Da trent’anni discutiamo solo di regole del gioco, e mai di come vogliamo giocare

Mar 6, 2026 - 01:30
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Da trent’anni discutiamo solo di regole del gioco, e mai di come vogliamo giocare

A quanto pare anche il 2026, come ogni anno pre-elettorale che si rispetti, e spesso anche i precedenti, sarà occupato da una lunga battaglia attorno alla riforma delle istituzioni e della legge elettorale. Perché in Italia è ormai una prassi trentennale, il vero marchio di fabbrica della cosiddetta Seconda Repubblica: prima di ogni partita, i vincitori della partita precedente – fuor di metafora: il governo, o più precisamente i parlamentari della maggioranza – provano a cambiare le regole del gioco a proprio vantaggio. E lo fanno, va da sé, in nome del rinnovamento e della trasparenza, del diritto dell’elettore a decidere da chi vuole essere governato e soprattutto contro trame oscure e giochi di palazzo. Se una cosa non ci hanno tolto questi trent’anni di immobilismo politico, stagnazione economica e isteria istituzionale è il senso dell’ironia.

Dunque al centro del dibattito sono tornate niente di meno che la riforma del premierato – proposta avanzata già nella commissione bicamerale presieduta da Massimo D’Alema, anno 1997 – e soprattutto una legge elettorale nuova fiammante, che ovviamente, come tutte le precedenti, dovrebbe garantirci di sapere chi ha vinto «la sera stessa del voto».

Se avvertite un senso di déjà vu, non è un vostro problema. Tutto questo è infatti, inesorabilmente, già accaduto, salvo minime differenze di dettaglio. E non una, ma almeno quattro o cinque volte.

È accaduto nel 2005, quando il governo Berlusconi modificò la legge elettorale maggioritaria varata sull’onda del referendum del 1993 (il «Mattarellum») in un proporzionale con premio di maggioranza, con l’obiettivo (mancato per un soffio) di impedire la vittoria dell’opposizione di centrosinistra l’anno dopo. Non per niente il padre di quella legge elettorale, il leghista Roberto Calderoli, la definì onestamente per quello che era: «Una porcata». Per dovere di cronaca: proporzionale con premio di maggioranza è esattamente il tipo di legge elettorale di cui si sta parlando adesso.

È accaduto nel 2008, con l’indimenticabile gioco di sponda tra Walter Veltroni e quello che per tutta la campagna elettorale il leader del Partito democratico si ostinò a chiamare «il principale esponente dello schieramento a noi avverso», cioè Silvio Berlusconi: un patto tra gentiluomini in campagna elettorale che avrebbe dovuto portare a una definitiva riforma bipartitica e para-presidenzialista subito dopo. Cioè a istituzionalizzare quegli stessi comportamenti che al momento i partiti maggiori adottavano, diciamo così, per scelta (in verità, più il Pd che il Pdl), nella speranza di raccoglierne comunque i frutti nelle urne. Solo che della «polarizzazione» l’unico vero beneficiario fu Silvio Berlusconi, l’Innominato di cui sopra, e Veltroni poco dopo dovette passare la mano.

È accaduto nel 2012, con le trattative sulla legge elettorale fatte saltare da Pier Luigi Bersani, contrario alla reintroduzione delle preferenze e a un premio di maggioranza, pensate un po’, da lui giudicato troppo ridotto – motivi per cui, dichiarò, la legge ipotizzata ci avrebbe messo «tra Tangentopoli e la Grecia», intesi come simboli di corruzione e ingovernabilità – nella convinzione che alle elezioni del 2013 a vincere, e quindi a papparsi il premio, sarebbe stato lui. Come noto, il premio lo prese, alla fine, per un soffio, e gli andò di traverso. Si tratta peraltro di due argomenti, no alle preferenze e sì a un premio di maggioranza abnorme, diametralmente opposti a quelli che lo stesso Bersani avrebbe usato un paio d’anni dopo contro la riforma Renzi, ma ora non divaghiamo. Anzi, sì, divaghiamo, e ricordiamo pure che l’anno successivo la legge «porcata» sarebbe stata finalmente affossata dalla Corte costituzionale per due punti in particolare: indovinate un po’? Esatto: l’abnormità del premio e le liste bloccate.

È accaduto nel 2017, in vista delle elezioni del 2018, con l’invenzione del «Rosatellum», dopo l’infausta fine della grande riforma istituzionale voluta da Matteo Renzi, e quindi della legge elettorale cui era inestricabilmente legata («Italicum»), con il referendum del dicembre 2016. Riforma istituzionale e della legge elettorale che ovviamente, a loro volta, promettevano entrambe di garantirci di conoscere il vincitore la sera stessa del voto, e di non doverci pensare più per cinque anni filati.

Se a questo sommario elenco aggiungiamo poi anche il referendum del 1999 per abolire la quota proporzionale nella legge Mattarella, possiamo dire che il dibattito attorno al cambiamento della legge elettorale (e dell’architettura istituzionale) ha occupato l’intero dibattito pubblico praticamente sin dalla nascita della Seconda Repubblica e della pseudo-rivoluzione maggioritaria. Non è normale. In una democrazia sana la stabilità e la certezza delle regole, condivise e riconosciute da tutti, costituiscono la cornice fondamentale entro la quale il gioco politico può svolgersi liberamente. Noi invece da trent’anni, avendo fatto della cornice regolatoria l’essenza della lotta politica, pretendendo di abbattere il vecchio sistema e fondarne un altro sulla base di un referendum sulla legge elettorale, praticamente non parliamo più di nient’altro, e non combiniamo nient’altro.

L’attento lettore si sarà accorto del fatto che nella mia ricostruzione ho saltato giusto le ultime elezioni, quelle del 2022, ma solo perché in questo caso il dibattito sul cambiamento della legge elettorale e del sistema in generale non verteva su come renderli più maggioritari, più plebiscitari, più monocratici, ma contemplava al contrario la possibilità di un ritorno a un vero sistema proporzionale (senza premi di maggioranza o altri imbrogli). Ipotesi difficilissima, se non irrealizzabile, ma comunque fatta prontamente saltare da Enrico Letta, con il convinto aiuto di Giorgia Meloni, cui non deve essere parso vero di potersi unire a lui nella difesa del bipolarismo da ogni ipotesi di ritorno al proporzionale, con i loro continui duetti tesi a rinverdire ancora una volta il gioco della «polarizzazione» tra i due partiti maggiori, che tanta fortuna in questi trent’anni ha già portato al Partito democratico, da Veltroni in poi.

E insomma, eccoci qui. Ci risiamo. Io scommetto che ci cascano pure questa volta.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Lo scudo democratico”, ordinabile qui.

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