L’appello di Calenda ai riformisti e agli europeisti in difesa dell’Ucraina e dell’Europa

Il sentimento predominante che ho provato a Maidan, durante la cerimonia per l’anniversario del quarto anno dall’aggressione russa, è la vergogna. A deporre un lume, davanti alla sterminata distesa di foto e bandiere che ricorda i caduti, nella piazza che 12 anni fa ha visto l’inizio della lotta per la libertà degli ucraini, non c’era un singolo rappresentante del governo italiano. Non dico un ministro, ma neppure uno dei tanti inutili sottosegretari che adornano questo pletorico esecutivo. La politica può comportare molti compromessi, ed è chiaro che Giorgia Meloni è disponibile a farne infiniti, non però la codardia davanti all’eroismo di chi combatte e muore anche per noi. E insieme ai rappresentanti del governo, almeno Elly Schlein e Matteo Renzi, avrebbero dovuto sentire l’obbligo morale di esserci. Obbligo, che se non riconosciuto con i fatti, si trasforma in una grave lesione etica oltre che politica.
La classe dirigente di destra e di sinistra non ha capito che, in questo tornante della storia, le miserie dei loro calcoli elettorali si sgretoleranno davanti alla durezza di ciò che sta accadendo alle nostre frontiere. Le frontiere dell’Europa che oggi si sovrappongono a quelle di Kyjiv. Purtroppo non sono i soli. Per molti, troppi italiani, ciò che sta accadendo in Ucraina è incomprensibile. Abbiamo cancellato dalla memoria la storia, il valore dell’epica, il rispetto per l’eroismo quando è al servizio della libertà. Ciò che rischia di rimanere dell’Occidente è un regno di pigri consumatori, facili prede dei nuovi imperi.
Andare in Ucraina mi scalda ogni anno il cuore. La politica raramente negli ultimi trent’anni ha incontrato gli ideali. Spesso ci siamo limitati a parlare di PIL e pensioni. In Ucraina scorre la Storia e dare un contributo, sia pure minimale, nel determinarne l’indirizzo dovrebbe riempire di orgoglio tutti quelli che fanno politica.
Il nuovo incubo dell’Ucraina è quello di veder sfumare la possibilità di entrare nell’Unione europea dopo le elezioni nazionali del 2027 in Francia, Spagna e Italia e una eventuale vittoria di coalizioni filorusse o condizionate dai filorussi. In tutti i colloqui con rappresentanti del governo ucraino questa è emersa come la più rilevante delle preoccupazioni. Sul fronte militare infatti la resistenza ucraina sembra aver fatto molti passi avanti. Dei missili Taurus non chiedono più, ritengono i loro Flamingo altrettanto efficaci e la loro capacità continua di aggiornare le tecnologie ha colmato in parte il gap dimensionale con l’esercito russo. Se però l’Europa, pesantemente infiltrata dalla guerra cognitiva russa, venisse meno all’impegno preso, allora davvero tutto crollerebbe per il popolo ucraino. La mia opinione è che se ciò accadesse, l’Unione europea correrebbe un rischio di dissoluzione altrettanto rapido.
L’altro elemento politico che è emerso dai miei colloqui è la consapevolezza degli ucraini di essere rimasti incastrati in una trattativa di pace, che così come impostata da Donald Trump e da Vladimir Putin, può solo concludersi negativamente per loro. Non possono però tirarsene fuori senza pregiudicare la propria posizione internazionale. Averli lasciati sostanzialmente in balia di due predoni, in questo contesto, è un’altra responsabilità che ricade su di noi.
Quest’anno e il prossimo saranno dunque in ogni caso anni di svolta: o l’Unione europea prenderà su di sé completamente e fino in fondo l’onere di proteggere i suoi confini ucraini – facendo entrare l’Ucraina in Europa, sostenendola finanziariamente e con l’invio di ulteriori pacchetti di aiuti – o tutto rischierà di sbriciolarsi. E ciò che Putin, Trump e Xi Jinping auspicano per fare dei Paesi europei dei vassalli alla loro mercé.
Azione lavorerà contro chi, per pavidità o per convinzione, asseconderà questa deriva. Gli ucraini combattono da dodici anni per essere europei. Tutto è iniziato quando, dopo il diniego di Viktor Janukovyc alla conferma dell’accordo con l’Unione europea, un giornalista indipendente diede appuntamento a Maidan scrivendo «I like non contano».
È la stessa cosa che dico io ai riformisti del Partito democratico e agli europeisti del centrodestra. I post e i like non contano. Conta ciò che farete alle prossime elezioni. Se vi alleerete con chi vuole l’Ucraina sottomessa e l’Europa smembrata ne sarete pienamente responsabili. Noi saremo con gli ucraini fino alla fine.
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