La guerra dei droni sta trasformando il campo di battaglia (e l’Italia non è pronta)

Aprile 21, 2026 - 19:00
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La guerra dei droni sta trasformando il campo di battaglia (e l’Italia non è pronta)

La guerra in Ucraina ha cambiato da tempo natura. In ampie zone del fronte non si combatte più per conquistare terreno, ma per rendere impossibile al nemico restarci. I droni hanno trasformato il campo di battaglia in uno spazio costantemente osservato, dove ogni soldato viene individuato e colpito prima ancora del contatto diretto. L’Ucraina ha costruito una macchina militare chirurgica aguzzando il suo ingegno tecnologico. Al momento basta una decina di migliaia di operatori per svuotare progressivamente le linee nemiche, colpendo uomini e mezzi con continuità. Un modello efficace che sta mettendo sotto pressione la novecentesca strategia russa, fondata sull’impiego massiccio di uomini e sulla disponibilità ad assorbire perdite elevate. 

Stiamo assistendo a una nuova guerra di logoramento industriale e tecnologico, stupiti di come Davide stia battendo Golia, ma senza pensare che un giorno potremmo essere noi a dover fiondare droni, o peggio a doverci difendere. Quanto sono preparati i paesi europei un conflitto di questo tipo? Non abbastanza, secondo Thomas Theiner, ex alpino, documentarista ed esperto di NATO e guerra fredda che da anni analizza le novità del conflitto ucraino. «L’Ucraina ha più uomini sotto le armi di gran parte del continente messo insieme e produce milioni di droni, mentre il resto d’Europa è in ritardo sia sul piano numerico sia su quello tecnologico. Gli intercettori antimissile vengono in gran parte destinati a Kyjiv e il livello di preparazione complessivo resta insufficiente. Il divario con una guerra ad alta intensità come quella in Ucraina resta significativo, e il tempo per colmarlo non è infinito. Se Vladimir Putin dovesse percepire una debolezza europea o un disimpegno americano, potrebbe decidere di allargare il conflitto».

La situazione è così grave?
L’esercito italiano non è preparato. In uno scontro contro una forza come Hezbollah, che ha lanciato migliaia di droni e migliaia di missili contro i carri armati israeliani, potremmo perdere migliaia di uomini in poco tempo; contro i russi, le perdite sarebbero devastanti. Anche in uno scenario ad alta intensità nei cieli dell’Europa orientale, l’Aeronautica non sarebbe pronta. L’unica forza in condizioni relativamente migliori è la Marina. Per il resto, se non cominciamo subito a imparare dagli ucraini, il rischio è che la prossima guerra per l’Italia diventi una catastrofe. 

Addirittura.
L’esercito italiano, per come è strutturato oggi, avrebbe enormi difficoltà a operare su un fronte come quello ucraino: non solo per il numero limitato di soldati, ma soprattutto per il livello tecnologico e operativo nel campo dei droni. Esistono alcune unità dedicate, come il 3° Reggimento “Bondone” e reparti della difesa contraerea, ma numeri e mezzi restano insufficienti. Il divario è evidente: in Ucraina un singolo battaglione può usare in un giorno più droni di quanti l’Italia ne produca in un anno. Bisogna colmare questa lacuna, se vogliamo essere pronti a un conflitto moderno. Purtroppo il problema vale per quasi tutta l’Europa: tedeschi, francesi, inglesi, spagnoli, olandesi. Nessuno di noi è davvero preparato a una guerra di questo tipo. Non a caso, i paesi baltici e scandinavi stanno già progettando unità dedicate alla difesa contro i droni, anche con riservisti e guardie nazionali. È una direzione che anche l’Italia dovrebbe prendere, soprattutto per proteggere infrastrutture critiche come reti elettriche, ponti e trasporti. Il rischio, altrimenti, è trovarsi esposti a una minaccia nuova: sciami di droni lanciati in massa contro obiettivi civili e militari. Senza difese adeguate, i danni potrebbero essere seri.

Zelensky ha presentato a Roma con Meloni il “Drone Deal” per condividere il know-how ucraino con l’industria italiana. Cosa possiamo imparare da loro? 
L’Ucraina è avanzata nella costruzione di diverse tipologie di droni, non solo quelli FPV per colpire soldati nemici, ma anche droni intercettori per difendersi d’attacchi a lunga distanza. I paesi europei usano spesso missili costosi per abbattere droni relativamente economici. È un sistema poco sostenibile. Gli ucraini, invece, usano droni intercettori più economici: spendono poche migliaia di euro per abbattere un bersaglio che ne costa decine di migliaia. Inoltre, il ciclo tra uso sul campo e sviluppo tecnologico è rapidissimo: le unità operative forniscono feedback continuo agli ingegneri e i sistemi vengono aggiornati nel giro di settimane. In Europa, invece, i tempi sono più lunghi. Così, mentre un sistema viene ancora progettato e testato, sul campo possono essere già comparse diverse nuove generazioni di tecnologia. Per l’Europa la priorità è una sola: imparare in fretta dalle esperienze ucraine e adattarsi. Poi, qualcosa possiamo insegnarlo anche noi agli ucraini, soprattutto nello sviluppo di sistemi a lungo raggio: missili in grado di colpire obiettivi strategici in profondità, come le infrastrutture dove vengono prodotti i droni russi.

Quanto hanno cambiato i droni FPV il modo in cui l’Ucraina combatte?
I droni causano circa il novanta per cento delle perdite tra i soldati russi. Tutte le altre forze ucraine, esercito, aviazione, Guardia nazionale e paracadutisti, arrivano al dieci per cento. La produzione è distribuita in tante piccole fabbriche sparse sul territorio, così da rendere difficile per i russi bloccarla con attacchi mirati. Ma non sono solo i droni in sé a garantire una difesa eccezionale, quando il modo in cui gli ucraini li hanno integrati: hanno separato completamente le unità che li utilizzano dal resto dell’esercito, creando una forza dedicata. Parliamo di oltre cento battaglioni, circa 50.000 uomini. Questa struttura, chiamata Systems Forces, è guidata da un comandante ucraino di origine ungherese, tra i primi a impiegare droni in combattimento. Ogni brigata dispone di almeno un battaglione specializzato. Intorno a questo hanno costruito un sistema organizzato che include addestramento, sviluppo tecnologico e un meccanismo di incentivi.

Che tipo di incentivi?
Le unità che dimostrano di aver distrutto obiettivi nemici, come carri armati o sistemi di difesa, accumulano punti: più ne ottengono, più ricevono equipaggiamenti avanzati e maggiore è il loro peso nello sviluppo dei nuovi droni. Questo meccanismo ha spinto anche un cambiamento nell’impiego operativo. All’inizio i droni erano usati soprattutto contro mezzi e posizioni; il focus si è spostato sui soldati russi, perché colpire personale garantisce più risultati nel sistema di valutazione e quindi vantaggi concreti. Questo ha finito per modificare anche il comportamento dei soldati russi.

In che modo?
Spesso avanzano in gruppi piccoli, due o tre persone, per ridurre il rischio di essere individuati: formazioni più grandi verrebbero colpite subito. Ma anche così, quando un drone li intercetta, le possibilità di salvarsi sono minime. Il meccanismo è ormai consolidato: prima i droni di ricognizione individuano i movimenti, anche da 500 o 1.000 metri di altezza; poi sganciano piccole cariche che feriscono o immobilizzano; infine arrivano i droni FPV, che colpiscono direttamente, spesso su bersagli già feriti. In pochi secondi un soldato può essere attaccato da più droni. I russi lo sanno, e questo incide profondamente sul loro comportamento: molti tentano di fuggire, ma in alcuni casi, quando capiscono di non avere scampo, preferiscono togliersi la vita per evitare una morte lenta. Anche per questo al fronte russo ci sono solo volontari, spesso provenienti da regioni povere. Per alcune famiglie, il compenso previsto in caso di morte resta una delle principali motivazioni ad arruolarsi. 

Zelensky ha detto che l’Ucraina ha conquistato una posizione militare usando solo droni e robot terrestri: è un caso isolato o una nuova tattica nei conflitti moderni?
Non è stata una conquista nel senso pieno del termine. I droni sono entrati nelle trincee e nei bunker e hanno costretto i russi a uscire; quando sono usciti, i robot terrestri li hanno colpiti. Ma per conquistare davvero la posizione bisogna mandare uomini a occuparla e mantenerla. I droni, una volta usati, esplodono e spariscono. I robot terrestri possono avanzare e sparare, in questo caso con mitragliatrici, ma funzionano a batteria: quando si scaricano, si fermano. E quando si fermano, lì non rimane nessuno. Puoi usare le macchine per uccidere il nemico, ma alla fine devi comunque mandare soldati: l’uomo resta, si riorganizza e continua a combattere; la macchina, finita l’energia, ha finito tutto. Il termine corretto per definire questa operazione non è conquista, ma eliminazione totale del nemico. Se vuoi prendere davvero un territorio, devi occuparlo; se elimini chi c’è, resta una terra di nessuno.

La Russia da mesi punta ad ammassare più uomini possibile al fronte, accettando perdite elevate pur di mantenere pressione costante. Ti aspetti che dal Cremlino arrivi a una mobilitazione più ampia?
Per ora il Cremlino continuerà a puntare sugli incentivi economici per reclutare soldati, in gran parte volontari attratti dal denaro. Su questo le promesse sono state mantenute: paga davvero, con contratti di circa sei mesi. Una quota significativa non torna dal fronte; chi sopravvive rientra con il denaro guadagnato, lo spende e spesso firma di nuovo per altri sei mesi, tornando al fronte per incassare ancora. Ma con perdite sempre più alte, questo sistema si sta logorando. Se a morire è la grande maggioranza di chi parte, il bacino di volontari si riduce drasticamente. Anche per questo motivo gli ucraini diffondono in massa i video degli attacchi con droni: sanno che prima o poi arrivano anche in Russia e puntano a rendere evidente il costo umano della guerra. L’obiettivo è forzare Vladimir Putin a una mobilitazione più ampia, coinvolgendo persone che non vogliono partire, e innescare possibili tensioni interne. Se questo accadrà è difficile dirlo. Finora, nonostante numeri enormi, in Russia non si vedono proteste significative.

La Russia avanza lentamente, mentre l’Ucraina colpisce e recupera qualcosa ma senza grandi sfondamenti. Guardando all’estate, cambierà questa guerra di attrito?
Vedo due strategie ucraine. La prima è quella di sviluppare missili per colpire l’infrastruttura energetica russa: porti, impianti petroliferi, punti di esportazione di diesel e greggio. È da lì che arrivano i soldi con cui Putin paga i soldati volontari, anche grazie ai paesi che continuano a comprare energia russa, come l’Ungheria o l’India. L’obiettivo è semplice: colpire queste infrastrutture per ridurre le entrate. Se i soldi diminuiscono, il sistema si inceppa: o mancano i volontari, oppure il Cremlino è costretto a mobilitare uomini che non vogliono partire.

E la seconda strategia?
Uccidere più russi possibile. Gli ucraini vedono già, soprattutto nel sud, linee meno dense di uomini rispetto agli ultimi tre anni: le perdite elevate e la scarsità di nuovi volontari rendono sempre più difficile riempire le brigate russe al fronte. Per questo puntano a colpire direttamente il personale russo, usando soprattutto droni FPV e massimizzando le perdite. Questo difficilmente porterà a una rivoluzione interna in Russia: Putin destina ormai una quota enorme del bilancio alla guerra e alla repressione, rendendo improbabile un cambiamento dal basso. Lo scenario più plausibile è un altro: perdite russe così alte da rendere il fronte insostenibile e permettere agli ucraini di tornare ad avanzare e occupare terreno, continuando finché non incontrano nuova resistenza.

Qual è invece la strategia di Putin?
Sempre la stessa: distruggere tutto, sperando che gli ucraini a un certo punto si arrendano perché non hanno più elettricità, riscaldamento, acqua, servizi. Ma gli ucraini hanno già passato tre inverni in condizioni terribili, senza luce, senza acqua calda, spesso senza riscaldamento. E non si sono arresi. È un po’ come con gli inglesi sotto i bombardamenti di Hitler: l’idea era costringerli alla pace distruggendo le città, ma non ha funzionato. Per questo io dico che la Russia, in un certo senso, ha perso la guerra già nel marzo 2022, quando è stato chiaro che Putin non avrebbe mai preso Kyjiv. Da lì in poi la domanda è solo: quanto a lungo continuerà la guerra? E quanti altri russi moriranno? Dal punto di vista europeo, più soldati russi vengono consumati in Ucraina, meno uomini Putin avrà un domani per minacciare i paesi baltici, la Finlandia o la Norvegia. Per questo l’interesse europeo è aiutare l’Ucraina a proseguire le sue strategie: distruggere la capacità economica della Russia e logorare fino in fondo il personale militare russo.

Se Putin in Ucraina sta perdendo in questo modo, dov’è il pericolo per noi europei?
Prima di perdere davvero la guerra o il potere, Putin potrebbe scegliere l’escalation. Certo, l’Ucraina è un paese che sa difendersi. Ma se domani la Russia attaccasse la Lettonia, l’Estonia, la Lituania o persino la Finlandia? I paesi baltici sono piccoli e vulnerabili, quindi più facili da colpire. E anche paesi come il Regno Unito o l’Italia non sono pronti come si pensa: noi almeno abbiamo una marina che può ancora dire la sua, mentre gli inglesi hanno ridotto drasticamente le loro capacità dopo anni di tagli. Il futuro va nella direzione di un uso sempre più massiccio dei droni, ma implica anche la capacità di difendersi da questi sistemi. L’Italia, su questo, è indietro, mentre Israele sta facendo grandi passi in avanti.

Quali?
L’esercito israeliano ha già equipaggiato tutti i carri armati con sistemi automatici contro droni e missili, sviluppando un’ampia gamma di soluzioni per difendere le truppe anche durante le operazioni offensive. Dal disturbo dei segnali a sistemi di protezione attiva. La prova sul campo è arrivata negli scontri con Hezbollah, che ha lanciato migliaia di droni e missili contro i carri israeliani. Nella stragrande maggioranza dei casi, questi sono stati intercettati dagli Active Protection Systems montati sui mezzi. I fallimenti sono stati rarissimi: in un caso, un drone ha volato rasoterra, a pochi centimetri dal suolo, riuscendo a colpire il carro nella parte bassa, sotto la catena. Il mezzo è stato immobilizzato, ma non distrutto e senza perdite tra i militari. I video pubblicati online mostrano chiaramente l’efficacia di questi sistemi: il drone si avvicina e, pochi istanti prima dell’impatto, il sistema reagisce automaticamente e lo abbatte.  Sapendo che molti FPV sono guidati via radio o fibra ottica, gli israeliani hanno sviluppato anche droni pensati per intercettare altri droni, attraverso sistemi autonomi che, una volta lanciati, non richiedono ulteriori comandi. Grazie ai sensori, individuano l’origine del segnale radio e si dirigono direttamente verso la posizione dell’operatore e lo colpiscono. È un modello da cui anche l’Italia dovrebbe imparare, sia per proteggere i mezzi sia per contrastare chi li impiega.

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