Dissesto e messa in sicurezza, a Tursi il punto sulle criticità. Scontro politico sullo scolmatore del rio Rovare

Febbraio 25, 2026 - 20:30
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Dissesto e messa in sicurezza, a Tursi il punto sulle criticità. Scontro politico sullo scolmatore del rio Rovare
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Genova. L’ombra delle recenti frane e smottamenti ha fatto da sfondo all’ultima seduta della commissione consiliare dedicata al dissesto idrogeologico. L’incontro, volto a mappare le criticità del territorio con un focus sui casi più complessi, ha delineato un quadro di interventi necessari per rimediare a decenni di urbanizzazione aggressiva.

L’intervento dell’assessore Massimo Ferrante ha aperto la seduta, ponendo l’accento sulla natura strutturale dell’emergenza “Per la quale mi stupisco di come ci si stupisca”, ha sottolineato.  Il “peccato originale”, infatti, risiede nel piano regolatore del 1959, che prevedeva una crescita demografica sproporzionata (fino a un milione di abitanti) autorizzando indici di edificabilità altissimi. Il risultato è una città dove un terzo degli edifici sorge in zone a rischio frana, con i versanti letteralmente “chiusi” tra muri e palazzi in un eterno e pericoloso “braccio di ferro” tra cemento e acqua.

Scontro in aula sul rio Rovare

Ad incendiare gli animi in sala rossa il focus sul rio Rovare, il cui percorso tombinato da tempo è la spada di Damocle del popoloso quartiere di San Fruttuoso. Nella relazione introduttiva, l’assessore Ferrante, infatti, ha ricordato come lo scolmatore del questo rio – previsto all’interno delle misure di messa in sicurezza idraulica inserite nel patto per Genova del 2015 – non sia mai stato completato, restando al 65%. “Un intervento per cui i 30 milioni previsti c’erano, ma in passato è stato scelto di non terminarlo, destinando i fondi ad altro. Una scelta politica che ha costretto i cittadini di San Fruttuoso a subire almeno tre alluvioni in questi anni“.

L’affermazione ha trovato l’immediata replica dell’ex assessore Sergio Gambino, che ha chiesto chiarimenti e spiegazioni all’assessore e chiamando in causa i dirigenti tecnici presenti in aula. “Vorrei che fosse detto dove sono andati quei soldi, e quali altri territori hanno visto progetti di messa in sicurezza di cui hanno beneficiato  – ha sottolineato il consigliere ex Fratelli d’Italia oggi nel gruppo misto – E poi sarebbe utile sapere quali sono le scelte politiche di oggi, cioè quali progetto saranno fermati per “scelta politica””.

La situazione: la mappatura della messa in sicurezza

I dirigenti tecnici durante la seduta hanno illustrato lo stato dell’arte delle grandi opere infrastrutturali. Il fulcro degli interventi riguarda i principali bacini cittadini.

Bacino del Bisagno: Con un investimento di 450 milioni di euro, si conferma il fronte più caldo. Oltre allo scolmatore principale, l’attenzione è rivolta agli affluenti. Il rio Rovare è completato al 65%, un ritardo che ha pesato gravemente sul quartiere di San Fruttuoso negli ultimi anni; per il rio Noce si è invece ancora in fase progettuale.

Ponente e Polcevera: Investimenti significativi coinvolgono il Chiaravagna (55 milioni), il Cantarena (15 milioni) e il Molinassi (80 milioni). Qui le difficoltà tecniche raddoppiano: alla fragilità idraulica si aggiunge la presenza di amianto naturale e di oleodotti strategici che devono essere spostati per adeguare le sezioni dei rivi (operazione, quest’ultima, dal costo di 15 milioni di euro).

Levante e Centro: La galleria scolmatrice del rio Chiappeto a Sturla sarà terminata prevista entro l’anno mentre resta la grande incognita dei rii che passano tombinati sotto i palazzi del centro storico con percorsi profondi e scoscesi che richiedono vere e proprie ispezioni speleologiche.

Non solo grandi infrastrutture, ma anche manutenzione dei versanti. Il dirigente Battilara ha confermato l’avvio di appalti cruciali, come la sistemazione della scarpata sotto il “Biscione” e interventi in Val Cerusa e via Mulinetto. Un’eccellenza segnalata è il servizio di reperibilità geologica durante le allerte, un unicum a livello nazionale. Persiste però il problema dei terreni privati o di ignoti. Si tratta di un “limbo” burocratico in cui l’autorità pubblica fatica a intervenire preventivamente, poiché il recupero delle somme spese (l’intervento in danno) risulta spesso impossibile se non si identifica con certezza la proprietà.

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Redazione Redazione Eventi e News