Trump show allo stato dell’Unione, ma la cura del fossile non sta aiutando l’America e i sondaggi lo danno in picchiata

«American oil production is up... because I kept my promise to drill, baby, drill!». In un’ora e quarantotto minuti (il più lungo della storia), Donald Trump ha pronunciato ieri il suo primo discorso ufficiale sullo stato dell’Unione da quando è tornato alla Casa Bianca. Ha rivendicato la sua politica di incentivi all’industria dei combustibili fossili, ha detto che l’America non è mai stata così rispettata («il nostro paese è paese è tornato, più grande, più forte e più ricco che mai, non torneremo indietro, questa è l’età dell’oro dell’America»), che lui personalmente ha «risolto otto guerre e ora stiamo lavorando duramente per cercare di risolvere la nona, quella fra Ucraina e Russia», che la Corte suprema ha preso sui dazi «una decisione infelice», che le precedenti elezioni sono state truccate («siamo nel primo anno del mio secondo mandato... che dovrebbe essere il terzo, ma succedono cose strane»), che «i nostri nemici hanno paura» e lui personalmente non permetterà mai che l’Iran abbia l’atomica, che sempre lui personalmente in 12 mesi ha «ottenuto impegni per oltre 18 trilioni di dollari di investimenti da tutto il mondo», che «l’economia sta ruggendo» e in definitiva che «stiamo vincendo così tanto che non sappiamo più cosa farne».
Lasciamo da parte tutto ciò che non attiene a tematiche ambientali ed energetiche e leggiamo quel che scrive il Wall Street Journal commentando il passaggio pro-trivelle con l’ormai stantio «drill, baby, drill». Trump ha affermato di aver «mantenuto la promessa di trivellare», con una produzione petrolifera statunitense aumentata di oltre 600.000 barili al giorno e una produzione di gas naturale americano ai massimi storici. Il presidente americano ha anche affermato che gli Stati Uniti hanno ricevuto oltre 80 milioni di barili di petrolio dal Venezuela, dove l’amministrazione Trump ha assunto il controllo delle vendite di greggio. Effettivamente, scrive il quotidiano economico, «nonostante i prezzi bassi dell’anno scorso, i trivellatori hanno fatto registrare il record di 13,6 milioni di barili in media al giorno», ma «l’aumento è stato più modesto di quanto ha detto Trump: la produzione di petrolio negli Stati uniti è aumentata di circa 370.000 barili al giorno l’anno scorso rispetto al 2024».
Ma al di là dei dati gonfiati evidenziati dal Wsj, il fatto è che questa politica favorevole a Big Oil e accompagnata da misure ostili al settore delle rinnovabili da un lato ha fatto aumentare le emissioni di gas serra degli Stati Uniti, dall’altro non ha contribuito né a far «ruggire» l’economia né a far pagare meno le bollette degli americani. Come sottolineato in un’analisi pubblicata il mese scorso da Rhodium group, che è una prestigiosa società di ricerca che si occupa di analisi dei dati economici e geopolitici a livello globale, dopo un biennio di calo, nel 2025 le emissioni di gas serra negli Stati Uniti sono aumentate del 2,4%. Non solo: se la propaganda trumpiana è tutta tesa a sottolineare che grazie al maggior sfruttamento dei combustibili fossili l’economia americana ha avuto ottimi risultati (ma anche in questo caso il fact checking dice altro), i dati analitici dicono che le emissioni sono cresciute più velocemente dell’economia stessa (il Pil è cresciuto del 1,9%), rompendo in tal modo il trend degli anni precedenti, quando la crescita economica non ha comportato un aumento di inquinamento. Andando a leggere ancor più nel dettaglio l’analisi, viene fuori che tra le voci che maggiormente hanno influito su tale aumento c’è il settore elettrico, che ha fatto registrare +3,8% a causa proprio del ricorso alle fonti fossili e in particolare al ritorno massiccio (+13%) dell’altamente inquinante carbone.
Per spingere questo «clean beautiful coal», come lo chiama Trump, l’amministrazione Trump ha anche realizzato “Coalie” un personaggio a forma di carbone con grandi occhi e caschetto da minatore usato sui social per spiegare perché il carbone è una fonte di energia «amica dell’ambiente».
Ma la realtà, al di là di quel che riescano a inventarsi alla Casa Bianca per sponsorizzare le fonti fossili, è diversa. Lo sfrenato ricorso a petrolio, gas e carbone non sta facendo volare l’economia statunitense, né sta aiutando le famiglie. Come commenta il Sierra club, autorevole associazione fondata nel lontano nel 1892 dal pioniere del preservazionismo John Muir, «per la maggior parte delle famiglie americane, lo stato dell’Unione è devastante». «La realtà che Donald Trump ha creato nella sua mente è radicalmente diversa dalla realtà che vivono le famiglie in tutto il nostro Paese. Le sue politiche fallimentari continuano a sconvolgere la vita e il sostentamento delle persone, e il suo approccio sconsiderato all’energia e all’ambiente comporta costi elevati per il popolo americano, dal sostegno alle centrali a carbone in declino e costose con i soldi dei contribuenti al taglio dei fondi e al disinvestimento nell’energia pulita a prezzi accessibili che riduce le bollette mensili e porta con sé centinaia di migliaia di posti di lavoro locali». La storica associazione ambientalista elenca le sciagurate decisioni dell’amministrazione Trump, dall’uscita dagli accordi sul clima alle misure che stanno cambiando la missione stessa dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente, e conclude: «Il risultato è che Donald Trump sta influenzando la bilancia («has his thumb on the scale», «ha il pollice sulla bilancia», modo di dire americano che sta un po’ per il nostro «truccare le carte», ndr) scegliendo i vincitori e i perdenti in questo Paese, e a meno che non siate un’azienda inquinante o un miliardario dirigente nel settore dei combustibili fossili, non avete alcuna possibilità di vincere».
Forse è vero nell’immediato, ma intanto l’ultimo sondaggio, riportato due giorni fa dalla Cnn, dice che il tasso di approvazione per l’operato di Trump ha toccato un nuovo minimo, passando in un anno dal 48% all’attuale 36%.
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