La cessione di Armani si complica. L’Orèal pretendente naturale
Se il destino creativo di Giorgio Armani sembra delineato, con la sfilata di domenica che segna il debutto di Silvana Armani al ready to wear della prima linea della maison, dopo aver svelato alcune settimane fa a Parigi l’haute couture, il futuro del gruppo sembra meno certo a causa delle rigide clausole del testamento di Re Giorgio. In una fase difficile da parte del mondo del lusso, il gruppo Armani non ha fatto altrimenti, con ricavi e redditività in calo nel 2024 e un business della moda di fatto in perdita al netto alle licenze. Un elemento che potrebbe aver inciso nella mancanza, allo stato attuale, di offerte concrete per rilevare il gruppo, su cui diversi analisti parlano da tempo della necessità di una ristrutturazione proprio della divisione moda. In questo scenario, l’unico player che potrebbe effettivamente rilevare una quota del gruppo sarebbe L’Orèal, indicato nel testamento come una delle tre realtà a cui la Fondazione Armani potrebbe cedere decorsi 12 mesi ed entro i primi 18 dalla data di apertura della successione, una partecipazione pari al 15% del capitale della società. Una quota che potrebbe salire tra il terzo e il quinto anno, fino al 54,9% del totale.
Secondo analisti, la valutazione del gruppo si aggirerebbe tra i 4 miliardi e i 7 miliardi di euro, tenendo conto di ricavi, forza del brand e prospettive future. In base alle indicazioni testamentarie che parlano, appunto, di una quota pari al 15% si tratterebbe di un esborso compreso nella forchetta tra i 600 e 1 miliardo di euro ma è chiaro che l’andamento 2025 del gruppo potrebbe pesare, spostandosi più lontano dalla parte alta della forchetta.
Come riporta Business of fashion, la partnership di Armani con L’Oréal genererà un fatturato di circa 1,5 miliardi di euro, mentre per EssilorLuxottica si prevede un fatturato di circa 300 milioni di euro. Circa il 10% di questi importi viene retrocesso ad Armani sotto forma di royalties. Questi due player si confermano come i più accreditati per la vendita del gruppo. In particolare, L’Oréal è l’unico che ufficialmente ha dichiarato interesse a esaminare un possibile investimento nel Gruppo Armani seguendo le indicazioni testamentarie, iniziando presto l’analisi del dossier. Inoltre, come riporta la testata, “Per L’Oréal, la licenza rappresenta probabilmente il terzo marchio di bellezza di lusso più grande del loro portafoglio, dopo Lancôme e Yves Saint Laurent “, ha affermato Charles-Louis Scotti, responsabile della ricerca azionaria sui beni di lusso di Kepler Cheuvreux. Inoltre, a livello di trend di mercato, il settore della bellezza è generalmente meno immune all’andamento altalenante della moda e, dunque, è di certo un asset importante per L’Oréal che potrebbe, invece, seguire l’esempio di Tom Ford con Estée Lauder affidando in licenza il business moda.
Per quanto riguarda Essilux, con cui Armani ha un rapporto di lunga data, sulla carta ha una solida posizione e potrebbe essere interessato ad allargare il suo raggio d’azione anche fuori dal contesto dell’eyewear, basti pensare all’acquisizione di Supreme. Ma questo marchio venne acquisito nel 2024 per 1,5 miliardi di dollari e attualmente dai bilanci non c’è un’indicazione precisa del peso di questo brand (in una fase in cui è stata superata la wave dello streetwear di lusso) e dunque non è nemmeno certo che nello stato attuale, con le vicissitudini interne al gruppo tra gli eredi del patron Del Vecchio, si possa al momento parlare concretamente di un’ulteriore operazione extra-settore.
Sul fronte Lvmh, come sottolinea Business of fashion, nonostante in passato abbia acquisito marchi italiani, ora “il conglomerato si sta concentrando sempre di più sugli accessori ad alto margine come le borse, piuttosto che sull’abbigliamento, su cui si è concentrato Armani. I margini operativi del marchio italiano erano di poco superiori al 17% nel 2024, rispetto a circa il 40% della divisione moda e pelletteria di Lvmh . Inoltre, Bernard Arnault, il capo di Lvmh , di solito punta al pieno controllo dei marchi, ma il testamento di Armani stabilisce che la sua fondazione mantenga almeno una quota del 30% e alcuni poteri decisionali”. Una situazione che lo rende, dunque, il player meno papabile per la vendita.
Secondo un recente articolo dell’Economist, inoltre, sarebbe emersa una spaccatura nel consiglio di amministrazione, “con alcuni determinati a eseguire alla lettera la volontà dello stilista e altri desiderosi di concentrarsi sul risanamento dell’azienda”, spiega la testata aggiungendo poi che “alcuni membri del consiglio di amministrazione di Armani preferirebbero prorogare il termine di 18 mesi e poi prendere una decisione in base all’andamento della ristrutturazione” del gruppo.
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