Mais, riso e manioca: il loro impatto sulla deforestazione

Tocca prendere coscienza anche ai vegetariani che la deforestazione globale ha come protagonisti vegetali quali mais, riso e manioca. L’impatto è stato rilevato da un’analisi della Chalmers University of Technology di Goteborg, in Svezia
Si allarga la lista delle coltivazioni che possono avere un impatto sulla deforestazione. All’attenzione sui soliti colpevoli – allevamento bovino, olio di palma e soia – una nuova ricerca aggiunge anche le colture alimentari di base – mais, riso e manioca.
Secondo uno studio pubblicato su Nature Food dai ricercatori Chandrakant Singh e Martin Persson della Chalmers University of Technology, tra il 2001 e il 2022 sono scomparsi circa 122 milioni di ettari di foreste a causa dell’espansione agricola. Oltre l’80% di questa perdita si è verificata nelle aree tropicali.
Un nuovo modello per leggere la deforestazione
La ricerca introduce il modello DeDuCe (Deforestation Driver and Carbon Emissions), che integra dati satellitari sull’uso del suolo con statistiche agricole. Il risultato è la mappatura più completa finora disponibile dei legami tra produzione agricola e deforestazione, su scala globale: 179 Paesi e 184 materie prime analizzate.
Questo approccio consente di superare una visione parziale del fenomeno, tradizionalmente focalizzata su poche filiere globali, per restituire un quadro molto più articolato.
I dati confermano il peso dominante dell’allevamento bovino, responsabile del 40% della deforestazione globale. A seguire c’è l’olio di palma (9%) e la soia (5%). Ma la vera novità riguarda le colture alimentari di base: mais e riso (pari-merito al 4%) e manioca (3%).
Nel complesso, queste colture rappresentano circa l’11% della deforestazione legata all’agricoltura, più del doppio rispetto a cacao, caffè e gomma naturale, che insieme non superano il 5%.
A differenza di palma da olio e soia – concentrate rispettivamente nel Sud-Est asiatico e in Sud America – le colture di base non sono circoscritte a specifiche aree geografiche. La loro espansione è diffusa in molte regioni del mondo ed è spesso destinata ai mercati locali.
I Paesi più coinvolti
Questo elemento cambia il quadro interpretativo: non tutta la deforestazione è legata alle esportazioni o ai consumi dei Paesi più ricchi. Una quota rilevante deriva infatti dalla produzione agricola per il consumo interno nei Paesi produttori.
La deforestazione globale si concentra in alcune aree chiave. I principali Paesi responsabili sono:
- Brasile: 32%
- Indonesia: 9%
- Cina: 6%
- Repubblica Democratica del Congo: 6%
- Stati Uniti: 5%
- Costa d’Avorio: 3%
Dati che confermano il ruolo centrale delle aree tropicali e delle economie emergenti.
Lo studio fornisce anche una nuova stima delle emissioni di CO2 legate alla deforestazione agricola: circa 41 miliardi di tonnellate tra il 2001 e il 2022, pari a circa 2 miliardi di tonnellate all’anno.
Si tratta di valori inferiori rispetto a precedenti stime globali, grazie a un metodo di analisi più dettagliato. Tuttavia, il fenomeno resta significativo: circa il 5% delle emissioni globali di anidride carbonica è ancora legato alla deforestazione.
Serve un cambio di approccio
Il messaggio della ricerca è chiaro: per contrastare efficacemente la deforestazione non basta intervenire sulle grandi filiere globali. È necessario agire anche a livello locale, sostenendo pratiche agricole più sostenibili nei Paesi produttori e migliorando la gestione del territorio.
Il modello DeDuCe si propone come uno strumento utile per governi, aziende e organizzazioni, capace di individuare le aree a maggior rischio e orientare politiche e investimenti.
I ricercatori stanno già lavorando a un’evoluzione del modello che includa anche altri settori, come quello minerario ed energetico, che contribuiscono – direttamente e indirettamente – alla perdita di foreste.
Un approccio più integrato sarà fondamentale per comprendere tutte le pressioni sugli ecosistemi e costruire strategie davvero efficaci.
Crediti immagine: Depositphotos
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