Le emissioni di gas serra calano meno in Italia che in Ue. E nell’ultimo anno sono cresciute

L’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) ha pubblicato oggi l’aggiornamento al 2024 dell’Italian greenhouse gas inventory, che tiene traccia dei progressi del Paese nella lotta alla crisi climatica in corso. Una lotta che l’Italia sta perdendo in confronto all’impegno, pur insufficiente, profuso dalla media degli altri Stati membri.
Da un’analisi di sintesi della serie storica dei dati di emissione dal 1990 al 2024, l’Ispra evidenzia infatti che le emissioni nazionali totali dei sei gas serra, espresse in CO2 equivalente, sono diminuite del 30,2% nel 2024 rispetto al 1990, calando da 521 a 363 milioni di tonnellate/anno. Si tratta di un dato abbondantemente inferiore alla media europea, dove il dato arriva a -37% mentre il Pil nello stesso periodo è cresciuto del 71%.
Eppure il 2024 è stato il primo anno in cui la temperatura media globale ha superato la soglia critica di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. E l’Italia corre velocissima, perché sempre nel 2024 lugo lo Stivale l’anomalia di temperatura è di 1,33°C rispetto alla media climatologica 1991-2020, il che significa oltre tre gradi in più rispetto al periodo 1850-1900: il doppio del dato globale.
Il settore energetico resta il principale responsabile per le emissioni di gas serra nazionali (81%), pur registrando un calo del 30,9% dal 1990; all’interno di questo maxi comparto si colloca anche quello dei trasporti – che vale il 38,5% delle emissioni del settore energetico –, dove le emissioni sono addirittura cresciute del 10,9% dal 1990, a sottolineare l’arretratezza delle politiche nazionali sulla mobilità che continuano a frenare la diffusione dei veicoli elettrici. Più nel dettaglio, le emissioni dei trasporti sono responsabili del 31% del totale nazionale e per oltre il 90% legate al trasporto stradale; insieme ai trasporti, i settori della produzione di energia (18%), del residenziale (18%) e dell’industria manifatturiera (13%) contribuiscono complessivamente a circa l’80% delle emissioni nazionali.
Il settore dei processi industriali, che vale il 5,5% delle emissioni nazionali, registra invece un calo del 47%; quello agricolo (7,7% delle emissioni, legate soprattutto agli allevamenti) segna -22,3%; l’impatto emissivo della gestione rifiuti (5,5% delle emissioni) invece è in crescita del 5,2% dal 1990.
Per il 2025 l’Ispra prevede inoltre un nuovo aumento delle emissioni (0,3%), dovuto soprattutto a un maggiore ricorso al gas naturale per la produzione di energia elettrica, anche in relazione a una riduzione della produzione idroelettrica.
Complessivamente, il Paese resta dunque in forte ritardo sulla decarbonizzazione, come del resto notava sempre l’Ispra nell’autunno scorso spiegando che «dall’analisi degli scenari emissivi basati sulle politiche correnti al 31 dicembre 2022 (inclusi quelli del Pnrr e del Pniec), le proiezioni fino al 2030 mostrano una riduzione delle emissioni nazionali di gas serra del 42%, includendo anche gli assorbimenti. Per contribuire al raggiungimento dell’obiettivo europeo di riduzione delle emissioni nette (-55% entro il 2030), pertanto, è necessario adottare delle politiche aggiuntive». In particolare, il ritmo di crescita delle rinnovabili dovrebbe essere 4 volte superiore a quello attuale, mentre di fatto nel corso del 2025 comparto ha visto rallentare la crescita sia della potenza installata sia dell’elettricità prodotta da fonti pulite.
Tutto questo mentre il Paese paga carissimo la dipendenza dai combustibili fossili, come segnala l’ultima analisi Enea nel merito, con il gas aumentato nel 2025 (escludendo dunque gli effetti della guerra in corso in Medio Oriente) del 70% e l’elettricità aumentata del 100% rispetto a prima dell’invasione della Russia ai danni dell’Ucraina nel 2022. Che fare? Secondo la Banca centrale europea (Bce) un’accelerazione della transizione energetica rafforzerebbe la stabilità macroeconomica, ridurrebbe i costi nel lungo periodo e migliorerebbe l’autonomia strategica dell’Europa: «La questione non è più se possiamo permetterci questa transizione, ma se possiamo permetterci di non farla».
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