Si avvicina la scelta delle nomine per le partecipate. Ecco e ASviS: «La politica metta al centro l’interesse pubblico»

Febbraio 25, 2026 - 21:30
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Si avvicina la scelta delle nomine per le partecipate. Ecco e ASviS: «La politica metta al centro l’interesse pubblico»

Il ruolo delle grandi imprese partecipate dallo Stato (come Eni, Enel, Terna e Snam) è decisivo per la transizione ecologica italiana. La questione ha ricadute ambientali ma anche prettamente economiche. Infatti, rallentare la transizione di tali imprese aumenta i costi per la collettività, riduce il ritorno degli investimenti e amplifica il rischio finanziario. E allora la domanda è molto semplice, quanto precisa: cosa fare per rendere le grandi imprese partecipate protagoniste della transizione? La questione è stata al centro dell’evento co-organizzato da Ecco, il think tank italiano per il clima, e dall’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS).

L’appuntamento, che si è svolto alla Camera, arriva con una tempistica tutt’altro che casuale: ad aprile infatti il Governo italiano sarà chiamato a nominare i vertici di numerose imprese partecipate, tra cui appunto Enel, Eni, Terna e Snam. Aziende che controllano infrastrutture energetiche strategiche e rappresentano un nodo cruciale tra politica industriale, finanza pubblica e interesse collettivo.

«È fondamentale che il Governo rafforzi i meccanismi di governance, indirizzando le imprese partecipate verso investimenti coerenti con un percorso di transizione energetica, sia per gestire i rischi economico-finanziari legati al clima, sia per garantire che l’interesse pubblico prevalga sulle logiche di breve periodo», ha affermato Matteo Leonardi, direttore e co-fondatore del think tank Ecco

Dal dibattito emerge come il nuovo contesto internazionale e l’esacerbarsi di conflittualità commerciali, non possano diventare alibi per il prevalere di interessi particolari sull’indirizzo strategico dello Stato che, per sua natura, agisce in rappresentanza della collettività. Si evince, inoltre, che strategie industriali incentrate sulle infrastrutture fossili aumentino il rischio di stranded assets, ovvero investimenti destinati a perdere valore prima del fine vita utile. L'incremento di stranded asset e dei relativi costi non si ripercuote solo in minor remunerazione per le aziende che hanno investito in tali infrastrutture, ma anche in una perdita di valore pagata dalla collettività tramite aumenti in bolletta. In questo senso, la governance dello Stato non può concentrarsi solo sulla profittabilità del breve periodo, ma anche sul perseguimento dell’interesse collettivo, una maggiore sicurezza energetica, costi inferiori e conseguimento degli obiettivi climatici.

In questo quadro, i Piani di transizione rappresentano uno strumento per misurare i rischi legati all’esposizione alle fonti fossili e valutare in modo chiaro e affidabile la credibilità delle strategie aziendali di mitigazione, orientando le decisioni di investitori e decisori pubblici verso soluzioni coerenti con la transizione energetica in corso. Per evitare che la mancata transizione si traduca in costi maggiori per i cittadini, lo Stato dovrà valorizzare i piani di transizione. 

«L’Italia è in ritardo sugli obiettivi della transizione ecologica e presenta ancora, nonostante le opportunità offerte dalle rinnovabili, un’elevata dipendenza dall’estero in termini energetici e alti costi per le imprese e le famiglie che frenano la competitività e determinano un’elevata povertà energetica», ha ricordato Enrico Giovannini, cofondatore e direttore scientifico dell’ASviS. «Dobbiamo quindi accelerare e il ruolo delle imprese pubbliche partecipate è insostituibile per trainare tutto il sistema economico verso una maggiore sostenibilità».  

La Costituzione italiana, riformata nel 2022, stabilisce negli articoli 9 e 41 che lo Stato debba indirizzare l’attività economica verso finalità di tutela ambientale e di interesse collettivo, anche in un’ottica intergenerazionale.

Il vicepresidente della Camera Sergio Costa, che ha ospitato l’evento, ha dichiarato: «È proprio nei momenti di incertezza e di tensioni geopolitiche crescenti che si misurano la lungimiranza delle classi dirigenti e la solidità delle istituzioni. La tentazione di rifugiarsi in ciò che appare conosciuto – le fonti fossili, le infrastrutture tradizionali, i modelli industriali consolidati – è forte, ma rinviare la transizione non elimina i rischi: li amplifica. Le imprese partecipate dallo Stato occupano in questo scenario una posizione decisiva: non sono operatori qualunque, controllano infrastrutture strategiche e influenzano in modo determinante l'indirizzo della politica industriale nazionale. Per questo devono essere protagoniste della transizione, non fattori di inerzia, e devono contribuire a ridurre i rischi sistemici, non ad accumularli. Una transizione governata è meno costosa di una transizione subita».

La dipendenza dai combustibili fossili e il rinvio delle politiche di decarbonizzazione amplificano anche i rischi finanziari legati al clima. Livio Stracca, vicedirettore generale della Banca centrale europea, che ha partecipato all’evento, ha sottolineato: «La transizione verde è una priorità fondamentale non solo per prevenire il cambiamento climatico, ma anche per garantire l’autonomia strategica e la crescita economica dell’Europa. Ritardarla, espone l’economia europea a rischi climatici crescenti che mettono in pericolo la stabilità finanziaria e la competitività del nostro continente».

Incoraggiare un numero crescente di imprese a adottare piani di transizione credibili ed efficaci è oggi cruciale, hanno ribadito i partecipanti all’evento, sottolineando anche che un ruolo determinante sarà giocato dalle prossime nomine governative ai vertici delle imprese partecipate.

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Redazione Eventi e News Redazione Eventi e News in Italia