La gioielleria nuovo pilastro del lusso: aumenta l’equity (e batte la crisi)
L’high jewelry arriverà a muovere un giro d’affari di 104 miliardi di euro nel 2030. Per i consumatori resta un asset a prova di crisi ed è per questo che sempre di più i big dell’alto di gamma stanno puntando sui preziosi.
Mentre il sistema moda prova a uscire da una fase di rallentamento, la gioielleria continua a muoversi in controtendenza. Negli ultimi anni, il segmento ha visto una crescita significativa tanto nella fascia mid-level quanto – e soprattutto – nell’alta gioielleria. Quest’ultima, in particolare, spinta da una domanda sempre più orientata verso oggetti destinati a durare nel tempo, secondo le stime di Statista, potrebbe chiudere il 2026 con un giro di affari di quasi 92 miliardi di euro (+4,5%), per superare i 104 miliardi nel 2030. “L’alto di gamma della gioielleria ha dimostrato una resilienza significativa in un contesto estremamente complesso, dovuto all’andamento delle materie prime, alla forte volatilità dei costi e alla crisi di alcuni mercati tradizionalmente stabili. Il gioiello, realizzato con elevati standard qualitativi e con un alto grado di personalizzazione, resta uno dei principali oggetti regalo per i consumatori. Consente alle maison di mantenere una relazione con il consumatore e di offrire un’alternativa al prodotto moda tradizionale”, illustra a Pambianco Magazine Matteo Farsura, global exhibition manager di Italian Exhibition Group. Ed è anche per questo che il 2026 viene indicato dagli operatori come l’anno in cui il gioiello alto di gamma potrebbe consolidare definitivamente il proprio momento di forza.
Un asset durevole (e che aumenta il valore del marchio)
“La gioielleria consente ai marchi di moda di aumentare il prezzo medio, la produttività dello spazio retail e la percezione dell’equity di marchio. Il consumatore la vede come intrinsecamente preziosa e durevole molto più della moda e della pelletteria. Questo spiega perché maison come Gucci, Prada, Louis Vuitton e Chanel stanno mostrando interesse a sviluppare la loro offerta di settore”, spiega inoltre Luca Solca, managing director, sector head global luxury goods di Bernstein. A dimostrazione della resilienza del settore, ci sono gli ultimi bilanci dei top player della gioielleria. Nella conference call di presentazione del fiscal year 2025 di Lvmh, è emerso come la gioielleria di alta gamma sia stata il segmento più performante del comparto Watches&Jewelry (un segmento che rappresenta il 13% dei ricavi del gruppo) con Tiffany che, ancora in fase di trasformazione, ha visto i suoi nuovi negozi avere un incremento delle vendite del 15-20 per cento. “Tiffany ha una reale possibilità di diventare il marchio di gioielli leader a livello mondiale”, ha previsto Arnault, sottolineando le potenzialità della gioielleria per il gruppo. Allo stesso modo, Richemont ha registrato un fatturato trimestrale record di 6,4 miliardi di euro (+4%), trainato proprio dalla gioielleria cresciuta del 14 per cento. Secondo Barclays la divisione jewellery del colosso svizzero crescerà del 10% a cambi costanti: un risultato che ha evidentemente spinto Richemont alla scelta di vendere il marchio di orologi Baume & Mercier al gruppo italiano Damiani per focalizzarsi sul business dei gioielli.
Parola d’ordine, flessibilità dei mercati
Una scelta, quella di rafforzare il business dei gioielli, seguita anche da Kering, che in controtendenza alla scia di cessioni avviate nell’ultimo biennio, sta acquisendo progressivamente il produttore di gioielli valenzano Raselli Franco Group. L’acquisizione, come spiegato dal CEO Luca de Meo, mira a sviluppare una categoria che per il gruppo francese è ancora “sottorappresentata nel mix di business” ma che, tanto per il marchio di categoria, quanto per quello fashion, può essere un “motore di crescita e uno strumento per creare una forma di equilibrio e resilienza integrata nella struttura del gruppo, indipendente dal ciclo della moda”. Durante la presentazione del quarto trimestre di Kering, de Meo ha dichiarato che tutte le maison di gioielleria “hanno registrato un andamento molto solido” con un andamento significativo di Dodo e Qeelin. Sebbene i dati 2025 non siano disponibili per singola azienda, per quel che riguarda Pomellato nel 2024 ha chiuso a -6,3% ma è nell’ultimo esercizio che ha diminuito la variazione rispetto a quelli precedenti, mentre Boucheron (che spicca tra i marchi di gioielleria) sempre nel 2024 ha messo a segno un +6,5% secondo i bilanci depositati, con una crescita significativa se si considerano i 186 milioni del 2021. In generale, analizzando i bilanci del gruppo degli ultimi anni, i preziosi hanno sempre dimostrato una forte resilienza a riprova della solidità del settore.
Anche i risultati ottenuti da Hermès, confermano il peso della gioielleria. Infatti, la categoria “Other Hermès business lines” che include Art of Living, tableware e gioielleria, ha riportato nell’ultimo bilancio un incremento del 17%, per un giro di affari di quasi 2 miliardi. Qui, come riporta la maison, i gioielli hanno visto una “forte crescita” grazie anche a collezioni come ‘Les formes de la couleur’.
Tuttavia, spiega Farsura, per continuare a navigare questo settore e mantenere la spinta al rialzo, serve “diversificare i mercati su cui operare per fronteggiare il rischio delle fluttuazioni in aree tradizionalmente forti. Bisogna essere solidi nei mercati di riferimento, come gli Stati Uniti e il Medio Oriente, ma allo stesso tempo sviluppare la capacità di intercettare nuovi mercati e nuovi trend”. L’Asia Pacifico rimane il grande motore di crescita nel lungo periodo, con l’India che negli ultimi mesi ha mostrato un aumento della domanda di gioielli superiore al 20% e la Cina che si conferma il principale mercato. Anche se, secondo gli esperti, non vanno sottovalutati anche altri mercati. In Europa lo zoccolo duro del settore resta la Germania, mentre fuori dal Vecchio Continente si fa spazio il Brasile grazie all’aumento del reddito medio disponibile e all’espansione dell’élite urbana.
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