Israele, e la politica vive di emergenze

Mar 13, 2026 - 16:00
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Israele, e la politica vive di emergenze

Israele sta combattendo contro l’Iran la guerra più ambiziosa della sua storia, mentre il governo di Benjamin Netanyahu è appeso a un voto sul bilancio che potrebbe far cadere la legislatura nel giro di poche settimane. È un paradosso politico raramente osservato nelle democrazie occidentali: uno Stato impegnato in un conflitto regionale ad alta intensità mentre il suo sistema politico rischia di entrare in campagna elettorale.

Il punto, però, non è soltanto la fragilità del governo Netanyahu. Il problema è più profondo e riguarda il funzionamento stesso del sistema politico israeliano negli ultimi anni. L’emergenza è diventata la principale forma di governo: guerre, crisi istituzionali e coalizioni precarie non sono più anomalie temporanee ma elementi ricorrenti di un equilibrio politico che riesce a sopravvivere proprio grazie alla gestione continua delle crisi. La guerra con l’Iran rappresenta il punto di massima tensione di questo modello.

La crisi che attraversa oggi Israele non è una semplice variazione dell’instabilità cronica. È qualcosa di più radicale: la saldatura fra un sistema istituzionale logorato, un ciclo di leadership che non riesce più né a rinnovarsi né a farsi da parte, e una guerra con l’Iran che spinge la politica estera sull’orlo di una trasformazione irreversibile. Da mesi il sistema politico israeliano vive in apnea attorno a una data che formalmente sembra un dettaglio tecnico: il 31 marzo. Se entro quella scadenza la Knesset non approverà la legge di bilancio per il 2026, la legislatura si chiuderà automaticamente e il Paese tornerà alle urne nel pieno di una guerra regionale. 

Non sarebbe la prima volta che Israele vota in condizioni straordinarie. Sarebbe però la prima volta che lo fa mentre è impegnato in uno scontro diretto con l’Iran. Il governo Netanyahu ha già dovuto rinviare il voto a causa dello scontro con i partiti haredi sulla coscrizione obbligatoria. Una disputa apparentemente tecnica che in realtà tocca il cuore del contratto sociale israeliano: chi paga il prezzo umano della democrazia in guerra? Gli ultraortodossi rivendicano un’esenzione strutturale dalla leva. I partiti laici rifiutano un sistema in cui alcuni cittadini combattono mentre altri pregano. L’establishment della difesa chiede più uomini per sostenere un conflitto che potrebbe durare mesi. In questo triangolo impossibile, Netanyahu tiene insieme la coalizione rimandando ogni scelta strutturale e guadagnando tempo con la guerra. La guerra diventa così lo strumento di sospensione della politica interna. Non una cospirazione, ma un incentivo strutturale.

La campagna congiunta con Donald Trump contro l’Iran è il vertice di questa strategia del rinvio: l’operazione militare diventa la cornice dentro cui congelare il dibattito interno, sospendere lo scontro sulla riforma giudiziaria, rimandare la resa dei conti sul rapporto tra religione, esercito e democrazia. Ma la sospensione funziona solo finché la guerra appare breve, contenuta, controllabile. Oggi siamo ben oltre il lessico del surgical strike: bombardamenti sistematici su Teheran e sulle principali infrastrutture civili e militari iraniane, la leadership iraniana decapitata con l’uccisione di Ali Khamenei e un’escalation che ha già investito il Libano, il Golfo, le vie marittime energetiche. È il manuale del mission creep applicato al Medio Oriente del 2026.

Qui la relazione con Washington diventa il vero barometro della crisi israeliana. Per gli Stati Uniti, l’obiettivo appare sempre più limitato: degradare le capacità missilistiche e navali iraniane, allontanare la soglia nucleare, ristabilire la deterrenza regionale senza impegnarsi in una guerra di cambio di regime. Per Netanyahu, e per una parte consistente del suo blocco, la finestra aperta dalla morte di Khamenei è un’occasione unica per spingere il sistema iraniano verso il collasso, magari innescando un’onda lunga di sollevazioni interne. Lo si intuisce dai messaggi diretti al popolo iraniano, dall’insistenza sulla necessità di liberare l’Iran, dalla narrativa che presenta la campagna non solo come un’operazione difensiva, ma come l’atto fondativo di un nuovo ordine regionale.

A questo punto la crisi interna israeliana diventa un fattore strategico anche per gli alleati occidentali. Un premier indebolito, sotto processo e appeso a un voto sul bilancio, ha un incentivo potente: spostare l’asticella sempre un po’ più avanti. Creare fatti compiuti sul terreno. E confidare che la realtà della guerra trascini con sé anche le reticenze di Washington. Ma l’alleato americano non è disposto a pagare qualsiasi prezzo per la sopravvivenza politica di Netanyahu. Se la guerra dovesse protrarsi oltre le quattro o cinque settimane ventilate da Trump, se le perdite e le ritorsioni dovessero crescere, se la campagna cominciasse a somigliare al pantano iracheno che Obama ereditò e non seppe chiudere, l’asse personale tra i due leader rischierebbe di trasformarsi in un’accusa reciproca di aver trascinato l’altro troppo lontano.

Il teatro regionale nel frattempo si sta riordinando. In Libano la risposta di Hezbollah riapre stabilmente il fronte settentrionale con raffiche di lanci missilistici. A Gaza la questione del day after è stata semplicemente congelata. La priorità assoluta è l’Iran, con il risultato di radicalizzare ulteriormente la percezione di Israele nel mondo arabo. In Iran, infine, lo scenario più pericoloso resta quello meno discusso: il collasso incompleto. Un regime indebolito ma non sostituito, apparati di sicurezza frammentati, centri di potere locali in competizione. Una transizione caotica può rivelarsi più destabilizzante di una dittatura consolidata, soprattutto se nessuno dispone di leve politiche per orientarne l’esito.

Tutto questo ricade su un sistema politico israeliano che non ha ancora risolto la sua questione di fondo: quale relazione vuole stabilire tra democrazia, sicurezza e potere esecutivo. Il ciclo Netanyahu ha costruito la propria legittimità sull’idea che solo una leadership forte, libera dai vincoli eccessivi di magistratura, media e opposizione, potesse garantire la sopravvivenza di Israele in un ambiente ostile. Ma la sequenza degli ultimi anni suggerisce l’opposto: l’uso sistematico dell’emergenza come strumento politico ha indebolito sia le istituzioni sia la capacità di pianificazione strategica. Più lo Stato è in guerra, più la politica diventa una gestione di brevi orizzonti, di sondaggi quotidiani, di micro-equilibri di coalizione; meno spazio resta per definire una rotta stabile.

Se il bilancio non passerà e Israele si ritroverà di nuovo in campagna elettorale, la tentazione sarà quella di leggere il voto come un referendum su Netanyahu, sulla guerra, sul rapporto con Trump. Ma una lettura puramente personale rischia di mancare il punto. Il cuore della crisi non è solo chi siede a Balfour Street, è il modello di governance che si è consolidato: un Paese che si abitua a essere governato attraverso eccezioni, deroghe, operazioni speciali, con il Parlamento ridotto a luogo di ratifica e la società mobilitata a ondate, a seconda del nemico del momento.

Per l’Occidente, la vera domanda su Israele non è se resterà un alleato – la risposta è sì – ma che tipo di alleato diventerà. Un Paese che, sotto questa leadership, accetta come fisiologico governare soltanto nell’emergenza è un partner meno prevedibile, meno controllabile, meno capace di contribuire a un ordine comune e più propenso a imporre il proprio calendario di crisi. È questo, più ancora delle dispute quotidiane su Gaza o sulle risoluzioni Onu, che dovrebbe preoccupare Washington, Bruxelles e le capitali arabe: non l’ennesima crisi di governo, ma la possibilità che la crisi diventi la forma stessa di governo.

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