La nuova voce di Biondi-Santi

Ci sono aziende che cambiano pelle. Altre che scelgono di lavorare sulle ossa, intervenendo dove conta davvero. La storia recente di Biondi-Santi appartiene alla seconda categoria.
Nel 2017 la storica tenuta del Greppo, dove nell’Ottocento nacque il Brunello di Montalcino, passa dalla famiglia Biondi Santi al gruppo guidato dalla famiglia Descours. Un passaggio delicato per uno dei nomi più identitari del vino italiano. La nuova proprietà si trova davanti a una macchina complessa, ricca di storia ma bisognosa di interventi profondi.
Il primo lavoro riguarda le vigne. Molte parcelle vengono studiate da capo, con analisi dettagliate dei suoli e una mappatura agronomica pensata per capire cosa la proprietà abbia davvero ereditato. Insieme al consulente di terroir Pedro Parra prende forma un progetto di lettura e isolamento delle parcelle che interessa i 33 ettari oggi in produzione.
Durante questo lavoro emerge un piccolo tesoro: una vigna di circa 0,7 ettari piantata negli anni Trenta. Al suo interno sopravvivono cinquanta piante madri di Sangiovese, geneticamente diverse tra loro e in ottima salute. Da queste piante parte un programma di selezione che porterà a individuare circa venti biotipi da reimpiantare nei prossimi anni. L’obiettivo è semplice e ambizioso insieme: aumentare la diversità genetica del vigneto per affrontare un futuro climatico più instabile.
Montalcino, del resto, non è immune ai cambiamenti climatici. Il lavoro in vigna diventa quindi anche un laboratorio agronomico. Con l’enologo Federico Radi vengono introdotte pratiche di agricoltura rigenerativa e programmi di sovescio specifici per ogni parcella. I suoli, che negli anni avevano perso vitalità, stanno recuperando struttura e fertilità.
Il lavoro in cantina procede con la stessa filosofia. Nessuna rivoluzione stilistica, piuttosto un’ossessione per la precisione. La selezione manuale delle uve viene affiancata da una cernita ottica che scarta circa il cinque per cento della vendemmia. Le fermentazioni si svolgono in una nuova sala con vasche di cemento di ultima generazione. Restano invece centrali le grandi botti di rovere di Slavonia, fornite da oltre un secolo dalla bottaia Garbellotto, anche se la gestione del legno è stata ricalibrata e il tempo di permanenza in botte progressivamente ridotto.
La vera novità arriva dopo. L’affinamento in bottiglia viene allungato per permettere ai tannini di distendersi prima dell’uscita sul mercato. Il risultato è un vino più pronto alla beva, pur mantenendo la struttura che ha reso celebre il Brunello della casa.
Le vendemmie 2019 e 2020 segnano il primo punto di arrivo di questo percorso. Non un nuovo stile, ma una definizione più nitida di quello storico: eleganza, freschezza, capacità di evolvere lentamente nel tempo.
Accanto al lavoro agricolo ed enologico nasce anche un progetto culturale pensato per parlare a un pubblico diverso. Si chiama La Voce di Biondi-Santi e ogni anno ruota attorno a una parola chiave affidata a giovani scrittori. I racconti diventano podcast e confluiscono in una piattaforma digitale che raccoglie anche il racconto delle ultime vendemmie da parte del team di cantina.
La parola scelta quest’anno è “generazioni”. Un tema che attraversa tutta la storia della tenuta. Dalla nascita del Brunello nell’Ottocento fino alla nuova fase inaugurata dopo il 2017, passando per annate che raccontano epoche diverse: la 1983 morbida e setosa, la 1988 più balsamica e accomodante, la 2006 nervosa e vibrante, la 2013 fresca e sapida.
Il 2019 guarda avanti. Tannino giovane, energia acida, un profilo che promette tempo. In fondo è questo il filo rosso della casa del Greppo: custodire un’identità che attraversa le generazioni senza smettere di dialogare con il presente.
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