Volontari in ospedale, ecco chi aggiunge vita al tempo dei piccoli ricoverati
«Abbiamo accompagnato un bimbo di un anno nel suo percorso in ospedale. È stato un dono grande, inspiegabile. C’è sempre l’idea che facendo volontariato si dia il proprio contributo, si faccia la propria parte. In realtà noi abbiamo fatto ben poco. È lui che ci ha dato tantissimo, nelle relazioni, nello sguardo, nell’interagire, nel cercare la nostra presenza. È stato un incontro fantastico». Stefania Rovaris e Corinna Malighetti negli ultimi mesi sono state caregiver extrafamiliari non professionali di un piccolo paziente, che non aveva i genitori accanto. Hanno iniziato questa esperienza insieme all’associazione Papa Giovanni XXIII, che lo scorso anno ha organizzato la prima edizione lombarda del percorso “Avrò cura di te”, già rodato in Piemonte. Martedì 17 marzo inizierà il corso per il 2026, che coinvolgerà nuovi partecipanti, per formare nuovi volontari.
«È stato meraviglioso accorgersi che, nel tempo, il nostro cuore si dilatava per fare spazio a lui», dicono le due donne. «Così si dilatava anche il tempo, che riuscivamo a trovare naturalmente anche quando eravamo indaffarate». Rovaris e Malighetti hanno accompagnato il bimbo in un cambio di struttura, senza abbandonarlo anche nei momenti più brutti e dolorosi, quando la medicina non ha potuto più nulla e il piccolo non ce l’ha fatta. «Ci siamo date forza a vicenda», dicono. «Ora è una ferita freschissima. È stata un’esperienza che ci ha cambiato la vita. Dobbiamo lasciarla sedimentare, prima di poter ricominciare».
I numeri del 2025
Le due volontarie non sono state le uniche persone ad aver partecipato all’edizione dello scorso anno di “Avrò cura di te”. «Abbiamo avuto più o meno 110 iscritti, che hanno partecipato o hanno ricevuto il materiale», dice Marta Bertelé, referente in Lombardia per l’Associazione Papa Giovanni XXIII. «Di questi, circa una trentina hanno concluso il corso e hanno dato la disponibilità per fare un colloquio con noi, per verificare la disponibilità a impegnarsi davvero. Alla fine, venti persone sono diventate caregiver».
Questi volontari, nel corso dell’anno, sono stati indirizzati verso alcune situazioni in ospedale e sul territorio. La collaborazione più significativa è con l’ospedale Sant’Anna di San Fermo della Battaglia (Como), ma nel 2025 le persone impegnate con l’associazione sono entrate anche in altri ospedali della zona, a Milano o a Monza.
Nel 2026 abbiamo avuto 110 iscritti, di questi una trentina hanno fatto i colloqui conoscitivi e 20 si sono impegnati come volontari
Donare vita al tempo in ospedale
Ma cosa significa, nella pratica, essere un caregiver extrafamiliare non professionale? «Significa scegliere di passare del tempo a fianco di un bambino o di un ragazzo nel caso di ospedalizzazioni più o meno lunghe, nel caso ci sia bisogno di dare un po’ di sollievo ai genitori per coprire le 24 ore o nel caso in cui non ci sia una famiglia di riferimento», spiega Esther Ghiozzi, case manager del progetto “Portami a casa”, la cornice entro la quale il corso è stato attivato.
«La nostra scelta è quella di abbinare pochi caregiver a ogni singolo minore, in modo da creare relazioni significative». L’obiettivo è mitigare, per i piccoli pazienti, sia il trauma della malattia sia la solitudine che si possono sviluppare all’interno di un ospedale. «Non servono particolari competenze specifiche per svolgere questo ruolo», continua Ghiozzi, «basta avere del tempo, anche minimo. Abbiamo qualcuno che lavora e quindi per forza di cose il suo impegno è concentrato la sera o nei weekend, altri invece sono in pensione o sono giovanissimi e quindi sono più liberi. Ci deve essere la voglia di stare accanto, senza giudicare».
Bisogna essere capaci di aggiungere vita al tempo dilatato dell’ospedale, a quelle giornate che non passano più. «Stare accanto a un bambino può voler dire imboccarlo, cambiargli il pannolino se ancora lo usa, aiutarlo a lavarsi i denti», dice la case manager. «Ma anche fare un puzzle insieme, giocare, leggere un libro».
Bisogna essere capaci di aggiungere vita al tempo dilatato dell’ospedale, a quelle giornate che non passano più
Gli insegnamenti del corso
Il corso “Avrò cura di te”, quindi, non è pensato per fornire competenze tecnico pratiche di cura – in ospedale c’è già il personale specializzato – ma per dare spunti di approfondimento su tematiche legate alla disabilità e per offrire strumenti per interagire e per gestire la propria presenza nei reparti e accanto ai bambini.
“Portami a casa” si rivolge ai tanti bambini con disabilità o patologie che trascorrono tempi lunghissimi in ospedale, da soli, senza nessuno che li coccoli, li accarezzi, gli doni affetto. Medici, infermieri e personale ausiliario si affezionano sempre, ma la routine quotidiana del reparto impone i suoi tempi. Il progetto in generale mira costruire una rete attorno al bambino, mettendo subito a disposizione caregiver volontari extrafamiliari non professionali che affianchino il bambino in ospedale e poi eventualmente a casa, a supporto della famiglia naturale o affidataria, quando la si sarà trovata.
«C’è una parte in cui spieghiamo le regole: come muoversi e come comportarsi nelle strutture ospedaliere, come proteggere i dati personali dei pazienti minorenni», afferma Bertelé. Poi c’è tutta una parte educativa, che vuole puntare sulla qualità della relazione. Se sei in una terapia intensiva neonatale, la relazione è fatta di accudimento, di coccole, di canzoncine, di contatto fisico. In un reparto di pediatria con un bambino più grande o un preadolescente ci sarà più gioco, più dialogo».
L’intero percorso ha una durata di 20 ore. Poi, per chi decide di dare la propria disponibilità a diventare volontario, ci sono i colloqui personali, che servono a cogliere le caratteristiche e le predisposizioni di ciascuno. «Banalmente, magari qualcuno è più disposto a stare accanto a un adolescenti, mentre altri sentono più nelle proprie corde la vicinanza con un neonato. Così riusciamo ad abbinarli al meglio».
Foto in apertura da Unsplash
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