Nuove divinità, vecchi altari: alle sfilate A/I 2026-27 il nuovo status symbol è il corpo sexy (e magrissimo)
Parigi, sembra aver cambiato religione. Non più il volume, non più il bozzolo, non più l’oversize come trapunta terapeutica di un lusso esausto. Adesso comanda la sagoma stretta, il busto dichiarato, il fianco come argomento, il corpo come verbale notarile dell’esserci. Le cronache di fine settimana parlano chiaro: tra Saint Laurent, Courrèges, Tom Ford e Alaïa il lessico si è fatto più aderente, più disciplinato, più smilzo.
La miccia, però, era stata accesa poco prima a Milano. Kering ha certificato che Gucci ha chiuso il 2025 con 6 miliardi di euro di ricavi, in calo del 22 per cento sul dichiarato, e il rilancio della casa è stato letto apertamente come una fase di risalita strategica. In questo clima, il sexy non torna come innocente folata ormonale. Torna come strumento di riattivazione del desiderio, cioè del fatturato. Quando il mercato si raffredda, l’eros viene riportato in vetrina come si espone un pezzo di antiquariato elettrificato: un po’ reliquia, un po’ defibrillatore.
Il sexy dopo il consiglio di amministrazione
Demna, in questo, ha avuto il cinismo visionario dei veri restauratori del contemporaneo. Ha capito che il corpo, nel lusso, è sempre stato insieme tempio e registratore di cassa. Il punto non è soltanto che il sexy sia tornato. Il punto è quale sexy. Non il sexy allegro, non quello libertario, non quello che spalanca porte. Piuttosto un sexy lucidissimo, igienizzato, magro fino alla discrezione patologica, che confonde desiderio e controllo. Un sexy da camera sterile, con le lenzuola stirate da un private banker.

Mariacarla Boscono in passerella per Gucci alla Milano Fashion Week A/I 2026-27. (Spotlight Lounchmetrics)
Il risultato è una sensualità che non promette trasgressione, ma prestazione. Non dice più: guardami perché sono libera. Dice: guardami perché ho retto il regime. In questo senso il corpo non è tornato al centro. È tornato sotto sorveglianza. E poiché la moda ama chiamare “sogno” tutto ciò che costa molto e pesa psicologicamente, ci troviamo davanti a una curiosa favola: Cenerentola, sì, ma con un nutrizionista, un personal trainer e una carta black.
Saint Laurent, o il notaio libertino
Anthony Vaccarello ha rimesso in scena la seduzione con la precisione di un archivista erotomane. La sfilata autunno inverno 2026-27 di Saint Laurent quest’anno gravita attorno all’ombra lunga dello Smoking, creato dal fondatore Yves nel 1966, uno dei più grandi travasi di autorità simbolica dal guardaroba maschile a quello femminile. Il gesto originario fu modernissimo, quasi giuridico: non abbellire la donna, ma autorizzarla. Nella versione 2026, però, quel gesto si stringe, si fa più carnale, più epidermico. Sarah Mower ha scritto su Vogue che “sex is back on the fashion agenda”, ma ha aggiunto subito l’altra metà della sentenza, quella che punge davvero: con lui torna anche “a singular body type”. Eccola qui, la fessura del confessionale. Il sexy torna, ma non per tutti.

Saint Lauren A/I 2026-27. (Spotlight Launchmetrics)
Il problema non è la sensualità. La sensualità è innocente come una tigre, finché non le si insegna a compilare fogli Excel. Il problema è la sua amministrazione sociale. Saint Laurent oggi mette in scena un’erotica selettiva, dove il corpo non è campo di possibilità ma filtro d’ingresso. Il desiderio non democratizza. Castiga con eleganza. È una cosa molto francese, in fondo: fare della crudeltà una forma di stile.
Courrèges, o l’ultima scheggia politica
Courrèges è più interessante, perché Nicolas Di Felice almeno tenta di restituire al corpo aderente una biografia, non solo una tariffa. Le note sulla collezione A/I 2026-27 hanno parlato di “24 Hours in the Life of a Courrèges Woman”, una giornata intera compressa tra intimità del tessuto e intensità del reale; la scintilla dichiarata è anche Chantal Akerman, e il riferimento a Je, tu, il, elle riporta nel quadro una genealogia queer, nervosa, urbana. Qui la pelle tesa non è soltanto superficie di vendita. È velocità, rischio, esposizione, memoria di strada.
Non idealizziamo troppo. Anche Courrèges lavora dentro il sistema, non in una comune situazionista. Però, tra tutti, è quello che lascia ancora intravedere un residuo di attrito. E l’attrito conta. Perché il sesso, nella sua storia moderna, non è stato solo merce o consolazione. È stato anche contestazione. Michel Foucault ricordava che la sessualità moderna non è una zona “liberata”, ma un campo in cui potere e discorso si organizzano con furia amministrativa. In La volontà di sapere non ci dice che il sesso è libero. Ci dice una cosa peggiore e più utile: che il sesso è gestito, prodotto, verbalizzato, normalizzato. La moda lo sa benissimo. Lo traveste da spontaneità, ma intanto lo schedula. In Courrèges, almeno per un momento, questa schedatura si incrina.
Alaïa e Tom Ford, la morale del fit
Alaïa compie l’operazione più raffinata, e forse proprio per questo più insidiosa. Pieter Mulier ha descritto la collezione come fatta per “real people, not for an image”, insistendo su riduzione, precisione, abiti veri, non impressioni speciali. Detto così sembra quasi un gesto democratico. In realtà nasconde una religione esigentissima del taglio. Se il vero lusso coincide con il fit assoluto, il corpo viene chiamato a meritare la perfezione sartoriale come un novizio merita la grazia. Il rischio, qui, è sottile e feroce: trasformare la vestibilità in etica.
Haider Ackermann da Tom Ford completa il quadro con una pornografia aristocratica, bellissima e leggermente sinistra. Le recensioni parlano di trench e gonne di plastica trasparente, silhouette slim, lingerie visibile, seduzione affilata, quasi clinica. Non c’è volgarità, Dio ce ne scampi. C’è qualcosa di più sofisticato e quindi più pericoloso: un vizio servito freddo, come certi Martini che fanno sembrare intelligente perfino la rovina.
Due eccezioni, o almeno due atti di resistenza educata
Poi ci sono le eccezioni. Poche, ma non decorative. Max Mara, per esempio, non partecipa fino in fondo a questa liturgia del corpo ridotto a ricevuta fiscale. La collezione autunno/inverno 2026-27, letta da più osservatori come una forma di “soft armor”, mescola potere e avvolgimento, con cappotti oversize, tessuti soffici, colori terrestri, una disciplina che protegge invece di mettere a nudo per forza. Anche quando la silhouette si avvicina al corpo, il messaggio non è punitivo. È strutturato, sì, ma non sadico. Il che oggi pare quasi una virtù teologale.
E poi Chanel. Che non è innocente, naturalmente. Chanel non è mai innocente, al massimo è impeccabile. Però Matthieu Blazy, nella sua seconda prova prêt-à-porter, ha scelto una via meno carceraria del sexy dominante. Le cronache parlano di una collezione gioiosa e portabile, di maglierie rilassate, di vita abbassata reinterpretata in chiave meno punitiva, e soprattutto di un casting con una certa diversità d’età, elemento che oggi basta quasi a sembrare un atto rivoluzionario benché dovrebbe essere soltanto civiltà. In una settimana dove la magrezza minacciava di farsi nuova morale universale, Chanel ha ricordato che la seduzione può ancora essere una faccenda di allure, non solo di perimetro addominale.
Gli anni Settanta non c’entrano, o c’entrano molto meno di quanto si dica
La moda, quando vuole autoassolversi, tira sempre fuori gli anni Settanta come una zia indulgente. Ma il paragone regge solo in parte. Quando Yves Saint Laurent tradusse lo smoking per il corpo femminile, spostava un simbolo di autorità. Quando Diane von Furstenberg lanciò il wrap dress, prometteva mobilità, autonomia, transito tra lavoro, casa, letto, città. Quel sexy parlava il linguaggio della possibilità. Il corpo non era un esame di ammissione. Era uno strumento di libertà.
Oggi, troppo spesso, il nuovo aderente parla un’altra lingua. Non dice: posso uscire, lavorare, desiderare, scegliere. Dice: posso ancora stare dentro l’inquadratura. È un passaggio piccolo in apparenza, enorme in termini culturali. Dalla libertà alla fotogenia. Dalla politica dell’autonomia alla burocrazia della silhouette. Roland Barthes, che nella moda sentiva il fruscio ideologico prima ancora del rumore dei tessuti, avrebbe sorriso con il suo sadismo di entomologo: il vestito non nasconde il corpo, lo racconta secondo il regime simbolico del momento. E questo momento, purtroppo, è severo come una governante in cashmere.
La restaurazione ha i numeri, non solo gli zigomi
Il punto non è impressionistico. I numeri ci sono, e non sono carini. Il report di Vogue Business sulla size inclusivity della primavera estate 2025 ha contato 8.763 look tra New York, Londra, Milano e Parigi: 94,9 per cento straight size, 4,3 per cento mid size, 0,8 per cento plus size. Le Monde, nel 2025, ha parlato apertamente di ritorno della magrezza e di riflusso dell’inclusività, ricordando che la quota di modelle fuori dagli standard è scesa dal 2,8 per cento del 2020 allo 0,8 per cento del 2025. Non siamo davanti a una sfumatura. Siamo davanti a una restaurazione.
L’industria prova a raccontarla come oscillazione estetica. Ma non tutte le oscillazioni sono innocue. Alcune hanno il passo del pendolo, altre quello del manganello. Qui siamo più vicini alla seconda figura. Perché ogni volta che la moda torna a glorificare un unico corpo, sta dicendo qualcosa di molto semplice e molto feroce sul diritto di apparire.
L’esthétique Ozempic, cioè il lusso come abbonamento
Nessuno decente dovrebbe trasformare i corpi delle celebrità in rebus farmacologici. Sarebbe una bassezza da cortile digitale. Però il clima visivo esiste, e ha già un nome. Le Monde ha collegato la nuova contrazione delle taglie all’ascesa dei GLP-1 come Ozempic, mettendo in relazione la ritirata dell’inclusività con la crisi del settore e con l’uso di questi farmaci. Reuters ha riportato che in Francia Wegovy è stato lanciato a un prezzo atteso di circa 270-330 euro al mese, senza rimborso dell’assicurazione pubblica. In parole povere, e orribilmente esatte, la magrezza torna a comportarsi come un bene posizionale. Non solo ideale estetico. Servizio premium.
È qui che il discorso diventa davvero urticante. Perché il corpo smette di essere una forma vivente e rischia di diventare un abbonamento mensile, una membership del privilegio. Una volta si diceva che essere magri era gratis, bastava nascere fortunati o infelici. Oggi il mercato suggerisce qualcosa di più osceno: si può anche comprare, a patto di poterselo permettere. Il lusso, che un tempo vendeva borse, cappotti, profumi, ora finisce per ammiccare a una gerarchia bioeconomica. Il corpo come piano tariffario. Un capolavoro di cattivo gusto, se ci pensa.
Il mondo materiale e la silhouette metafisica
Il paradosso finale è quasi comico, se non fosse moralmente nauseante. Mentre il lusso rimette al centro corpi sempre più esili, disciplinati, costosi e medicalizzabili, il resto del mondo resta ostinatamente materiale, brutale, affamato. Il rapporto SOFI 2025 delle agenzie ONU stima che nel 2024 abbiano sofferto la fame 673 milioni di persone e che circa 2,3 miliardi abbiano vissuto condizioni di insicurezza alimentare moderata o grave. In una simile cornice, il trionfo della silhouette scheletrizzata non appare come una rivolta erotica. Assomiglia piuttosto a una vignetta nera sul privilegio globale.
Ed eccoci alla chiusa, che purtroppo non è una chiusa ma una diagnosi con il rossetto. Il sexy dell’autunno inverno 2026 27 non è, salvo rare eccezioni, il ritorno felice dell’eros. È l’eros dopo il bilancio trimestrale, dopo il casting ridotto, dopo il tutorial, dopo la siringa, dopo il terrore d’invecchiare, espandersi, occupare troppo spazio. Max Mara e Chanel, ciascuna a suo modo, ricordano che si può ancora vestire il corpo senza umiliarlo. Tutto il resto, molto spesso, sembra il contrario: non una liberazione, ma una raffinata amministrazione del panico. Bellissimo, a tratti. Spiritoso, persino. Liberatorio, di rado. Chic, certo. Ma del chic di una gardenia tenuta troppo a lungo in frigorifero.
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