Dall’eolico offshore italiano può arrivare più energia di tutte le riserve nazionali di gas fossile

Durante l’intervento di replica tenuto ieri in Senato dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni si è scagliata contro gli incentivi «oggettivamente troppo generosi» all’eolico offshore – una tecnologia ancora non matura lungo le nostre sponde, al contrario di opzioni come l’eolico o il fotovoltaico a terra – attribuendo gli elevati costi in bolletta alle rinnovabili, quando è invece la dipendenza da gas fossile il reale fattore di pressione sui costi energetici.
«Riteniamo che le fonti della presidente abbiano consegnato, al premier, Giorgia Meloni, una lettura parziale e approssimativa dei costi e del potenziale dell’ eolico offshore, tralasciando i numeri straordinari in termini di occupazione, soprattutto nel Mezzogiorno, che la filiera industriale delle rinnovabili offshore può offrire al Paese e che abbiamo di recente presentato attraverso uno studio indipendente realizzato da Intesa SanPaolo, Politecnico di Torino, Politecnico di Bari, Prometeia e Owemes», commenta nel merito il presidente dell’Associazione delle energie rinnovabili offshore (Aero), Fulvio Mamone Capria. Tale studio con orizzonte al 2050 parla di 129 miliardi di produzione attivata, 56 miliardi di valore aggiunto (il 2,8% del Pil italiano 2024), 25 miliardi di gettito fiscale, oltre 800.000 occupati. Ma già con i soli 3,8 GW del decreto Fer2 i benefici sarebbero consistenti e misurabili. Il problema è che è tutto fermo: «A fronte di circa 2,8 GW di progetti di eolico offshore che hanno superato la Valutazione d’impatto ambientale, non è stata ancora calendarizzata un’asta del Fer2, nonostante il decreto del Mase sia stato emanato nell’agosto 2024 con uno scenario di disponibilità di 3,8 GW di aste incentivanti», ricorda Mamone Capria.
Dove il Governo non perde tempo è invece sul gas fossile, per il quale il ministro Pichetto pronostica estrazioni nazionali in aumento del 18% solo quest’anno. Eppure le potenzialità dell’eolico offshore sono ben più ampie rispetto a quelle delle riserve nazionali di gas.
«Secondo una stima del Politecnico di Torino – argomenta il ricercatore Gabriele Cassetti per il think tank climatico Ecco – l’Italia avrebbe un potenziale teorico di 207,3 GW di eolico offshore galleggiante, con una produzione potenziale di 540,8 TWh/anno, pari a circa 51 miliardi di Smc/anno di gas. Questa produzione potenziale annuale supera di gran lunga le riserve certe totali di gas (42,5 miliardi di Smc in totale), inferiori alla domanda annuale nazionale. Tuttavia, ad oggi, l’Italia ha un solo impianto offshore operativo: il parco eolico al largo di Taranto, con 30 MW di capacità installata. Un risultato modesto se confrontato con i grandi paesi europei: la Germania ha raggiunto una capacità installata di eolico offshore pari a 9.2 GW, il Regno Unito 14 GW (dati 2024). Secondo la mappatura presentata da Legambiente nel luglio 2025, in Italia sono stati presentati 93 progetti di eolico offshore per una potenza complessiva di 74 GW, distribuiti nelle acque di 10 regioni. Le più attive sono la Puglia (26 progetti), la Sicilia (25 progetti), e la Sardegna (24 progetti).
Le richieste di connessione alla rete presentate a Terna ammontano a 132 progetti per un totale di quasi 90 GW. Il Decreto Porti del 2025 ha individuato Brindisi come uno dei quattro hub strategici per lo sviluppo dell’eolico offshore, insieme ad Augusta, Taranto e Civitavecchia. Tuttavia, nonostante l’evidenza dell’urgenza di sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili nazionali, risultano ancora bloccati importanti progetti eolici offshore nelle acque di Brindisi e Lecce a causa della lentezza burocratica».
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