Natura morta

Cominciamo con una battuta, che i miei detrattori sennò si fanno saltare in aria nelle vigne del Tavernello: se il vino non lo reggi l’uva mangiatela a chicchi (da leggere in romano). Mi ha spinto a scrivere un fenomeno che ho notato su i social, che io uso in modo totalmente goliardico: scrivo dieci cose serie sulle quali intavolare discussioni serie, e niente, grande frinire di cicale. Poi scrivo una boutade sul vino naturale e la gente mi distrugge per giorni.
Ne volete parlare seriamente? A me non frega nulla ma su «ti sbagli, il vino naturale ha ucciso il vino convenzionale» crollerebbe qualsiasi gentiluomo, l’avete voluto voi, in ordine sparso (cit.):
La mia non è un’invettiva contro il vino non-interventista (sarebbe stupido e ignorante) ma pensare che ci sia una qualche sfida tra i due mondi è patetico e vigliacco. Gestire seicento ettari e gestirne due non è nemmeno lo stesso sistema stellare. Invece di imparare a coesistere abbiamo assistito a una guerra Davide contro Golia dove però sono morti entrambi.
Le responsabilità del crollo delle vendite, per usare le parole della mia amica Costanza Maag, sono da ricercare in un caleidoscopio di ragioni, dove il vino naturale non c’entra e non c’entra perché non tocca palla, non ha un peso, non corre, salvo rarissime eccezioni, un rischio reale legato all’internazionalità del mercato, non pesa sul tavolo delle decisioni. Le ragioni vanno dall’aumento indiscriminato dei prezzi al netto della qualità del millesimo, alle gradazioni alcoliche fuori mercato, allo snobismo elitario escludente, produzione costante o addirittura in aumento nonostante il calo di richiesta, aggressione del mercato con politiche di marketing di fine Ottocento, ma non c’è mezzo merito in tutto questo nel «vino naturale».
Naturale per me non significa biodinamico, organico, sinergico, rigenerativo eccetera. Per me le categorie dello spirito sono rispettabili tanto-quanto, purché ci sia un metodo, perché in parte è vero, il mercato non è tutto. Solo che dove c’è un metodo umano questa finzione fuori controllo del «naturale» finisce. Il problema è proprio questo: naturale non significa. E se non significa allora vale tutto, anche ingannare il consumatore o, peggio, far passare come “agricola” una procedura rischiosa, quando una fermentazione non è sotto controllo (già, naturale vuol dire anche spontaneo, assurdo ve’) i rischi vanno dal banale reflusso alla cecità, e senza Saramago.
Tutti i produttori che sono partiti con il naturale quasi trent’anni fa (e non sono pochi) e hanno avuto successo adesso hanno un’azienda seria, solida, non-interventista, ma non usano manco per sbaglio la parola naturale quando parlano del loro metodo di produzione, questo perché si fanno un mazzo così per poter mantenere lo standard richiesto dal mercato.
E qui arriviamo al vero elefante nella stanza: che tipo di bene è il vino? E qui ci viene in aiuto Charlie Kirk quando nelle università girava chiedendo «che cos’è una donna?» intendendo la femmina biologica invece che il costrutto sociale, e gli intervistati facevano scena muta. Che tipo di bene è il vino? Probabilmente non è nemmeno un bene, perché è scientificamente cancerogeno, non serve alla sopravvivenza, come l’acqua o il cibo, quindi le gastriti con un principio di acetica che spacciate per miracolo a cosa servono? Il vino è puro piacere edonistico, non ficcateci dentro la morale altrimenti domani nelle università avremo cattedre a favore dell’eroina… ops, intendevo dell’oppio coltivato da vergini scalze.
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