Di Cpr ci si ammala, e la cura non è un reato
I recenti sviluppi giudiziari riguardanti i medici di Ravenna, e in particolare la richiesta di loro sospensione cautelare dall’attività per un anno (ad aggiungersi alle indagini, perquisizioni e persino intercettazioni ambientali delle ultime settimane), impongono una riflessione urgente sulla tutela dell’atto medico in quanto tale, e in particolare di quelli svolti in contesti “di frontiera”. Se la libera valutazione clinica della compatibilità con la detenzione amministrativa diventa oggetto non solo di indagini, ma anche di pesanti provvedimenti cautelari interdittivi della stessa attività dalla quale si ricava il sostentamento per sé e la propria famiglia, ciò determina inevitabilmente un fortissimo condizionamento che rischia di compromettere l’indipendenza di chi opera in quei contesti.
È un segnale che non può passare inosservato: il rischio è che il timore di ingiuste conseguenze personali e professionali, oltre che giudiziarie, finisca per condizionare l’autonomia diagnostica, minando quel principio di libertà e responsabilità che è il cuore della professione medica.
Come Rete Mai più lager No ai CPR, insieme alla SIMM (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni), lo abbiamo ribadito con forza nella campagna “La cura non è un reato”: il medico risponde solo alla coscienza e alla salute del paziente. Sospendere un medico dalla professione perché ha rilevato l’incompatibilità di una persona con la detenzione amministrativa, solo perché ciò magari non è risultato gradito alla questura o altri soggetti istituzionali ancor più di vertice, è un paradosso pericoloso quanto illegittimo. Non si può “sospendere” la tutela della salute in nome di una gestione securitaria delle frontiere.
Questi provvedimenti finiscono – forse deliberatamente: il sospetto è legittimo – per creare un clima di paura, spingendo i clinici verso una medicina difensiva che ignora la sofferenza e la cura della persona, la quale deve invece essere il suo primo e anzi unico obiettivo. Perché il dovere del medico è chiaro: l’autonomia professionale non è un privilegio di casta, è l’unica garanzia per il paziente. Un medico che rinuncia alla propria autonomia per non incorrere in ingiuste sanzioni giudiziarie (o nella sospensione dalla propria attività lavorativa, in attesa di potersi difendere compiutamente e vedere ristabilire la verità al termine del processo), cessa di essere un terapeuta e diventa un ingranaggio della macchina repressiva, così violando anche gli stessi principi deontologici della categoria . La vicenda di Ravenna scoperchia ancora una volta la realtà dei CPR, che finalmente viene al pettine in tutta la sua drammaticità.
Ribadiamo che la posizione della nostra Campagna è netta e fondata su basi scientifiche: la detenzione amministrativa è intrinsecamente patogena. Non esiste una “buona gestione” di un CPR; l’isolamento, l’incertezza della propria sorte e la privazione della libertà in assenza di reato (in un contesto che persino il Consiglio di Stato pochi mesi fa ha nei fatti dichiarato inidoneo a tutelare la salute dei detenuti), producono attivamente malattia mentale e fisica. Lo dice anche l’OMS, da ultimo in un opuscolo del gennaio 2026. Quando un medico certifica in scienza e coscienza l’incompatibilità con la struttura, non sta compiendo un atto ideologico, sta effettuando una diagnosi basata su evidenze scientifiche: il sistema stesso impedisce la cura. Su quali basi questa valutazione professionale, supportata da molteplici evidenze scientifiche, può essere contestata? Quella della ragion di Stato? Sicuramente la risposta è e deve essere negativa.
Chiediamo con forza che venga rispettata l’autonomia medica. La tutela della vita e della dignità umana non può essere messa sotto inchiesta. Se certificare la verità clinica diventa un rischio professionale, è l’intera tenuta democratica del nostro sistema (sanitario) a essere in pericolo.
Chi ha pura del dottore? Fate un po’ voi. Certo non si può pensare di bypassare l’unico momento di “intrusione” da parte della sanità pubblica nella detenzione amministrativa, dato proprio dalla visita di idoneità, con la previsione, che si evince nel testo di ddl in circolazione, di una visita differita a DOPO l’ingresso in CPR, quindi effettuata da medic* magari già “selezionati” e convenzionati: un ulteriore svilimento della tutela del diritto alla salute, piegato a scopi puramente securitari. Noi non arretreremo: continueremo a difendere il diritto universale alla salute e a denunciare la violenza strutturale dei luoghi di detenzione amministrativa. Perché la cura non può, e non deve mai, diventare un reato.
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