Serve un Consiglio di sicurezza nazionale

Febbraio 26, 2026 - 10:00
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Serve un Consiglio di sicurezza nazionale

Di sveglie ne abbiamo avute. Ora bisogna muoversi. L’idea di un Consiglio di sicurezza nazionale, con un consigliere dedicato, circola da anni senza mai concretizzarsi. In un Paese già pieno di tavoli e commissioni, servirebbe per quattro ragioni, che oggi pesano più che mai.

Prima: la sicurezza non è più scontata. Gli italiani avevano rimosso la guerra dal proprio orizzonte psicologico, ma dopo ottant’anni, con l’aggressione russa dell’Ucraina, la pace non è più da considerare scontata. Poi Donald Trump ci ha svegliati dall’illusione di assicurarci la sicurezza a poco costo. Serve una nuova cultura della sicurezza, più ampia di quella militare, capace di riconoscere che prepararsi alla guerra è il modo migliore per evitarla.

Seconda: la complessità delle nuove minacce. Oggi si vive in contesti grigi: non c’è guerra ma nemmeno la pace. L’Europa è già attraversata da attacchi ibridi che non attivano la difesa collettiva prevista dall’articolo 5 del Trattato Atlantico, ma costituiscono minacce alla sicurezza ed erodono la coesione. Attori statali e non statali si intrecciano; interessi militari, economici, tecnologici e sanitari si sovrappongono. Il tutto in uno scenario segnato da incertezza, rapidità e volatilità.

Terza: l’accelerazione tecnologica. Le transizioni energetica, digitale e ambientale si combinano con innovazioni che cambiano la natura della sicurezza. Per decidere rapidamente, ma democraticamente, servono competenze interdisciplinari capaci di tradursi in scelte tempestive dei responsabili politici. Altrimenti si subiscono decisioni altrui o si delega a tecnocrati e algoritmi.

Quarta: l’evoluzione del processo politico. Le crisi internazionali costringono governi e ministri a riunirsi con frequenza crescente, spesso senza i tradizionali passaggi preparatori. I temi più delicati finiscono direttamente sul tavolo del capo del governo, tra vertici continui e contatti costanti con i partner. Una dinamica necessariamente più centralizzata. Si tratta di un’evoluzione, semplificando potremmo dire in senso presidenziale, che prescinde dai diversi assetti istituzionali interni.

Che cosa serve, dunque? Un organismo capace di integrare saperi e responsabilità, offrendo una visione unitaria di minacce e interessi nazionali. Per affrontare le nuove sfide servono strumenti per rafforzare la proiezione a livello globale, per velocizzare il processo decisionale, e stabilire le priorità guardando al futuro con lungimiranza, senza doverlo subire. Serve un Consiglio di sicurezza nazionale.

Prima ancora, occorre dotarsi di una Strategia di sicurezza nazionale per definire interessi, priorità e linee d’azione. Siamo l’unica nazione del G7 a non averla. Il processo di redazione è cruciale: può favorire un confronto ampio, con governo, parlamento e privati, rafforzando la cultura della sicurezza.

Una volta definita la strategia, il passo successivo è creare una struttura permanente, alle dipendenze del presidente del Consiglio, che superi la frammentazione tra dicasteri e integri competenze diplomatiche, militari, economiche e scientifiche. Non un nuovo ministero, ma un centro di coordinamento snello e interdisciplinare, capace di dialogare in tempo reale con il vertice politico. Lo richiedono le nuove aree della competizione globale, come ricordato anche dal Consiglio Supremo di Difesa. E lo richiede la politica industriale, sempre più legata alla sicurezza delle catene di approvvigionamento, dei materiali critici e delle tecnologie emergenti. Recentemente, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha invocato una strategia di sicurezza nazionale che tenga conto dell’approvvigionamento delle materie prime.

In quest’ottica, un rafforzamento del ruolo del presidente del Consiglio potrebbe facilitare la creazione di un Consiglio di sicurezza nazionale che, superando i compartimenti stagni, integri tutti gli aspetti dei nostri interessi nazionali legati alla sicurezza.

Le strutture verticali non bastano più per affrontare sfide complesse e orizzontali. È necessaria in ogni ambito, da quello del governo nel suo insieme a quello interno alle singole amministrazioni, una cultura organizzativa a rete, che integri gerarchie e filiere verticali con sistemi di coordinamento e operatività orizzontali.

Si tratta di una scelta culturale prima ancora che istituzionale. Affrontare minacce ibride significa superare strutture burocratiche costruite per un mondo che non esiste più. Occorre una rivoluzione organizzativa e culturale: interdisciplinarità, multidominio, cooperazione tra amministrazioni, selezione della classe dirigente e sua formazione all’uso intelligente di dati e intelligenza artificiale, affinché le risorse umane possano superare la pigra fatica del copia-incolla e redigere con sforzi minori documenti più efficaci per i decisori politici.

Strategia e Consiglio di sicurezza nazionale, insieme, possono rendere l’Italia un attore che guida il cambiamento e non un osservatore che lo subisce.

È il passaggio da una cultura della procedura, spesso paralizzante, a una cultura del risultato. In un mondo che corre, non possiamo più permetterci che la prudenza e la frammentazione siano la nostra risposta alle crisi. Serve capacità di decidere. E la volontà di assumersi il rischio del cambiamento.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Lo scudo democratico”, ordinabile qui.

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