Il pasticcio della Biennale, e la scelta politica di non invitare i dissidenti russi

Dichiariamolo subito, senza ambiguità. Sono filo-ucraino senza se e senza ma. L’aggressione russa all’Ucraina è una violazione del diritto internazionale, della sovranità di uno Stato e dei principi fondamentali su cui si regge l’ordine europeo. Su questo non esistono sfumature possibili. Proprio per questo, la questione della presenza russa alla Biennale di Venezia merita di essere affrontata con lucidità e senza riflessi ideologici.
La Biennale non è un vertice diplomatico. Non è una conferenza intergovernativa. Non è un luogo di legittimazione degli Stati. È, per definizione, uno spazio di libertà artistica e di confronto culturale globale. Confondere il piano politico con quello culturale rischia di produrre un errore grave: trasformare l’arte in un campo di sanzioni simboliche che finiscono per colpire non il potere, ma proprio quelle voci che al potere si oppongono.
Mi trovo ideologicamente distante dalle note posizioni politiche del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, che stimo e che considero tuttavia tra le scelte più felici che un governo potesse fare per quel ruolo. Comprendo le ragioni politiche del contesto internazionale e le legittime reazioni degli Stati contrari alla presenza della Russia. Ma ritengo che il compito di un’istituzione culturale come la Biennale di Venezia sia esattamente l’opposto: aprire spazi, non chiuderli; costruire ponti, non barricate.
Ed è proprio qui che si colloca il punto centrale. Invitare alla Biennale artisti russi legati o funzionali al potere di Mosca sarebbe non solo inopportuno, ma profondamente sbagliato: difficilmente giustificabile sul piano etico e culturale in un momento come questo. Ma escludere indistintamente ogni artista russo significherebbe fare un favore alla narrazione del Cremlino: quella secondo cui l’Occidente combatte la cultura russa e non l’imperialismo del regime.
La risposta culturale più forte potrebbe essere esattamente l’opposto. La Biennale potrebbe scegliere di aprire uno spazio specifico dedicato agli artisti russi dissidenti, un luogo di libertà all’interno della manifestazione, capace di dare visibilità a quegli artisti che si oppongono apertamente alla guerra, al regime e alla repressione. Sarebbe un gesto culturalmente molto più potente di qualsiasi esclusione. Perché dare voce agli artisti del dissenso significa sostenere la parte migliore della società russa, quella che paga spesso prezzi altissimi in termini di censura, persecuzione, esilio e isolamento.
In questo modo la Biennale compirebbe un’operazione culturalmente e politicamente limpida. Non si tratterebbe di «aprire alla Russia». Si tratterebbe di aprire ai russi che resistono al regime. Occorre infatti distinguere tra Stato e società civile, tra potere politico e libertà creativa. La storia dell’arte europea offre esempi che non dovremmo dimenticare. Succederà? Improbabile.
Durante la Guerra fredda le istituzioni culturali occidentali non hanno mai escluso gli artisti sovietici in quanto tali. Al contrario, spesso hanno dato spazio proprio a quelle figure che mettevano in discussione il potere politico del loro Paese.
L’arte non è un’estensione della politica estera. È uno dei pochi luoghi in cui la società civile globale può ancora parlare. Se davvero vogliamo sostenere l’Ucraina – e io lo voglio senza esitazioni – la risposta non può essere il silenzio culturale. La risposta deve essere più libertà, più dissenso, più spazio per le voci che sfidano i regimi. Invitare gli artisti russi dissidenti alla Biennale non sarebbe una concessione. Sarebbe una scelta di principio. E sarebbe perfettamente coerente con la funzione storica dell’arte: mettere in crisi il potere.
A tutto questo si aggiunge un elemento che nel dibattito pubblico viene spesso trascurato: il profilo giuridico della questione. Il Padiglione della Russia ai Giardini della Biennale di Venezia non è uno spazio semplicemente assegnato di volta in volta dall’istituzione veneziana. È uno degli edifici storici del sistema dei padiglioni nazionali permanenti, costruiti nel corso del Novecento direttamente dagli Stati partecipanti.
Il padiglione russo, progettato nel 1914 dall’architetto Alexey Shchusev, appartiene a questo sistema consolidato. Come accade per Germania, Francia, Stati Uniti o Regno Unito, si tratta di edifici realizzati e storicamente gestiti dagli stessi Paesi che li utilizzano per la propria rappresentanza culturale.
Questo significa che la questione non è soltanto politica, ma anche giuridica e patrimoniale. La Biennale non può semplicemente revocare o riassegnare un padiglione nazionale come se fosse uno spazio espositivo qualsiasi. Intervenire su quel sistema significherebbe toccare rapporti istituzionali consolidati da oltre un secolo e aprire questioni delicate relative ai diritti d’uso e alla natura stessa dei padiglioni nazionali.
Ignorare questo dato significa semplificare una realtà molto più complessa. Ed è proprio per questo che la soluzione culturalmente più intelligente non è chiudere, ma aprire spazi nuovi. Perché la cultura, quando è davvero libera, non serve a proteggere i governi. Serve a mettere in crisi il potere. È sempre stato così, da quando l’uomo ha iniziato a creare.
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