Razionale ma sull’orlo del collasso, l’Iran visto da Israele

Non un’operazione per un regime change imposto dall’esterno, ma per «dare l’opportunità» ai cittadini iraniani «per avere un futuro migliore». Così Jonathan Peled, ambasciatore israeliano in Italia, descrive in un briefing con i giornalisti la campagna militare lanciata una settimana fa da Israele e Stati Uniti che ha decapitato la leadership iraniana e danneggiato il programma nucleare di Teheran. Fonti della sicurezza spiegano che Israele «si aspetta ed è pronto» nuovi lanci di missili e droni da Iran e Libano, come risposta all’operazione che Washington ha ribattezzato “Furia epica” e che per Tel Aviv è “Leone ruggente”. Ma anche verso i Paesi del Golfo già colpiti. E così facendo, «Teheran dimostra di non essere un problema solo per Israele, ma per tutta la regione», commentano le stesse fonti.
L’Iran è razionale, pianifica e resiste, ma oggi si ritrova in un vicolo sempre più stretto, economicamente esausto e militarmente sotto pressione crescente. A sostenerlo è Sima Shine, oggi analista allo Institute for National Security Studies, già a capo della divisione ricerca del Mossad, il servizio d’intelligence israeliano per l’estero. Il cambio più probabile non verrà dalle bombe, ma dall’interno del sistema stesso.
«Tutto funziona come sempre. Il sistema opera secondo ciò che era stato pianificato e previsto in caso di cambiamento», spiega. Le quattro ritorsioni annunciate prima della guerra sono state tutte eseguite: «Hanno detto quattro cose che avrebbero fatto se attaccati. Colpire Israele, l’hanno fatto. Colpire le basi statunitensi nel Golfo, l’hanno fatto. Altri attacchi nel Golfo e chiudere lo Stretto, l’hanno fatto». Non significa che l’Iran vincerà, ma che è un sistema razionale e organizzato, non un attore caotico, sostiene Shine. Anche gli attacchi alle infrastrutture energetiche del Golfo, che hanno colpito anche l’Azerbaijan, Paese amico di Israele e il gasdotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, fanno parte di una strategia deliberata di Teheran: «C’è un pensiero razionale», spiega l’analista. Per lei, l’obiettivo iraniano è colpire la capacità di sopravvivenza economica dei nemici, tagliare le forniture energetiche a Israele, mandare un segnale agli Stati del Golfo. C’è una logica, anche se non garantisce il successo.
Ma quanto può reggere questa logica? Per Shine il tempo stringe. L’Iran, spiega, uscirà dalla guerra «in una situazione molto debole»: economia in ginocchio, valuta svalutata, infrastrutture colpite. «Saranno in una situazione molto, molto peggiore nelle prossime settimane». Teheran aveva promesso di decidere da sola quando fermarsi. Ma la realtà economica racconta un’altra storia. E il paragone con la resistenza durante la guerra Iran-Iraq, evocato spesso dalla propaganda di Teheran, non regge per Shine: «Nessuno può paragonare quello che era allora a quello che sta succedendo ora. Tutto è così diverso. Non penso che possano sopravvivere a lungo allo stesso livello di attacchi da parte di Israele e degli Stati Uniti».
Gli scenari per il futuro del regime sono quattro, secondo l’analista. Il più probabile è un cambiamento dall’interno: qualcuno nell’establishment, a un livello sufficientemente alto, decide di cambiare politiche e alleanze mantenendo intatta la struttura formale del regime. Una rivoluzione silenziosa dall’alto. Il secondo scenario è una sollevazione popolare, che Shine non esclude ma valuta con cautela, in assenza di informazioni concrete sul campo. Il terzo, il più temuto dalla diaspora iraniana, è una guerra civile con curdi e altre forze che agiscono simultaneamente contro il centro. Il quarto è la pura sopravvivenza del regime, sempre meno probabile secondo Shine con il passare dei giorni e l’intensificarsi della pressione.
In questo quadro di incertezza si inserisce la partita più delicata: chi guiderà l’Iran dopo Ali Khamenei. Il Consiglio degli esperti deve scegliere la nuova Guida suprema, ma il processo è tutt’altro che lineare. Secondo Shine, le Guardie della rivoluzione stanno spingendo per Mojtaba Khamenei, figlio dell’ayatollah ucciso, con cui hanno rapporti consolidati da anni. Una figura che l’analista descrive come molto problematica. Ma c’è un elemento che complica ulteriormente la nomina: la preoccupazione, concreta, che una volta reso pubblico il nome del successore, Israele tenti di eliminarlo. Il che starebbe frenando o almeno rallentando il processo. Da Washington, giovedì, è arrivato un messaggio che ha reso tutto ancora più surreale. Donald Trump ha liquidato Mojtaba senza mezzi termini, definendolo un «peso piuma» e un «incompetente», rivendicando apertamente, in un’intervista a Axios, il diritto di avere voce in capitolo sulla successione.
C’è, infine, il tema della situazione regionale: la guerra sta paradossalmente accelerando ciò che la diplomazia faticava a costruire, secondo Shine. Il sistema di difesa aerea integrato sotto il comando centrale americano, che collega Israele ai Paesi del Golfo inclusi stati senza relazioni diplomatiche con Tel Aviv, è secondo lei qualcosa di straordinario: «Direi che è un miracolo. Funziona davvero, anche con Stati che non hanno relazioni diplomatiche con Israele». È l’interesse comune a tenere insieme questa architettura informale: contenere l’Iran vale più di qualsiasi divisione politica. Una normalizzazione formale con l’Arabia Saudita resta lontana, per ragioni interne e regionali complesse. Ma la cooperazione operativa è già realtà. Gli Accordi di Abramo, nati in tempo di pace, trovano oggi la loro vera prova sul campo.
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