza però puntare il dito, senza il ricatto emotivo”.
di Francesca Monti
credit foto Adolfo Franzò
Si ringrazia Sante Cossentino
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