George Berkeley e l’idealismo immaterialista
Nel cuore dell’empirismo britannico del XVIII secolo emerge una figura capace di ribaltare il senso comune filosofico con una tesi tanto semplice quanto radicale: la materia non esiste. George Berkeley, vescovo anglicano e filosofo irlandese, è passato alla storia per aver formulato il principio “esse est percipi”, essere è essere percepito. Con questa affermazione, Berkeley non intendeva proporre una provocazione intellettuale, ma difendere una concezione coerente della conoscenza, fondata sull’esperienza e sostenuta da una visione teologica della realtà. La sua opera principale, Trattato sui principi della conoscenza umana (1710), rappresenta uno dei momenti più audaci della filosofia moderna, un testo che ancora oggi interroga il nostro modo di intendere il rapporto tra mente e mondo.
George Berkeley: vita, contesto e formazione filosofica
Per comprendere il pensiero di George Berkeley è necessario inserirlo nel contesto dell’empirismo britannico, la corrente filosofica che, tra Seicento e Settecento, affermò che tutta la conoscenza deriva dall’esperienza sensibile. Nato nel 1685 a Dysert Castle, in Irlanda, Berkeley studiò al Trinity College di Dublino, dove divenne presto docente e sviluppò le sue prime riflessioni filosofiche. Il Trinity College, ancora oggi tra le istituzioni accademiche più prestigiose d’Europa, conserva testimonianze del suo percorso intellettuale sul proprio sito ufficiale, consultabile attraverso il portale del Trinity College Dublin.
Berkeley si muove in un panorama dominato da figure come John Locke e Isaac Newton. Locke aveva sostenuto che la mente umana è una tabula rasa e che le idee derivano dall’esperienza, distinguendo tra qualità primarie (come estensione e movimento) e qualità secondarie (come colore e suono). Berkeley accetta l’impianto empirista, ma ne contesta alcune implicazioni. Secondo lui, la distinzione lockiana tra qualità primarie e secondarie è insostenibile, perché anche le qualità primarie sono percepite e quindi dipendono dalla mente. Questa critica rappresenta il primo passo verso la sua tesi immaterialista.
Nel 1709 pubblica An Essay Towards a New Theory of Vision, dove analizza la percezione visiva e sostiene che la profondità non è immediatamente data, ma costruita attraverso l’esperienza. L’anno successivo vede la luce il A Treatise Concerning the Principles of Human Knowledge, disponibile in versioni digitali attraverso archivi autorevoli come la Stanford Encyclopedia of Philosophy, che ne sintetizza i contenuti e ne approfondisce l’impatto storico. Questo testo segna una svolta radicale: Berkeley afferma che la nozione di materia come sostanza indipendente dalla percezione è priva di significato.
Nel corso della sua vita, Berkeley non fu soltanto un teorico isolato. Ordinato sacerdote anglicano, divenne vescovo di Cloyne nel 1734. Tentò persino di fondare un college missionario nelle Bermuda, progetto che lo portò a soggiornare per alcuni anni nel continente americano. Sebbene l’iniziativa non andasse a buon fine per mancanza di finanziamenti, il suo nome rimase legato al Nuovo Mondo: la città di Berkeley, in California, prende il nome proprio da lui.
Il contesto culturale in cui opera è attraversato da tensioni tra fede e ragione, tra scienza newtoniana e metafisica tradizionale. Berkeley si colloca in questa frattura proponendo una soluzione originale: eliminare la materia non per negare il mondo, ma per rafforzare la certezza della conoscenza e difendere la centralità di Dio. La sua filosofia nasce dunque da una duplice esigenza: epistemologica e teologica. Ed è proprio questa doppia anima a rendere il suo pensiero tanto affascinante quanto controverso.
Il Trattato e il principio “esse est percipi”
Nel 1710 George Berkeley pubblica l’opera destinata a renderlo celebre e controverso: A Treatise Concerning the Principles of Human Knowledge, tradotto in italiano come Trattato sui principi della conoscenza umana. Con questo testo, Berkeley intende affrontare una questione che attraversa tutta la filosofia moderna: che cosa significa dire che qualcosa esiste? La risposta che propone è tanto semplice nella formulazione quanto radicale nelle conseguenze: “esse est percipi”, essere è essere percepito.
Per Berkeley, ogni oggetto che riteniamo materiale – un tavolo, una pietra, un albero – non è altro che un insieme di percezioni: colori, forme, consistenze, suoni. Non possiamo concepire un oggetto spogliato delle sue qualità sensibili, perché ciò che chiamiamo “materia” non è mai accessibile direttamente, ma sempre attraverso idee percepite dalla mente. L’errore dei filosofi precedenti, secondo Berkeley, è stato quello di postulare un sostrato materiale invisibile e inconoscibile che sostiene le qualità percepite. Questa “materia” sarebbe una sorta di supporto astratto che esiste indipendentemente dall’esperienza. Berkeley giudica questa ipotesi non solo inutile, ma priva di significato.
La struttura ontologica del suo sistema è sorprendentemente essenziale. Esistono soltanto due categorie fondamentali: gli spiriti (cioè le menti che percepiscono) e le idee (cioè i contenuti percepiti). Non esiste una sostanza materiale indipendente dalla percezione. Ogni oggetto del mondo è un complesso di idee presenti nella mente di chi percepisce. Questo non significa che il mondo sia un’illusione, ma che la sua esistenza è inseparabile dall’atto percettivo.
Un’obiezione immediata si impone: cosa accade agli oggetti quando nessuno li percepisce? Se nessun essere umano guarda un albero in una foresta, quell’albero esiste ancora? Berkeley risponde introducendo la dimensione teologica del suo sistema. Il mondo continua a esistere perché è costantemente percepito da Dio. La mente divina garantisce la stabilità e la continuità delle idee, assicurando che la realtà non scompaia quando non è oggetto di percezione umana. In questo modo, il principio esse est percipi si completa nella formula più articolata: “esse est percipi aut percipere”, essere è essere percepito o percepire.
Berkeley si presenta come un difensore del senso comune contro lo scetticismo. Secondo lui, ammettere l’esistenza di una materia inconoscibile conduce al dubbio, perché introduce un elemento che sfugge all’esperienza. Eliminando la materia e riconoscendo che tutto ciò che esiste è percezione, si elimina anche la distanza tra soggetto e oggetto che alimenta il sospetto scettico. La conoscenza diventa immediata, perché coincide con l’esperienza stessa.
Nel Trattato, Berkeley dedica ampio spazio alla critica delle “idee astratte”. Egli sostiene che la mente umana non è in grado di concepire entità completamente astratte, come una “materia” priva di qualità sensibili. Ogni tentativo di pensare una sostanza materiale indipendente dalla percezione si traduce, a suo avviso, in un’operazione linguistica priva di contenuto reale. Il linguaggio crea l’illusione di una realtà materiale separata, ma tale illusione svanisce se analizziamo con rigore ciò che effettivamente percepiamo.
Il Trattato non fu immediatamente accolto con entusiasmo. Molti contemporanei lo considerarono paradossale o addirittura assurdo. Eppure, nel panorama dell’empirismo britannico, l’opera rappresenta un momento di coerenza estrema. Se tutta la conoscenza deriva dall’esperienza, come affermava Locke, allora perché postulare una materia che non è mai oggetto di esperienza diretta? Berkeley porta l’empirismo alle sue conseguenze più radicali, trasformandolo in una forma di idealismo immaterialista che segnerà profondamente la filosofia successiva.
Dio, anti-materialismo e lotta contro lo scetticismo
Per comprendere pienamente la portata dell’idealismo immaterialista di George Berkeley, è necessario chiarire un punto fondamentale: il suo sistema non è un esercizio di astratta speculazione, ma un progetto filosofico con precise implicazioni teologiche e apologetiche. Berkeley non intende demolire la realtà, bensì difenderla da quello che considera il vero pericolo del suo tempo: lo scetticismo e il materialismo. A suo avviso, la filosofia moderna aveva aperto la strada a un dubbio corrosivo, minando le certezze religiose e morali attraverso l’introduzione di una materia indipendente e inconoscibile.
Nel contesto del primo Settecento, la fisica newtoniana e l’impianto meccanicistico della natura sembravano suggerire un universo regolato da leggi impersonali. Alcuni pensatori interpretarono questo scenario come un indebolimento della centralità divina. Berkeley reagisce proponendo una metafisica in cui Dio non è un’entità distante, ma il fondamento stesso della realtà percepita. Se esistono solo spiriti e idee, allora la coerenza e la stabilità del mondo dipendono dalla mente divina. Dio è il garante ultimo dell’ordine naturale: percepisce costantemente ogni cosa, assicurando che gli oggetti mantengano la loro continuità anche quando nessuna mente finita li osserva.
Questa soluzione permette a Berkeley di rispondere a un’obiezione cruciale: il suo sistema non implica il solipsismo. Non siamo rinchiusi in una bolla soggettiva, perché le idee che percepiamo non sono prodotte arbitrariamente dalla nostra mente. Esse ci vengono “date” secondo regolarità costanti, che interpretazione teologica identifica come il linguaggio con cui Dio comunica con le creature. La natura, in questa prospettiva, diventa una sorta di sistema simbolico divino. L’ordine delle percezioni non è casuale, ma espressione di una volontà intelligente.
Berkeley ritiene che l’introduzione della materia abbia generato più problemi di quanti ne risolva. Se ammettiamo una sostanza materiale indipendente dalla percezione, sostanza che per definizione non possiamo conoscere direttamente, allora la conoscenza diventa problematica. Come possiamo essere certi che le nostre idee corrispondano a una realtà materiale esterna? Questa distanza tra idea e oggetto materiale alimenta lo scetticismo. Eliminando la materia, Berkeley elimina anche la frattura tra percezione e realtà. La realtà coincide con l’insieme ordinato delle idee percepite.
È in questo senso che l’idealismo immaterialista si presenta come una filosofia anti-scettica. Berkeley non nega il mondo; nega piuttosto l’interpretazione materialistica del mondo. L’esistenza degli oggetti non è messa in dubbio, ma ridefinita: essi esistono come idee nella mente, non come sostanze materiali autonome. Il suo obiettivo è mostrare che la fede religiosa non è incompatibile con l’empirismo, anzi può trovare in esso un alleato.
La dimensione teologica del sistema emerge anche in opere successive, come i Three Dialogues between Hylas and Philonous (1713), in cui Berkeley presenta in forma dialogica la sua critica al materialismo. Qui il personaggio di Philonous, che incarna la posizione dell’autore, smonta passo dopo passo le argomentazioni di Hylas, sostenitore della materia. Il dialogo rende più accessibile una dottrina che, nel Trattato, appariva talvolta eccessivamente tecnica.
La proposta berkeleyana non è priva di difficoltà. La dipendenza del mondo dalla percezione divina solleva interrogativi sul rapporto tra libertà umana e determinazione divina. Inoltre, la riduzione della realtà a percezioni può apparire contro-intuitiva rispetto alla nostra esperienza quotidiana. Eppure, la coerenza interna del sistema e la sua capacità di affrontare il problema dello scetticismo rendono l’idealismo immaterialista una delle costruzioni filosofiche più originali dell’età moderna.
Critiche, influenza e attualità dell’idealismo immaterialista
L’idealismo immaterialista di George Berkeley ha suscitato fin dalla sua pubblicazione reazioni contrastanti, oscillanti tra ammirazione per la coerenza logica e perplessità per l’audacia delle sue conclusioni. Molti contemporanei considerarono la sua negazione della materia una provocazione intellettuale o un paradosso destinato a rimanere confinato nei manuali. Eppure, proprio questa radicalità ha garantito al suo pensiero una lunga eco nella filosofia moderna.
Una delle prime difficoltà sollevate riguarda l’accusa di solipsismo. Se tutto ciò che esiste è percezione, non si rischia di ridurre il mondo alla sola mente individuale? Berkeley respinge questa interpretazione sostenendo che le idee non sono prodotte arbitrariamente dal soggetto umano, ma sono impresse nella mente secondo un ordine che dipende da Dio. Tuttavia, per molti critici, il sistema resta fragile nel distinguere tra esperienza soggettiva e realtà condivisa. La stabilità garantita dalla percezione divina appare, a loro avviso, una soluzione teologica più che una risposta filosofica.
Il confronto con David Hume è particolarmente significativo. Hume, nato pochi anni dopo la pubblicazione del Trattato, accoglie l’empirismo e porta alle estreme conseguenze la critica alla sostanza. Se Berkeley elimina la materia, Hume metterà in discussione anche la sostanza spirituale e l’idea stessa di causalità. In questo senso, l’idealismo immaterialista prepara il terreno a uno scetticismo ancora più radicale. La Stanford Encyclopedia of Philosophy, nella voce dedicata a Berkeley, sottolinea come il suo sistema rappresenti un passaggio cruciale nell’evoluzione dell’empirismo britannico, influenzando profondamente il dibattito successivo.
Anche Immanuel Kant si confronta indirettamente con Berkeley. Pur criticandone l’idealismo, Kant riconosce l’importanza di aver posto il problema del rapporto tra percezione e realtà. Il filosofo tedesco distinguerà tra fenomeno e noumeno, sostenendo che conosciamo solo le cose come appaiono, non come sono in sé. In questa distinzione si può intravedere un’eco della sfida berkeleyana: la difficoltà di concepire una realtà completamente indipendente dall’esperienza.
Nel Novecento, l’attenzione verso Berkeley si rinnova grazie alla filosofia analitica e alla fenomenologia. La riflessione sulla percezione, sul linguaggio e sulla costruzione della realtà trova nell’idealismo immaterialista un antecedente sorprendentemente attuale. In un’epoca dominata da realtà virtuale, simulazioni digitali e dibattiti sulla natura dell’esperienza, il principio “esse est percipi” acquista una nuova risonanza. Se la nostra esperienza del mondo è mediata da schermi, algoritmi e rappresentazioni, la distinzione tra realtà materiale e percezione diventa meno scontata di quanto sembri.
L’eredità di Berkeley non si limita alla teoria della conoscenza. La sua difesa della centralità della mente e la sua critica alle astrazioni linguistiche anticipano temi che verranno ripresi nella filosofia del linguaggio e nella psicologia cognitiva. Il suo rifiuto delle “idee astratte” invita a interrogarsi sul potere delle parole di creare entità che non trovano riscontro nell’esperienza concreta.
In definitiva, l’idealismo immaterialista non è un episodio isolato, ma un momento decisivo nella storia del pensiero occidentale. Berkeley ha costretto la filosofia a confrontarsi con una domanda radicale: possiamo davvero concepire un mondo che esista indipendentemente dalla mente? Anche se molti non condividono la sua risposta, il problema che ha posto continua a essere centrale. È questa capacità di mettere in discussione l’evidenza più ovvia – l’esistenza della materia – a rendere George Berkeley una figura imprescindibile nella genealogia della modernità filosofica.
Domande frequenti su George Berkeley
Nel panorama della filosofia moderna, George Berkeley resta una figura capace di suscitare interrogativi che toccano il senso comune. La sua teoria secondo cui “essere è essere percepito” continua a generare curiosità e fraintendimenti. Alcune domande ricorrono spesso quando ci si avvicina al suo pensiero.
Berkeley negava davvero l’esistenza del mondo materiale?
Sì e no. Berkeley negava l’esistenza della materia come sostanza indipendente dalla percezione. Non sosteneva che il mondo fosse un’illusione, ma che ciò che chiamiamo “oggetti materiali” è in realtà un insieme di idee percepite dalla mente. La realtà esiste, ma esiste come contenuto dell’esperienza.
Il suo sistema implica che tutto sia soggettivo?
Non secondo Berkeley. Egli rifiutava il solipsismo, sostenendo che la stabilità del mondo è garantita dalla percezione divina. Le idee non sono create arbitrariamente dall’individuo, ma fanno parte di un ordine coerente stabilito da Dio. La dimensione soggettiva è inserita in una struttura oggettiva di tipo teologico.
Perché eliminare la materia?
Berkeley riteneva che il concetto di materia fosse un’astrazione priva di significato empirico. Se tutta la conoscenza deriva dall’esperienza, non ha senso postulare una sostanza che non può essere percepita. Eliminare la materia significa, per lui, eliminare una fonte di scetticismo e rafforzare la certezza dell’esperienza immediata.
Che rapporto c’è tra Berkeley e l’empirismo britannico?
Berkeley appartiene pienamente alla tradizione empirista inaugurata da Locke, ma ne sviluppa le conseguenze in modo radicale. Accetta che le idee derivino dall’esperienza, ma rifiuta la distinzione tra qualità primarie e secondarie e la nozione di sostrato materiale. In questo senso, rappresenta una tappa decisiva nel percorso che condurrà a Hume.
Perché il suo pensiero è ancora attuale?
Il dibattito contemporaneo sulla percezione, sulla realtà virtuale e sulla costruzione linguistica del mondo riporta in primo piano questioni già affrontate da Berkeley. La sua critica alle astrazioni e la centralità attribuita alla mente anticipano temi che oggi ritornano nelle neuroscienze, nella filosofia della mente e nella riflessione sull’esperienza digitale.
George Berkeley rimane dunque una figura centrale non solo per la storia della filosofia, ma per la comprensione di una domanda che attraversa i secoli: che cosa significa dire che qualcosa esiste? Nel cuore dell’empirismo britannico, la sua voce continua a ricordarci che la realtà non è un dato ovvio, ma un problema filosofico che richiede analisi e coraggio speculativo. Se il mondo è ciò che percepiamo, allora la filosofia diventa un’indagine sul modo in cui la mente struttura l’esperienza. È questa intuizione, insieme alla sua audacia teorica, a fare di Berkeley uno dei pensatori più originali del XVIII secolo.
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