La strategia iraniana per logorare gli Stati Uniti passa dal Golfo Persico

Un professore sinocanadese aveva previsto due anni fa che Donald Trump sarebbe tornato alla Casa Bianca e che gli Stati Uniti sarebbero finiti in guerra con l’Iran al fianco di Israele prima delle elezioni di metà mandato. Fino a pochi giorni fa poteva sembrare uno dei tanti Nostradamus che popolano l’internet geopolitico, e forse è ancora così; ma prima di archiviarlo nella categoria wishful thinking, o quella più inquietante dei propagandisti di Pechino, forse vale la pena ascoltare anche la terza previsione, altrettanto dettagliata e forse non così peregrina, fatta il 29 maggio 2024.
Jiang Xueqin, laureato a Yale in letteratura inglese nel 1999, nel suo canale dal titolo “Predictive History”, sostiene che gli Stati Uniti perderanno la guerra in Iran. La sua tesi non è che Teheran possa sconfiggere militarmente Washington in senso tradizionale, vista la superiorità tecnologica americana nel dominio aereo e navale. All’Iran basterebbe rendere la guerra abbastanza lunga, costosa e destabilizzante da trasformarla in una sconfitta strategica americana, come insegnano Vietnam e Afghanistan. E fin qui ci sarebbe arrivato anche uno studente di Scienze Politiche; il dettaglio interessante sostenuto è “come” l’Iran può difendersi, nonostante l’eliminazione dei suoi vertici.
Nell’analisi di Jiang, la geografia del Golfo, la vulnerabilità economica delle monarchie petrolifere e la dipendenza dell’economia globale dallo stretto di Hormuz sono i veri dettagli a cui prestare attenzione. Nel passaggio marittimo tra Iran e Oman transita circa un quinto del petrolio mondiale, tra i 18 e i 20 milioni di barili di petrolio e prodotti petroliferi. La chiusura completa dello stretto sarebbe uno scenario estremo che anche la Cina vuole evitare con tutti i mezzi possibili. Ma, sostiene il professore, non sarebbe neppure necessario arrivare a tanto. Attacchi intermittenti alle rotte energetiche o alle infrastrutture della regione potrebbero già produrre effetti economici enormi.
Le prime vittime sarebbero le monarchie del Golfo. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrain: tra le economie più ricche del pianeta ma anche tra le più esposte dal punto di vista infrastrutturale. Gran parte della loro ricchezza dipende da un numero relativamente limitato di infrastrutture energetiche concentrate in poche aree costiere facilmente raggiungibili da missili o droni. Parliamo di raffinerie, terminal petroliferi, impianti di liquefazione del gas, porti e oleodotti difficili da difendere in modo permanente perché ci si estendono per chilometri nel deserto o lungo la costa: obiettivi relativamente semplici per attacchi a basso costo come droni o missili a corto raggio.
I droni d’attacco iraniani, come i modelli Shahed, possono costare tra i 35 e i 50 mila dollari e Teheran sarebbe in grado di produrne centinaia al giorno, accumulando scorte che potrebbero già superare le decine di migliaia di unità. Per intercettarli gli Stati Uniti e i loro alleati devono usare sistemi di difesa come Patriot o Thaad, con missili che possono costare oltre un milione di dollari ciascuno. Neutralizzare un drone relativamente economico può così richiedere due o tre intercettori, moltiplicando rapidamente i costi della difesa.
Un altro punto vulnerabile della regione è l’acqua. Gran parte delle città del Golfo (Dubai, Abu Dhabi, Doha, Manama) dipendono quasi interamente da impianti di desalinizzazione che trasformano l’acqua del mare in acqua potabile. In molti paesi della regione questi impianti producono tra il 60 e il 90 per cento dell’acqua utilizzata dalla popolazione. Basterebbe distruggere alcune di queste infrastrutture civili per generare una crisi immediata senza nemmeno dover colpire le basi americane. Anche la perdita di un singolo grande impianto potrebbe lasciare metropoli di milioni di abitanti senza acqua potabile nel giro di pochi giorni, generando una crisi economica e politica immediata, difficile da risolvere per gli Stati Uniti.
Durante un’intervista nel programma Breaking Points il professore ha aggiornato la sua previsione, spiegando perché una crisi idrica nelle monarche del Golfo avrebbe ripercussioni dolorose per gli Stati Uniti. I fondi sovrani di Arabia Saudita, Emirati e Qatar gestiscono centinaia di miliardi di dollari investiti nei mercati occidentali, dalle infrastrutture energetiche ai progetti tecnologici, compresi i giganteschi data center e le infrastrutture dell’intelligenza artificiale negli Stati Uniti e in Europa.
«Gli stati del Golfo sono il perno dell’economia americana», ha spiegato nell’intervista. «Vendono petrolio e poi reinvestono quei petrodollari nei mercati finanziari occidentali». Una destabilizzazione della regione potrebbe quindi avere effetti indiretti anche sul sistema finanziario occidentale. «Se gli stati del Golfo non riuscissero più a vendere petrolio e a finanziare questi investimenti», ha aggiunto Jiang, «la bolla degli investimenti tecnologici potrebbe scoppiare». Un contraccolpo fatale per la crescita economica americana che si basa in questa fase sui progetti legati all’intelligenza artificiale. La Borsa americana crollerebbe, costringendo Trump a desistere dall’attacco all’Iran.
Le monarchie del Golfo potrebbero invece decidere di unirsi a Gerusalemme e Washington nella guerra, ma l’Iran è uno dei paesi più difficili al mondo da occupare militarmente. Ha oltre 80 milioni di abitanti, una superficie di circa 1,6 milioni di chilometri quadrati, quasi cinque volte quella dell’Italia. Una geografia dominata da altipiani e catene montuose come i monti Zagros e Alborz. Un’occupazione militare stabile richiederebbe numeri enormi, tra tre e quattro milioni di soldati. Una scala di mobilitazione fuori portata per gli Stati Uniti e i loro alleati, anche volendo. «In questo momento è una guerra di logoramento tra gli Stati Uniti e l’Iran», ha detto il professore a Breaking Points. «Gli iraniani si preparano a questo scenario da vent’anni».
La teoria del 2024 Jiang ha fatto acqua solo da una parte, come accade spesso alle analisi fatte prima che la realtà faccia il suo corso. Secondo il professore, Teheran avrebbe potuto contare sui suoi alleati regionali Hezbollah in Libano, milizie sciite in Iraq, il movimento Houthi nello Yemen, che avrebbero permesso a Teheran di colpire interessi americani e alleati regionali senza un confronto militare frontale. Ma negli ultimi mesi Israele si è mossa proprio per indebolire e destabilizzare quella rete di alleanze regionali costruita da Teheran.
Nell’ultimo video pubblicato, Jiang ha sostenuto che la monarchia più a rischio sarebbe il Bahrain, sede della Quinta Flotta americana ma con una popolazione a maggioranza sciita governata da una monarchia sunnita. In uno scenario di guerra regionale, sostiene il professore, la pressione militare iraniana potrebbe intrecciarsi con tensioni settarie interne, trasformando il paese in uno dei primi punti di rottura dell’intero sistema di sicurezza del Golfo.
Inoltre, secondo il professore, l’eliminazione di Khomeini verrà interpretata dagli iraniani come un atto di martirio più che come una sconfitta militare, rafforzando la mobilitazione interna e radicalizzando la risposta iraniana. Ai suoi studenti (che non si vedono mai, quindi andiamo sulla fiducia) il professore ha detto: «Quando questa guerra sarà finita, il mondo non sarà più lo stesso». E questa, più che una previsione, sembra una constatazione.
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