Oltre 400mila firme in Parlamento per dire no alla caccia selvaggia

Febbraio 25, 2026 - 21:30
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Oltre 400mila firme in Parlamento per dire no alla caccia selvaggia

Sono quattro le petizioni promosse da Fondazione Capellino, Legambiente, Lipu e Wwf Italia per chiedere al Parlamento di fermare le proposte di modifica della legge 157/92 sulla tutela della fauna e l’attività venatoria: nel pomeriggio di oggi, a Palazzo Madama, sono state consegnate simbolicamente ai parlamentari oltre 400mila firme raccolte in tutta Italia, nel corso di una conferenza stampa congiunta organizzata nella Sala stampa Caduti di Nassirya, su iniziativa del senatore Nicola Irto. una mobilitazione ampia e politicamente trasversale che mette al centro sicurezza, scienza e interesse collettivo, con l’obiettivo di fermare le proposte peggiorative in corso d’esame parlamentare e aprire un confronto nel merito delle regole che disciplinano caccia e tutela della biodiversità.

Nel dettaglio, tra le richieste avanzate con le petizioni c’è innanzitutto quella di ritirare il disegno di legge Malan (AS 1552), oltre a non estendere la caccia a nuove specie ed escludere dalla lista delle cacciabili le specie in cattivo stato di conservazione. Le organizzazioni chiedono anche di vietare le pratiche più crudeli, come la cattura di uccelli selvatici e l’uso dei richiami vivi, e di garantire la centralità della scienza indipendente e del principio di precauzione, rafforzando «la tutela della biodiversità nel rispetto dei cicli biologici e della Costituzione.

Al tempo stesso, l’accento viene posto sulla sicurezza di chi vive e frequenta aree periurbane, rurali e montane: secondo le associazioni, le proposte finora avanzate andrebbero nella direzione opposta, determinando «un arretramento e un allentamento complessivo nella protezione della fauna e dell’interesse pubblico», peraltro in un Paese come il nostro dove il rischio di incidenti durante la caccia è molto elevato: secondo Federturismo, nel 2024 ben 9,3 milioni di italiani hanno scelto il trekking in aree naturali come principale motivo di vacanza, mentre l’Osservatorio del Turismo Outdoor stima per il 2025 oltre 67 milioni di presenze legate ad attività outdoor sul territorio nazionale.

Per questo la domanda che arriva dai territori riguarda la possibilità di muoversi e praticare attività all’aperto «senza timori e paure», lungo sentieri, strade poderali e interpoderali, aree agricole e spazi naturali, «nel rispetto della proprietà privata e dell’incolumità pubblica».

In questo contesto ampliare specie, periodi e spazi di caccia – includendo «aree demaniali, boschi, foreste, spiagge, valichi montani e aree protette» e aprendo «in maniera incontrollata alla presenza di cacciatori stranieri» – sarebbe «anacronistico» e «fortemente in contrasto con l’evoluzione sociale ed economica del Paese reale», perché la convivenza tra fruizione collettiva e presenza di armi da fuoco «necessita oggi di più regole, più chiarezza e più prevenzione del rischio, non di un arretramento e allentamento delle tutele».

Da qui una serie di proposte operative, che le associazioni indicano come prioritarie rispetto alle modifiche contestate: divieto di caccia ad almeno 300 metri da abitazioni, strade carrozzabili, poderali e interpoderali, sentieri escursionistici e aree ad alta frequentazione turistica; stop alla caccia nei giorni di maggiore fruizione collettiva (come i fine settimana e le festività) e nei periodi di alta stagione turistica; obbligo di giubbotti ad alta visibilità e sistemi di tracciabilità digitale durante l’attività venatoria; destinare una quota significativa delle tasse di concessione venatoria al Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari dell’Arma dei Carabinieri per potenziare personale e mezzi e favorire maggiori controlli. Al contempo, qualsiasi intervento normativo dovrebbe valorizzare «il ruolo tecnico-scientifico di enti pubblici come Ispra e il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente», che riunisce le 21 Agenzie regionali e provinciali (Arpa e Appa) per la protezione dell’ambiente.

«Non è uno scontro ideologico – dichiarano Fondazione Capellino, Legambiente, Lilpu e Wwf Italia – In gioco ci sono la sicurezza dei cittadini, la tutela della biodiversità, la qualità dei territori e il futuro, anche economico, delle aree rurali e montane, sempre più legato a un turismo sostenibile e alla valorizzazione del patrimonio naturale. Il Parlamento apra un confronto serio, trasparente e fondato sull’interesse generale. Perché la natura è un patrimonio comune e la sicurezza delle persone viene prima di tutto».

Le associazioni ribadiscono inoltre «la loro disponibilità a collaborare in modo costante e costruttivo con le Istituzioni e con tutti i parlamentari», assicurando «un controllo rigoroso sugli effetti delle norme» e offrendo supporto a chi vorrà tradurre in azioni concrete la richiesta di maggiore tutela ambientale e sicurezza che – sottolineano – arriva con forza dal Paese.

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Redazione Eventi e News Redazione Eventi e News in Italia