Italia e Francia chiedono di sospendere la tassa sul carbonio per tamponare l’aumento dei prezzi dei fertilizzanti
Bruxelles – La tempesta perfetta del conflitto in Medio Oriente travolge anche l’agricoltura. Proprio nel periodo in cui le piante hanno più bisogno di nutrienti, scatta l’allarme fertilizzanti: la crisi energetica ha avuto un impatto sui costi di produzione, la chiusura dello stretto di Hormuz ne ha interrotto le importazioni. Per tamponare l’impennata dei prezzi, Italia e Francia hanno chiesto alla Commissione europea la sospensione immediata del meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, la tassa sulle importazioni ad alta intensità energetica, per i fertilizzanti. Roma ha suggerito inoltre un’altra soluzione: aprire al digestato, residuo organico derivante da biomasse, e consentirne un impiego maggiore.
I ministri dell’UE hanno affrontato la questione dell’aumento dei costi di produzione agricoli nel Consiglio Agrifish, oggi (30 marzo) a Bruxelles. Italia e Francia, le due maggiori agricolture dell’UE, sono arrivate coordinate, chiedendo la sospensione immediata con effetto retroattivo del meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM), in vigore dal primo gennaio 2026. “Serve per evitare un forte impatto sui costi di produzione agricoli”, si legge in una nota del Ministero dell’Agricoltura italiano, che precisa che “il quadro è stato aggravato dalla guerra in Medio Oriente e dal conseguente aumento dei prezzi del gas e dalle difficoltà nelle importazioni di fertilizzanti dovute a rallentamenti nelle catene di approvvigionamento”.
Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, ha strigliato l’UE: “Non devono perdere tempo – ha affermato a margine della riunione -, siamo in un contesto internazionale drammatico”. E ancora: “L’Europa non può avere questi tempi per affrontare problemi immediati. I costi di produzione stanno salendo”. Costi che – ha sottolineato Lollobrigida, “vanno a toccare le tasche di tutti i cittadini”, scaricandosi sui prezzi all’ingrosso e poi su quelli al dettaglio. In alternativa, “Roma e Parigi chiedono un meccanismo di compensazione immediato, finanziato con le risorse disponibili dell’attuale Quadro finanziario pluriennale, per neutralizzare nel breve periodo i costi a carico degli agricoltori”, recita la nota del MASAF.
La fotografia è preoccupante: non solo dallo stretto di Hormuz transita un terzo del commercio di fertilizzanti a livello globale, ma il prezzo dell’urea – uno dei principali componenti dei fertilizzanti azotati – è strettamente correlato al costo del gas, che rappresenta tra il 60 e l’80 per cento dei costi di produzione. Nel marzo del 2026, i dati del MASAF denunciano un incremento del 55 per cento del prezzo dell’urea rispetto allo stesso periodo del 2025. Il ministero italiano ci mette pure, per chiudere il quadro, “la chiusura delle importazioni dalla Russia, principale esportatore di urea, potassio e fosforo”, che “ha ridotto significativamente l’offerta disponibile sul mercato europeo”.
Da qui la seconda soluzione suggerita da Lollobrigida: “Approfittare di alcuni elementi come il digestato, che hanno la possibilità di essere immessi, almeno in termini sperimentali su vasta area, per poter rispondere ai costi crescenti”. Il digestato è un residuo organico, semiliquido e stabilizzato, derivante dal processo di digestione anaerobica di biomasse. Secondo l’Italia, “rappresenta una soluzione concreta, immediata e sostenibile, in grado di contribuire alla riduzione dei costi di produzione, al mantenimento delle rese agricole e al rafforzamento dell’autonomia strategica dell’Unione europea”.
L’Italia, secondo produttore di energia da biomasse in Europa, chiede insomma di aprire all’utilizzo del digestato in agricoltura, attraverso una revisione della Direttiva sui Nitrati, che “introduca una distinzione normativa tra digestato e reflui zootecnici, riconoscendo le specificità del prodotto derivante dalla digestione anaerobica”. Va “valutata la possibilità di equiparare il digestato ai fertilizzanti di sintesi in termini di limiti di utilizzo, consentendone un impiego più ampio e coerente con le esigenze produttive”. Ma il composto non è privo di rischi, sanitari e ambientali: in eccesso, può inquinare le falde acquifere.
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