La Cina è fragile e l’Europa ha una finestra, che sta però per chiudersi

Per anni la narrativa dominante nelle cancellerie europee è stata questa: la Cina cresce, avanza, è inarrestabile. La politica europea verso Pechino si è costruita di conseguenza intorno a una postura difensiva — de-risking, riduzione delle dipendenze, dialogo come fine in sé. Un nuovo rapporto dello European Union Institute for Security Studies (EUISS), firmato dall’economista Alicia Garcia-Herrero (Bruegel) e dall’analista Tim Rühlig, sfida questo paradigma con una tesi scomoda nella sua semplicità: la Cina non è in posizione di forza. È in posizione di vulnerabilità. E l’Europa, se vuole usare la leva che ancora ha, deve farlo adesso.
Il prodotto interno lordo cinese è cresciuto ufficialmente del 5% nel 2025. Gli autori la considerano una cifra sovrastimata: analisti indipendenti collocano la crescita reale già nell’intervallo 1-2,4%. Le proiezioni del centro studi indicano un ulteriore rallentamento dopo il 2035, quando si esaurirà il processo di urbanizzazione. Dietro i numeri ci sono quattro vulnerabilità strutturali difficilmente reversibili: declino demografico, consumi interni cronicamente deboli, debito pubblico vicino al 100% del prodotto interno lordo, barriere tecnologiche imposte dagli Stati Uniti. La disoccupazione giovanile reale, secondo un funzionario cinese intervistato dagli autori, potrebbe superare il 50%.
Di fronte a queste pressioni, il Partito risponde con centralizzazione del controllo e nazionalismo. La prima comprime ulteriormente l’efficienza economica. Il secondo – fatto di retorica sulla «grande rinascita», manovre militari intorno a Taiwan, coercizione economica sistematica – non rende la Cina più disponibile al compromesso. La rende più pericolosa. Una Cina vulnerabile ha ancora più bisogno di esportare le proprie sovraccapacità e ancora meno margine per fare concessioni.
Eppure la Cina dipende dall’Europa più di quanto l’analisi corrente riconosca. Dipende dal mercato unico come sbocco ad alto margine: dopo la chiusura americana del 2025, è l’Europa ad aver assorbito parte del surplus cinese. Il margine che il colosso automobilistico Byd realizza in Europa sulla sua Seal U è quasi dieci volte quello del mercato interno. Dipende dalla tecnologia europea: macchinari per semiconduttori, ricerca sul 6G, capacità scientifica. Dipendenze reali, ma in via di riduzione sistematica.
«La finestra non durerà», scrivono gli autori. Il rapporto si chiude con quattro proposte: costruire chokepoint tecnologici europei; diversificare le supply chain verso il Sud globale; riformare lo strumento anticoercizione invertendo la regola di voto in Consiglio; fare diplomazia con obiettivi concreti e misure unilaterali di riserva. «Il costo dell’inazione», concludono, «è probabilmente più alto di quello dell’azione».
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